Cultura della legalità: ecco perché è importante comprenderne a pieno il significato
Spesso l’espressione “cultura della legalità” viene usata in maniera superficiale. Invece, riflettere sul suo intrinseco e profondo significato è essenziale per rendere i cittadini consapevoli del loro ruolo sociale
L’espressione “cultura della legalità” ricorre con furore ogni volta che nel nostro Paese si verificano episodi di criminalità associabili a condizioni di degrado sociale. Si tratta, però, di un concetto estremamente ambiguo, al punto che, a seconda dei casi, può descrivere un contesto in cui bisogna intervenire in forme repressive o, al contrario su una dimensione di natura sociale, attraverso una presenza culturale e sportiva.
Una dicotomia interessante che può essere estesa a espressioni simili come “cultura imprenditoriale” o affini.
Per comprendere appieno il senso di quest’espressione è però necessario interrogarsi sui confini effettivi che la cultura della legalità definisce, che coinvolgono ovviamente i confini della parola cultura.
La definizione della parola “cultura” secondo la Treccani
Bene. Tra i vari significati con cui la Treccani definisce la parola “cultura”, si elencano dapprima le interpretazioni che si riferiscono alla sua dimensione individuale; poi quelle che la definiscono nell’ambito di un determinato “insieme” (spaziale, territoriale, anagrafico) di individui.
Più nel dettaglio, tra le varie definizioni Treccani riporta “In etnologia, sociologia e antropologia culturale, l’insieme di valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale”; definizione non lontana da quella attribuita all’archeologia e alla storia dell’arte, allorquando con l’espressione “cultura materiale” ci si riferisce a “tutti gli aspetti visibili di una cultura e di una civiltà, quali i manufatti urbani, gli utensili della vita quotidiana e gli oggetti artistici.”
Partendo proprio da queste definizioni emerge come all’interno della parola cultura coesistano elementi materiali e immateriali. Per chi si occupa di cultura tale concetto è banale, ma per quanto ovvio; tuttavia, tale insieme pare dissolversi nel momento in cui la parola cultura si associa al concetto di legalità.
Gli asset alla base del concetto di “Cultura della legalità”
Lontano dal solo esercizio semantico, il concetto di “cultura della legalità” deve basarsi, per essere realisticamente definito tale, su una serie di “asset” tangibili e intangibili, e coinvolgere sia le dimensioni materiali sia quelle immateriali che caratterizzano un determinato ambiente o un determinato gruppo sociale.
Chiarito questo aspetto, allora resta da interrogarsi su quali siano gli elementi materiali della cultura della legalità. È naturale che una parte di essi si riferisca agli strumenti di repressione (istituti penitenziari e affini) che sono destinati ad accogliere (come pena certa) chi rompe il patto sociale con il resto della cittadinanza. È altrettanto naturale che però non si tratti soltanto di questo.
Gli asset invisibili nella “Cultura della legalità”
La cultura materiale coinvolge infatti anche una serie di elementi “visibili” di una collettività, mobili o immobili, da cui è possibile evincere una serie di dimensioni “invisibili” nei casi in cui non è possibile osservare l’intangibile. Si tratta di elementi importantissimi, perché spesso identificano anche un ruolo sociale, che viene ambito da parte del gruppo di riferimento e sono sono presenti in tutte le collettività, anche digitali, dove assumono una dimensione “visibile”.
Le dimensioni culturali che influenzano la legalità
Torniamo dunque alla legalità e cerchiamo di identificare le dimensioni della cultura che possono indurre un gruppo sociale ad adeguare il proprio sistema di valori a quello della più ampia collettività.
Noi tutti diamo per scontato che sia “giusto” non rubare, frodare o ledere gli altri. Lo facciamo perché “a fronte di un comportamento costoso” (andare a lavoro piuttosto che fermare il primo che passa e prendergli i soldi) c’è un meccanismo di premio, che è da un lato il “mancato danno” (prigione, ecc.); dall’altro il maggiore beneficio (rispettabilità sociale e denaro a sufficienza per poter soddisfare i propri bisogni reali e quelli in proiezione).
Per chi invece delinque, al netto delle condizioni che lo hanno condotto a tale comportamento, smettere di delinquere rappresenta in ogni caso un “costo”, in termini comportamentali, di fatica e rinuncia. A fronte del quale devono esserci dunque dei premi, percepiti da quella persona come tali.
Tuttavia, non si può sostenere di voler diffondere una cultura della legalità senza creare opportunità di lavoro coerenti. Senza fare in modo che l’insieme dei valori materiali di un determinato gruppo di persone venga condiviso da tutta la collettività. Non si può sostenere di voler diffondere la cultura del rispetto senza comprendere quali siano le manifestazioni del rispetto in determinati contesti. E questo riconduce alla dimensione immateriale di cultura.
Le analogie tra “cultura imprenditoriale” e “cultura della legalità”
Prendiamo ad esempio la cultura imprenditoriale. Essa include anche una serie di ragazze e ragazzi consapevoli di impiegare energie per raggiungere un obiettivo, come “diventare milionari” o “fare la nuova rivoluzione” difficilmente raggiungibile.
La foto di Bezos nello scantinato non rappresenta solo lui ma migliaia di giovani. Gli altri li dimentichiamo, ma erano lì. Erano nei loro scantinati e per mancanza di opportunità o per qualsiasi altro motivo non sono riusciti a mostrare quella foto come “punto di partenza” di un’epopea planetaria. Una condizione simile riguarda tutti i ragazzi che sognavano di diventare star di Hollywood. Solo alcuni ce l’hanno fatta, anche se molti hanno fatto dei sacrifici importanti per tentare la propria scalata verso il successo.
Il meccanismo della “ricompensa” necessario per diffondere un sistema di valori
Per diffondere un certo sistema di valori è dunque necessario creare un meccanismo di “ricompensa degli sforzi”. Quindi, con l’espressione “cultura della legalità” dobbiamo comprendere l’insieme infrastrutturale, materiale e immateriale di valori, opere, servizi, attività e sogni da diffondere in un dato territorio o in un determinato gruppo sociale per rendere desiderabile agire all’interno del patto sociale di riferimento.
Non è soltanto la vecchia storia del bastone e della carota. È la necessità di coinvolgere anche i sogni delle persone. Se vogliamo agire con azioni bandiera, possiamo farlo. Possiamo dire “abbiamo costruito”, “abbiamo riqualificato”, “abbiamo creato un museo”. Non possiamo però pretendere che la presenza di un museo trasformi le persone di un quartiere in fruitori d’arte. Così come non possiamo pretendere che la presenza di un istituto penitenziario agisca da deterrente.
Se vogliamo davvero promuovere la legalità, dobbiamo renderci conto di quante volte, in una nostra giornata, scegliamo di non delinquere e perché. Non solo renderebbe gli interventi di “legalizzazione” più concreti, ma aumenterebbe la consapevolezza del nostro ruolo di cittadini.
Stefano Monti
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