New York Updates: quelli di Occupy Museums sostengono robe folli e interessanti, ma fuori all’Armory (lo testimonia la nostra gallery fotografica) erano in quattro gatti. Ecco cosa ci hanno detto

Alla fine ce l’hanno fatta. Non erano in molti (anzi, erano proprio in pochi), ma ce l’hanno fatta: una open call su facebook e via a cercare di occupare l’Armory Show. Quelli di Occupy Museum erano lì sabato e sono lì anche domenica. Dove? Nei serpentoni che servono a irregimentare la lunga fila in entrata […]

Alla fine ce l’hanno fatta. Non erano in molti (anzi, erano proprio in pochi), ma ce l’hanno fatta: una open call su facebook e via a cercare di occupare l’Armory Show. Quelli di Occupy Museum erano lì sabato e sono lì anche domenica. Dove? Nei serpentoni che servono a irregimentare la lunga fila in entrata in fiera. A fare cosa? Una fiera alternativa, una fiera sostenibile (perfetto il gioco di parole Fair Art Fair). Certo, più che critica di sistema sembrano un manipolo di buontemponi: c’è la ragazza che regala riflessioni sottoforma di cartoncini colorati; c’è il tipo con il trombone che consegna banconote da un dollaro con intervento artistico in cambio di un dollaro, one-for-one. Inneggiano all’arte libera, sono convinti che i musei siano il male e rappresentino quel famoso 1% che lotta contro l’altro 99%.
Certo, poi noi, da quest’altra parte dell’Oceano, la cosa sembra incredibile. Perché, specie in Italia, ma altri paesi europei non è che son messi molto molto meglio, considerare i musei come simbolo del capitalismo cattivo l’è veramente durissima viste le condizioni di estrema povertà e precarietà in cui versano i nostri spazi culturali. Negli States è diverso: “i musei hanno conflitti di interessi pazzeschi nei loro board, nel MoMA ci sono due membri che fanno parte del board di Sotheby’s. Ancora? Dakis Joannou, membro del board del New Museum, ha esposto nel New Museum la sua collezione. Ancora? I musei funzionano come lavastoviglie per i guai fiscali dei donatori: si dona e esce puliti ed è una scorciatoia per pagare meno tasse. C’è poi abuso nel lavoro, i guardiani sono sottopagati e negli uffici amministrativi c’è grande abbondanza di lavoratori che stanno lì senza percepire nulla. I musei pagano raramente fee agli artisti per esporre. I musei promuovono il culto degli artisti-star. I musei” e questa è grossa “sono nati come piattaforma per esporre le opere rubate durante il colonialismo, dunque sono un simbolo di razzismo“.
Ecco cosa ci hanno spiegato i ragazzi di Occupy Museum fuori al The Armory Show. Temi interessanti che forse potrebbero essere meglio sviscerati in un convegno, in una pubblicazione, in un approfondimento giornalistico piuttosto che in una pagliacciata poco riuscita fuori ad una fiera d’arte. O no?

www.occupymuseums.org
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  • Condivido l’interrogativo di Artribune. Anche perchè sembra sempre di contrapporre un certo status quo ad un altro status quo… un programma politico ad un altro…e allora molto meglio quello che avviene nella fiera e nel museo, almeo sono più organizzati e molte opere sono migliori di dollari disegnati o cartonicini fotocopiati. Inoltre si tradisce sempre il vizio di volerci essere, di partecipare a quello che si critica.

    Perchè invece non ribaltare le cose, e dimostrare che può esistere un altro approccio per cui la gente sia pronta a fare la fila come all’Armory? E perchè non dire che senza i soldi di Joannou semmai il New Museum chiude….e perchè non può presentare la sua collezione..?

    Allo stesso tempo bisogna capire quale sia la differenza tra le opere nella fiera X e l’ikea evoluta. Armory come Ikea per ricchi?

    Se Paola Capata ci gode nel vendere 10 disegni a 10.000 dollari ad un tizio ricco c’è problema? Quale? Perchè?

    Forse si tratta di rinegoziare realmente l’idea di Valore, ma facendolo assaggiare..non protestando a caso…

    La ragazza che si chiede cosa sia il valore protestando fuori dalla fiera sta anche dicendo: STARE QUI’ FUORI HA VALORE. Questa Fiera, questo posta ha Valore…quindi bisogna stare attenti…penso anche ai casi italiani di occupazione della Biennale…spesso operazioni vuote (senza alcuna proposta) e ridicole…

    • SAVINO MARSEGLIA

      Luca, non fai altro che disquisire di “operazioni vuote” a mezzo di parole vuote. Come se tu giocassi con la lingua e non ti accorgi che è la lingua, purtroppo, che gioca con te. Basta esaminare, a grandi tratti, i tuoi commenti per comprendere le lacune critiche…,quando affronti l’odierno sistema dell’arte. Non esiste un esperto dell’arte che abbia sempre ragione: Avolte gli esperti cambiano opinione sull’arte per stare in sintonia con il potere culturale dominante e non in sintonia con le alternative economiche, sociali e culturali. Perchè non metti mai in discussione questo sistema perverso e malato dell’ arte che è poi una sovrastruttura dell’ odierna economia di mercato finanziario ?

  • ArtRush

    Avevo il dubbio che fossero dei ca^^oni. E me l’avete confermato….

  • We google translated the article! On the point of talking to museums inside or outside the institution, we do both! We have done actions inside the MoMA and the Whitney.

    In June we go to Berlin to the Biennale where we will experiment with operating inside the institution. The risk is always though, that the second you go inside, the politics become framed by the institution in a way that limits the critique.

    Stay up to date at occupymuseums.org. We are coming to a museum near you. The economic crisis is in all parts of our society! Occupy Everything!

  • Interessante. Per una volta l’inglese che deve tradurre l’italiano per capire. Un po’ di colonialismo al contrario (contrary colonialism).

    Non dovete occupare degli spazi. In questo modo date solo forza e valore alle cose che criticate. Fuck “occupy everything”.

    Dovete occupare una nuova idea (NEW IDEA) di Valore. Per fare questo è meglio mantenere una distanza fisica e concettuale dal sistema e DAGLI SPAZI che volete criticare o mettere in discussione.

    lr
    manda una pizza alla T293:
    http://www.whlr.blogspot.com/

  • Angelov

    ..”una pagliacciata”… certo ognuno è libero di giudicare al riguardo. Ma le Istanze del Nuovo non dovrebbero essere minimizzate in termini così sbrigativi. Libertà e spontaneismo ci fa troppa paura. Si percepisce subito l’incombente presenza della Precarietà.
    Luca Rossi vorrei ricordarti che anche alle provocazioni c’è un limite, superato quello, One Show , One Spectator: Just You. Tradotto: a parte quello di Amleto, molti dei monologhi venuti dopo, potrebbero anche non interessare troppo.