Storia di Rammellzee, il graffitista che da New York arrivò in Puglia (ora in mostra a Bolzano)

Dagli Anni ’80 la Fondazione Carrieri Noesi di Martina Franca custodisce la memoria di Rammellzee, artista che sognava un “futurismo gotico”. Ora il Museion di Bolzano lo celebra con una mostra visitabile dal 17 ottobre 2026 al 14 marzo 2027

“Conta solo questo, che una sera di scirocco, in novembre, arrivando a Martina, con le pietre bagnate, il cielo fioccoso, le stelle come zitelle alla finestra fra nuvola e nuvola, la città vecchia è questo scrigno, è questo labirinto, è questo meraviglioso sperdersi e ritrovarsi al punto di prima“: sono queste le parole usate da Cesare Brandi quando descrive il suo arrivo a Martina Franca in una sera d’autunno. Era il 1968 e veniva pubblicato per Apollinaire una raccolta di scritti letterari e di viaggio sul candido comune della provincia di Taranto: la Signora Bianca d’Amore di Giorgio Caproni, Il paese delle spose infelici di Mario Desiati. Proprio come uno scrigno, come la definisce lo storico senese, Martina Franca custodisce tra le piccole squisite strade un gioiello protetto tra le volte di Palazzo Barnaba, davanti alla facciata barocca della chiesa di San Domenico: è la Fondazione Carrieri Noesi.

Rammellzee in residenza a Martina Franca, Studio Carrieri, 1985
Rammellzee in residenza a Martina Franca, Studio Carrieri, 1985

Rammellzee e Lidia Carrieri: l’incontro a Martina Franca

Ideatrice e memoria vivente della Fondazione è Lidia Carrieri che da gallerista di provincia degli Anni Settanta è diventata promotrice della istituzione che oggi porta il suo nome. Tutto nasce a Martina Franca, nello stesso paesaggio che Brandi aveva attraversato con stupore, e la Fondazione, inizialmente nota come Studio Carrieri, continua quel movimento di sperdersi e ritrovarsi applicandolo però alla materia stessa del collezionismo. Carrieri Noesi porta con sé un lessico fenomenologico che risale a Husserl, quello delle Ideen del 1913, dove la noesis indica l’atto soggettivo dell’intendere, il gesto con cui una coscienza si rivolge a un oggetto per percepirlo, per ricordarlo, per immaginarlo. Chiamare Noesi la fondazione martinese significa collocare l’opera oltre la sua materialità, dentro l’intelletto che la accoglie e la rinnova ogni volta che uno sguardo la incontra. Il termine, scelto insieme al critico Gabriele Perretta, si affianca alla denominazione storica di Studio Carrieri, componendo un’intestazione doppia che tiene insieme il desiderio ancora vivo di intervenire sullo stato delle cose attraverso l’arte e la continuità con le esperienze degli anni Settanta e Ottanta.

La storia della Fondazione Carrari Noesi

Baudrillard, in Le système des objets, definiva il collezionista una figura fornita di progetti, sospesa tra l’esteriorità sociale e le relazioni umane. Mario Praz preferiva la parola maniaco. Walter Benjamin coglieva in questa figura un indovino teso tra i poli del disordine e dell’ordine. La Fondazione Noesi tiene insieme queste letture, perché in Lidia Carrieri si riconoscono insieme la gallerista, la mercante, la promotrice di un’attività che dal 1968 in poi ha smesso di intendere il collezionismo come possesso, per farne una forma di cura della memoria rivolta al presente e a chi arriverà dopo. Nel 2012 il Ministero della Cultura include la Fondazione tra i luoghi del contemporaneo in Puglia, un riconoscimento che arriva al termine di un percorso lungo trentasei anni, articolato in tre stagioni distinte. La prima si apre nel 1976 a Martina Franca e si protrae fino al 1986; la seconda si sposta a Roma tra il 1987 e il 1990; la terza riporta la galleria nella città natale, dove nel 2007, dopo una lunga pausa, riapre sotto il nome che conosciamo oggi. Il primo decennio, quello aperto nel dicembre 1976, resta il più fertile sul piano espositivo, e proprio in quegli anni la gallerista avvia una collaborazione destinata a lasciare un segno duraturo nella storia del territorio: tra il 1979 e il 1981 realizza, insieme a due figure autorevoli della critica d’arte contemporanea come Enrico Crispolti e Vittorio Fagone, gli Incontri di Martina Franca.

Dagli Stati Uniti alla Puglia

Una fotografia del gennaio 1985, scattata a Martina Franca durante il convegno La Lettera Emancipata: Quattro Strateghi, fissa i critici Tommaso Trini e Achille Bonito Oliva insieme agli artisti Rammellzee, Phase Two e Daze, restituendo in un solo fotogramma l’ampiezza di un metodo che unisce la teoria e la strada, la Biennale di Venezia e il graffitismo newyorkese. Già dal 1982 Lidia Carrieri, seguendo la sua inclinazione verso l’arte sociale, guarda al graffitismo, un’esperienza nata oltreoceano e studiata in Italia da Francesca Alinovi. Dopo un viaggio a New York nel 1983 organizza, a partire dal gennaio del 1984, diverse esposizioni, e riconosce nel graffitismo, entrato ormai nella fase delle gallerie, l’idea originaria del messaggio che si muove tra le persone, con le carrozze della metropolitana che portavano quel messaggio per tutta New York a velocità supersonica.

L’arrivo di Rammellzee in Italia

Tra i kids d’America che propone al pubblico ci sono Ronnie Cutrone, Peter Grass, Keith Haring, Futura2000 e Toxic, e tra quelli che ospita Daze, Phase Two ed Ero, mentre con Rammellzee costruisce un rapporto solido, e lo porta per la prima volta in mostra in Italia. Marina Pizzarelli lo definisce “il profeta del 2000”, e la sua personale si inaugura il 28 gennaio 1984. Classe 1960, Stephen Piccirello, questo il nome all’anagrafe, è figlio di una donna afroamericana e di un italiano di passaggio a New York; Lidia Carrieri, che in quel cognome meridionale riconosce un’origine, ritiene che a Martina si sentisse italiano e che aspettasse da tempo l’occasione di partire e conoscere le sue radici.

Il “futurismo gotico” di Rammellzee

La ricerca dell’artista americano è rivolta al linguaggio, o meglio allo slanguage, come lui stesso chiama il tentativo di annullare le relazioni tra le parole e le lettere e di rovesciarne i rapporti funzionali e logici, dentro una teoria che formula come “panzerismo iconoclasta” e “futurismo gotico”. A Francesca Alinovi spiega che le lettere armate assomigliano ad antichi guerrieri medievali muniti di missili e che le lettere ornamentali si decorano di fiori come quelle dei codici miniati, e richiama i manoscritti dei monaci studiati nella biblioteca di Bryant Park: la freccia che i monaci non seppero trasformare in missile, il carro armato come meccanismo che il futurismo gotico innesta sul medioevo. Martina Franca offre a questa guerra delle lettere un palcoscenico di architetture barocche, e una fotografia lo ritrae in posa da guerriero panzerista sul tetto di Palazzo Barnaba.

Il rapporto di Rammellzee con la Puglia

Rammellzee torna più volte in Valle d’Itria e a Martina Franca è libero di sperimentare su marmi, resine e altri materiali, compresa una Fiat Cinquecento, ancora di proprietà di Lidia Carrieri, la cui carrozzeria rossa si ricopre di colori sovrapposti con le consuete bombolette. Le opere richiedono mani, e nella provincia tarantina le mani non mancano: anche una moquette impone qualcuno che la acquisti e qualcuno che ne costruisca la struttura in legno, e così Rammellzee lavora accanto agli artigiani che lo aiutano a montare. I plexiglass e la grande scultura escono dal laboratorio di un artigiano già operaio all’Italsider di Taranto e le bombolette insieme ad altri materiali, come il marmo, si cercano per tutta la Puglia, fino a Trani. Al 1985-86 risale la scultura Mettropposttersizer-Epilogue Futurism The Weather Rainer 720 Z, in ferro e zinco, colorata con vernici spray, che raccoglie questi materiali e queste idee.

STAR LIGHT, 1984
STAR LIGHT, 1984

I ricordi di una stagione artistica

Nel 1987 la gallerista martinese si trasferisce a Roma e Rammellzee la raggiunge per una mostra con le opere realizzate a Martina Franca: i plexiglass arrivano trasparenti e li dipinge nella capitale, durante l’allestimento, e con questo gesto si chiude la stagione martinese. Roma si interessa in parte, perché in quegli anni dominano la Transavanguardia di Achille Bonito Oliva e la Scuola Romana. A Martina restano le opere, le fotografie scattate tra le architetture barocche, la Cinquecento con la sua carrozzeria stratificata, la memoria di Lidia e il ricordo degli artigiani, quasi tutti scomparsi o in età molto avanzata, che il paese ha perduto insieme ai loro mestieri. Rammellzee appartiene a Martina Franca, nel modo in cui un’opera appartiene al luogo in cui è stata realizzata. Entrare nella galleria di Via Principe Umberto significa percepire l’aura del tratto dell’artista che si esprimeva in quell’hic et nunc.

Rammellzee in mostra da Museion a Bolzano

Fino al 14 marzo 2027 il Museion di Bolzano ospita TIME:LINE, ultima tappa della trilogia retrospettiva europea dedicata a Rammellzee, dopo il Palais de Tokyo di Parigi e il CAPC Musée d’Art Contemporain di Bordeaux. Nelle sale altoatesine arrivano la teoria delle lettere armate, i costumi dei Garbage Gods, le sculture di materiali recuperati. A rappresentare la mostra è una fotografia di Mimmo Laera, scattata nelle campagne della Valle d’Itria. Rammellzee è in sella a un cavallo bianco, vestito con uno dei suoi iconici stili eclettici, e solleva al cielo una videocamera (oggi conservata nell’archivio). Il legame che lo unì al Sud Italia, profondo e ancora poco raccontato, è tutto in quello scatto. Alle sue spalle, a segnare l’orizzonte, i trulli.

Paola Cellamare

Bolzano // fino al 14 marzo 2027
RAMM:ELL:ZEE TIME:LINE
MUSEION – Piazza Piero Siena, 1
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