Diego Perrone? È un pazzo. Grande curiosità per le nuove opere esposte alla project room del Museion di Bolzano, ecco le immagini dall’opening

Non fa troppi giri di parole, Paola Tognon, nel presentare – scherzosamente e bonariamente – la mostra che Diego Perrone ha pensato per la project room del Museion di Bolzano, e inaugurata ieri in occasione della Giornata del Contemporaneo. Perchè un azzardo, e perchè un pazzo? Per le caratteristiche delle due opere che costituiscono la […]

Non fa troppi giri di parole, Paola Tognon, nel presentare – scherzosamente e bonariamente – la mostra che Diego Perrone ha pensato per la project room del Museion di Bolzano, e inaugurata ieri in occasione della Giornata del Contemporaneo. Perchè un azzardo, e perchè un pazzo? Per le caratteristiche delle due opere che costituiscono la mostra Il servo astuto, a cura di Frida Carazzato: che vedono l’artista alle prese con un’impegnativa e lunga sperimentazione sulle tecniche di fusione del vetro, con rimandi alla tradizione classica del ritratto innestati sull’indagine sul processo creativo propria di Perrone. Partendo da dei ritratti fotografici “ha elaborato un dettaglio dell’immagine, l’ha trasformato in disegno e lo ha poi trasferito nella tridimensionalità della scultura in cera, e da queste forme sono poi nate le sculture, fuse nei forni di Vetroricerca con una tecnica tradizionale, la fusione a pasta di vetro”. Incuriositi dalla novità, c’erano in tanti, a Bolzano, fra amici artisti, critici, collezionisti: li vedete nella fotogallery, assieme alle opere…

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • Ancora NEW ARCAIC, come sotto categoria dei “Giovani Indiana Jones”. E quindi recuperare codici e tecniche antiche.

    Si pensa che fare una scultura “nel vecchio modo” ma sbagliando (sembra che la colata di vetro si confondi con lo stampo), sia assolutamente interessante e cool. Eterni Peter Pan che, in un paese fatto per i vecchi, vengono relegati alla project room, e cercano consenso e soddisfazione rielaborando una certa retorica dei buon tempo passato. Fenomeno ampiamente analizzato da un recente articolo su questa rivista (Giovani Indiana Jones, Artribune) e da alcuni articoli di Caliandro, su come i giovani siano presi da una sorta di nostalgia, che sembra tanto una “sindrome arrendevole” (L. Rossi, I. Zuffi).

    Il ricomprendere l’errore nella colata di vetro è un modo ampiamente percorso. Basti pensare che 100 anni fà Duchamp vide rompersi il suo Grande Vetro e disse di lasciarlo così.

    Si reiterano i soliti noti, forti di pubbliche relazioni consolidate. Perrone era anche in biennale con un lavoro davvero incredibile. Modernariato pretenzioso.

    • random

      whitehouse i congiuntivi. per favore.

  • Francesco Annarumma

    Un buon lavoro, complimenti a Perrone.

    • Ciao Francesco, perchè ritieni che questo di Perrone sia un buon lavoro? grazie

  • fresw

    Quello che non è accettabile è vedere uno dei nostri artisti migliori relegato in una project room di un museo del suo stesso paese. Come possiamo accettare che si dedichi la sala principale ad un’artista del ’79 e Perrone in un sottoscale (per quanto di design sempre sottoscale resta)? Tuttoquesto è giusto? Oppure esistono responsabilità dei direttori che non investono e non credono a nulla di italiano solo perché non serve alla propria carriera? Mi ha fatto molto sorridere nel catalogo di Linden (…catalogo…diciamo foglio di sala a più pagine), che i 3/4 della pubblicazione erano per le didascalie, le quali ripetevano con una lista lunghissima medesimi titoli di lavori in serie: “courtesy Neu e Rena Spaulings”.
    Tutto questo è normale? Oppure è una foglia di fico per professionisti che vedono le strutture pubbliche, i loro (pochi) soldi, come porte girevoli per emigrare in stutture estere di miglior prestigio? Anche con Francesco Arena si pose il medesimo problema, tuttavia il confronto con la mostra principale (nel sito di Museion si fa distinzione tra mostra principale ed evento, come quello di Diego Perrone) era di Isa Gesken, altro percorso, altra storia. Ma perchè gli artisti italiani devono avere solo parti minori, project room, frattaglie di visibilità anche a casa loro?

  • Matteo P

    caro Massimo ma queste belle foto le hai scattate da un treno in corsa?

  • Caro Matteo P, capisco che ci sono in Italia almeno altri 20 media che offrono ai propri lettori informazioni in tempo reale su quel che succede, facendo vedere le immagini di una mostra di Bolzano anche a chi risiede a Ragusa o a Tricase. Capisco anche che gli altri 19 offrono immagini molto migliori, per questo cercherò di adeguarmi. Grazie per la segnalazione

  • C’è questo godimento nel reperto archeologico, come feticcio. Come avviene in Biennale possiamo mettere vicino a queste opere la dida:

    Hans Haurbagher (Lipsia, 1909-1976)

    Questa retorica passatista e nostalgica fa godere i giovani. Perchè è come se in questo bombardamento di pretesa modernità, recuperare il passato sia saggio e cool. Quanto meno un momento di riposo, da una modernità irritante e fasulla. Da un lato anche questi momenti passatisti sono funzionali alla modernità irritante e fasulla: è come vestirsi con i vestiti del mercatino ma poi passare la vita tra iPhone, iPda e Laptop. E’ inevitabilmente una posa, nel migliore dei casi una moda.

    Dall’altro lato sembra che i giovani (perchè in Italia sei giovane artista da project room fino a 50 anni e fino a quando le pubbliche relazioni non ti reggono più) assecondino il tempo delle generazioni passate, quelle stesse generazioni che spesso li finanziano e li hanno condannati ad un futuro precario. Queste opere sono doppiamente significative, di una situazione arrendevole che va oltre il sistema dell’arte. Il problema è che sembra non esserci consapevolezza in questo.

  • Olimpio

    vabbè ma è la stessa cosa del mitizzare attuale la zuppa della nonna, o la musica dei ’60, o le vecchie auto coi paraurti cromati!
    è un fenomeno sociale ed estetico che non riguarda solo l’arte visiva! guardati intorno…

    che poi gli esiti siano mediocri è un altro discorso, visto che il dominio dell’arte è e non può essere che il TALENTO

    suvvia, pensi davvero che il problema sia il cosa?

    anzi! se ci fosse un “indiana jones” COI NUMERI non staremmo a porci il problema di ciò che lo fa godere e lo ispira, ma lo celebreremmo come grande artista e interprete perfetto dei nostri tempi!

  • Interpretare il presente attraverso il recupero del passato, non è COSA ma è COME. E va benissimo. Il massimo giovane esperto ed esaltato in materia è Dan Vo. Prima della Klara proprio al Museion. Poteva essere la project room di Dan Vo.

    Il problema è quando scatta la moda, e ancora peggio quando si reitera inconsapevolmente la MEDESIMA opera. Queste due opere potrebbero essere di Dan Vo:

    Le maschere votive seppellite in Vietnam dai Cristiani prima di dove scappare per la repressione. Potrebbero essere due opere di Vo, invitato il prossimo marzo presso la Fondazione Trussardi.

    Insomma, non critico certo Perrone, ma un sistema intono incapace di stimolare criticamente i progetti e il linguaggio. E ovviamente incapace anche di valorizzare. E Luca Rossi non ha certo la verità in tasca e non ha certo le capacità per fare il critico. Insomma, vogliamo solo rilevare una situazione. Dove sono i Lorenzo Bruni e i Luca Lo Pinto che presenziavano?

  • Olimpio

    appunto, visto che conta il COME lasciamo che vadano nella direzione ciò che vogliono!
    purché sfoderino visioni! sennò ci addormentiamo

  • Francesco Annarumma

    Caro White fu silenzio perchè davvero non mi aspettavo una tua replica. Questo indica che hai molto tempo libero a disposizione e lo dico con invidia, visto che non ho la tua fortuna. A me questo lavoro di Perrone piace, trovo che funzioni. Le singole “immagini” (anche le sculture lo sono) hanno una loro forza e riescono a camminare sulle loro gambe… e mi riferisco proprio alle due sculture che tu invece hai criticato. Se per te è determinante constatare che “Il ricomprendere l’errore nella colata di vetro è un modo ampiamente percorso” per me invece questo è un dettaglio del tutto marginale. Mi ripeto, ciò che mi interessa è il risultato e lo trovo buono. Se un artista riesce a mettere al mondo delle immagini potenti ha fatto il suo lavoro e credo che Perrone in questo caso ci sia ruscito. Caro white anche Dosso Dossi ripercorse cammini già battuti, ciò non toglie che fece buona arte.

  • perro

    artista para***o e sopravvalutato. altro che project room, manco nel sottoscala

  • @Francesco: per fare un commento ci vogliono pochi secondi, forse un minuto. E puoi farlo anche in metro o durante la pausa caffè. Che bella questa Italia operosa, che non ha tempo di riflettere. Wow

    Ma cosa significa “funziona”???? Come il termine “interessante”. E’ ovvio che se riesumiamo delle teste di pietra egiziane queste “funzionano”. Sono curiose e fanno arredamento. Ci incuriosicono, come i film di Indiana Jones, suggerisco di cercare su Google “Indiana Gioni e la Biennale di Venezia”.

    “Immagini potenti” altro modo di dire che lascia perplessi. Siamo bombardati di immagini…che poi queste siano potenti….direi commento critico troppo soggettivo.

    Queste sculture piacciono perchè sembrano provenire dal passato, si tratta di reperti archeologici, feticci. Temo che siamo ancora agli anni 90. Ma non è un male solo di Perrone, ma anche di tanti giovani artisti internazionali a cui i nostri tendono: Dan Vo, opere identiche; ma anche Fujiwara quando ricostruì sotto a Frieze uno scavo romano fasullo….

    La verità è che sono sufficienti buoni standard omologati (come questi) e poi il grosso lo fanno per pubbliche relazioni. Pensiamo alle stesse opere in una bella galleria in centro a Catania. Non ne parleremo su Artribune, ma qualche ricca signora le comprerebbe per la sua villa sul mare. E questo andrebbe benissimo. :)

  • Rudi

    ma figurati! succedeva pure nel Rinascimento!
    basta leggersi un qualsiasi libro serio di letteratura artistica!
    quello che denunci c’è sempre stato: conformismo e capacità di fare pubbliche relazioni
    non è questo il problema

    certo, una critica un po’ agguerrita e intransigente aiuterebbe a fare la scrematura prima che la faccia la storia, questo sì

  • Tempo fa anche Massimiliano Gioni mi rispose nello stesso modo. Ma il fatto che una cosa ci sia sempre stata non significa che non sia criticabile. E non in senso distruttivo ma costruttivo.

    Io percepisco tanta superficialità e mancanza di persone realmente professionali. Giacomelli di Artribune pensa invece che ci siano tante esperienze e persone che dialogano con un pubblico numeroso…..(???)

    Non esiste critica in Italia, si continuano a ripetere le medesime mostre con titoli citazioni di libri e con artisti che si dividono tra:

    -soliti noti ormai logorati (vascellari 300 personali in italia in due mesi e poi sparito)

    -giovanissimi e omologatissimi alla moda (es mostra adesso da Room a milano)

    -artisti stranieri, anche loro ormai ripetitivi (es programmazione recente Museion)

    Ma non si tratta di innovare, o di fare una nuova avanguardia. Quanto di recuperare consapevolezza dell’opera.

    • Rudi

      insomma non sei riuscito a confutarlo Gioni!

      • Gioni ha ragione, però ciò non toglie che non esiste una riflessione critica e pubblica su queste questioni. Che sono molto più importanti di quello che si pensa. Poi lo stesso Gioni ha invitato Perrone alla Biennale con un’opera che era veramente modernariato pretenzioso. Insomma c’è questa operazione nostalgia che è fighissima e inarrestabile. :)

  • i lavori di perrone erano già presenti in questa galleria degli anni settanta che però era la scenografia senza pretese di un film di dario argento
    http://www.youtube.com/watch?v=kun3bxc6Izg
    riconoscere che il lavoro di perrone è vecchio sarebbe il minimo

    • @paola: hai ragione, ma loro la chiamano CITAZIONE ed è fighissima e cool :)

  • Guardate cosa presenta Patrizio Di Massimo a Londra. La transavanguardia mitigata da Luigi Ontani. Sembra che qualcuno li costringa a fare tutti il medesimo lavoro. Il messaggio è “scateniamoci ai mercatini o in soffitta dai nostri nonni”, mentre i più bravi possono riprodurre da soli sculture o olii su tela.

    http://www.gasworks.org.uk/exhibitions/images.php?id=881#Photo3615

  • Francesco Annarumma

    transavanguardia mitigata da Ontani ??? Ma quando mai. A me pare piuttosto Savinio in salsa erotica.

  • ..hai ragione, Francesco, ma erano le 2 di notte…

    Ma ripeto il punto non è l’innovazione ma la consapevolezza dell’opera. E non è vero che non esiste un ‘azione critica latente, visto che alcune cose vengono sostenute e altre no. Ma è una critica anonima, sotterranea nascosta, poco chiara. Quando questa critica si toglierà la maschera, tutti potremo uscire alla luce del sole.

    Consiglio questo articolo di Roberto Ago: http://www.flashartonline.it/interno.php?pagina=onweb_det&id_art=669&det=ok&titolo=UNO,-NESSUNO,-CENTOMILA

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