Il Museu de Arte de São Paulo restaura l’allestimento radicale progettato da Lina Bo Bardi nel ’68. Opere sospese su tramezzi di vetro ed esposte senza alcuna gerarchia

Una distesa di dipinti dilaga nello spazio espositivo. Incastonate assieme alle cornici in tramezzi di vetro trasparente, a loro volta assicurati a blocchi di cemento, le tele appaiono sospese a mezz’aria, si sovrappongono l’una all’altra, mentre i confini dell’allestimento si dissolvono, lasciando all’orientamento del visitatore la facoltà di decidere la successione delle opere, esposte come […]

L'allestimento di Lina Bo Bardi, Museu de Arte de São Paulo, 1968

Una distesa di dipinti dilaga nello spazio espositivo. Incastonate assieme alle cornici in tramezzi di vetro trasparente, a loro volta assicurati a blocchi di cemento, le tele appaiono sospese a mezz’aria, si sovrappongono l’una all’altra, mentre i confini dell’allestimento si dissolvono, lasciando all’orientamento del visitatore la facoltà di decidere la successione delle opere, esposte come dentro a una griglia invisibile, senza alcuna gerarchia o classificazione cronologica, geografica o tematica.
Da qualche giorno si presenta così il display della collezione di arte antica e moderna del Museu de Arte de São Paulo. Esattamente come l’aveva pensato e progettato, nel 1968, l’architetto italo-brasiliana Lina Bo Bardi. Nata a Roma nel 1915, ma adottata dal Brasile negli anni Quaranta, a lei si deve anche l’intera architettura modernista del museo, fondato nel 1949 da suo marito, Pietro Maria Bardi, giornalista, critico d’arte e gallerista, che ne fu curatore per oltre quarant’anni.
Rimosso negli anni Novanta, quell’allestimento radicale e sovvertivo delle modalità di esposizione museali in vigore in quegli anni (e non solo), rivive ora per volere del direttore artistico del MASP Adriano Pedrosa, con l’intenzione di “prendere le distanze da una narrazione tradizionale, eurocentrica e narrativa – ma anche dall’intero sistema dell’arte – per proporne una nuova, non gerarchica e non lineare”. Le strutture progettate da Lina Bo Bardi sono state replicate da una ditta locale per alloggiare più di 115 opere, da Raffaello a Renoir. Il colpo d’occhio straordinario è assicurato. Mentre l’allestimento restaurato assume un valore intrinseco pari, se non superiore, a quello delle opere così esposte.

– Marta Pettinau

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Marta Pettinau
Marta Pettinau nasce ad Alghero nel 1984, dove al momento vive e lavora. Ma con la valigia in mano. Laureata a Sassari in Scienze dei Beni Culturali, ha conseguito nel 2011 la laurea specialistica in Progettazione e Produzione delle Arti Visive presso lo IUAV di Venezia, con una tesi dal titolo “La Biennale Internazionale di Istanbul. Storia, luoghi, esiti di una biennale post-periferica”. Co-curatrice del progetto RI-CREAZIONE per 1:1projects, a Roma, nel 2009; nello stesso ha curato la collettiva Verso Itaca presso Metricubi, a Venezia. Ha collaborato con l’ufficio stampa del Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza. Ora è curatrice indipendente e giornalista freelance.