Non solo una Biennale senza italiani, ma proprio tutta Venezia senza italiani
Né nella mostra internazionale della Biennale, né nelle grandi esposizioni collaterali in città figurano quest’anno nomi italiani. Una nuova sentenza sulla marginalità del nostro sistema, che stavolta colpisce al cuore del maggiore evento artistico del Paese
Che non siamo più l’ombelico del mondo lo sappiamo da decenni, particolarmente in ambito artistico. La Biennale d’Arte 2026, in apertura a maggio 2026, ce lo ricorda a gran voce: tra i 111 artisti selezionati dalla compianta curatrice Koyo Kouoh e dal suo team, di italiani non c’è traccia. È preoccupante che, nell’evento di punta dell’arte contemporanea nel nostro Paese, l’Italia figuri solo nel suo padiglione nazionale. Non solo: l’arte nostrana è esclusa anche dalle grandi mostre in città. Una assenza – per la verità – sempre più frequente, come aveva notato Santa Nastro due anni fa, ma che brucia ancora di più alla luce della prossima Esposizione Internazionale d’Arte.
L’arte italiana grande assente della Biennale di Venezia
Da dove nasca questa completa marginalizzazione dell’arte del Paese ospitante è facile individuarlo. Noi italiani siamo campioni nel sottostimare i nostri artisti e il nostro peso potenziale sul bilanciere internazionale; un dato del tutto controvertibile, se solo si osserva il successo dei nostri artisti che scelgono di operare all’estero, trovando una via d’uscita da una mentalità che si auto-provincializza. Una marginalizzazione, oltretutto, particolarmente ironica se pensiamo che In Minor Keys sarà un’esposizione votata alla marginalità e alla sua fertilità: un tema che ci riguarda da vicino, e su cui avremmo molto da dire, date la posizione geografica e storica del nostro Paese, le urgenze del Mediterraneo, la crescente presenza di artisti italiani di seconda e terza generazione, le grandi disparità tra centri urbani e rurali all’interno del nostro territorio. Tutte questioni ampiamente – e anche egregiamente – trattate dai nostri artisti, eppure apparentemente invisibili alla Biennale e alle grandi istituzioni cittadine.
Nessun nome italiano tra le mostre in città durante la Biennale
Seppur sia prematuro decretare una completa assenza di nomi italiani nella programmazione veneziana dei prossimi mesi (la lista ufficiale degli eventi collaterali sarà divulgata il prossimo mercoledì 4 marzo e le comunicazioni ufficiali di diverse istituzioni saranno comunicate nelle settimane a venire), non scriviamo senza cognizione: Pinault Collection porterà Paulo Nazareth, Lorna Simpson, Amar Kanwar e Michael Armitage a Punta della Dogana; Fondazione Prada ospiterà Arthur Jafa e Richard Prince; alle Gallerie dell’Accademia è attesa la grande mostra di Marina Abramović; la Casa dei Tre Oci ha annunciato una mostra di Joseph Kosuth; Jenny Saville e Hernan Bas a Ca’ Pesaro; Peggy Guggenheim Collection rifletterà sull’esperienza londinese della celebre collezionista; Anish Kapoor aprirà nuovamente il palazzo che ospita la sua fondazione; Palazzo Grimani ospiterà una mostra di Amoako Boafo… La lista è ancora lunga, ma anche volendo scandagliare tutti i grandi spazi, trovare il nome di un artista italiano risulta al momento impossibile.
La marginalità dell’arte italiana alla Biennale di Venezia
Alla luce di questo, potremmo sbilanciarci dicendo che sarà la Biennale più internazionale di sempre. Diremo però anche che sarà la Biennale meno italiana. Se neppure nel momento di maggiore celebrazione dell’arte sul nostro territorio, e quindi anche di maggiore visibilità internazionale, riusciamo a valorizzarci e ad essere valorizzati, cosa ci rimane? Cosa fare di questa esclusione che ha più il sapore di una sentenza? Il segnale è forte: per quanto il sistema sia vivo, non riesce a rendersi visibile sullo scenario internazionale, a differenza non solo dei Paesi e delle comunità marginali (che in questi anni stanno avendo una legittima attenzione), ma anche dei nostri vicini europei. Più che una questione di nazionalismo o campanilismo, è la dimostrazione che una presa di coscienza su come gli artisti italiani siano percepiti sulla scena globale non può più tardare, per il benessere dello stesso sistema: un panorama artistico che accetta un riconoscimento fermo agli Anni Sessanta (se va bene) non potrà che appiattirsi su quel tipo di formalizzazione. E crogiolarvisi, nell’indifferenza generale.
Alberto Villa
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