Morto a Roma Gino Marotta. Uno di quelli che conquistano il mondo da soli. Era nato 77 anni fa a Campobasso. La sua personale è ancora in corso alla Gnam

Ha fatto in tempo a partecipare alla grande stagione dell’arte italiana del dopoguerra, fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, quando gli artisti – Burri, Fontana, Capogrossi, poi Ceroli, Kounellis, Pascali, e anche lui – mietevano successi in tutto il mondo, imponendosi per le qualità intrinseche della propria arte, della propria ricerca, prima che per […]

Gino Marotta

Ha fatto in tempo a partecipare alla grande stagione dell’arte italiana del dopoguerra, fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, quando gli artisti – Burri, Fontana, Capogrossi, poi Ceroli, Kounellis, Pascali, e anche lui – mietevano successi in tutto il mondo, imponendosi per le qualità intrinseche della propria arte, della propria ricerca, prima che per aver seguito il critico giusto al momento giusto. Una storia esemplare, di qualcuno che è riuscito ad essere pienamente italiano, ma proiettando la sua italianità nell’Ecumene: quella di Gino Marotta, il grande artista molisano (anche se molto romano, per scelte) scomparso alle quattro di notte del 16 novembre a Roma.
Era nato a Campobasso nel 1935, ma le sue prime uscite nel mondo dell’arte avvennero a Milano nel 1957, con la prima mostra personale alla galleria Montenapoleone. In quei primi anni lavora alle serie dei Bandoni e dei Piombi, realizzati in officina con la fiamma ossidrica, che presenta in mostre di grande visibilità internazionale, come la storica Pittori d’oggi Francia-Italia a Torino – dove espongono artisti del calibro di Balthus, o Léger -, o Modern Italiensk Maleri a Copenaghen. Gli sviluppi della sua ricerca vedono ampliarsi l’interesse per i materiali industriali, fino all’individuazione del metacrilato trasparente che segnerà la sua cifra identitaria. Nel 1969 espone al Musée des Arts Décoratifs a Parigi, nel 1971 alla Kunststoffe di Dusseldorf, con il famoso Bosco NaturaleArtificiale.
Sono convinto che il clima culturale di Roma dopo gli anni Sessanta sarebbe stato molto più squallido senza le grandi invenzioni tematiche di Gino Marotta”, ha scritto Pierre Restany: riassumendo la fase matura del lavoro dell’artista, sviluppatasi nel brillante clima della Capitale. Ma con un continuo approccio internazionale: espone negli anni alla Biennale di San Paolo del Brasile, alla Biennale Middelheim di Anversa, ha una sala personale alla XLI Biennale di Venezia (1984), e poi all’Expo Universale di Siviglia’92, ad Hannover, al J.F.K. Airport di New York, a Seoul, a New Delhi. La sua mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, ancora in corso, da lui inaugurata qualche settimana fa, si trasforma automaticamente in un omaggio in questi giorni a Roma. L’ex assessore alla cultura della Capitale, Umberto Croppi, che promosse una sua personale al Macro qualche anno fa e che all’artista era molto legato, sottolinea un aspetto che immediatamente dopo i momenti del cordoglio dovrà essere preso in giusta considerazione: “teneva molto al suo grande fondo di opere ed al suo archivio, ora sarà necessario occuparsene con attenzione“.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.