Vi è solo un paese in occidente che non punta sulla cultura e la creatività come fattori strategici di sviluppo. Indovinate un po’ quale..

Dal noto “più giochi più vinci”, al necessario “più investi più cresci”. Questo in sintesi l’incipit del messaggio emerso dalla presentazione del IX Rapporto Civita che ha messo il fuoco sui guai della cultura nostrana ancor prima della videoinchiesta di Presa Diretta, andata in onda domenica sera. Gli enti locali in particolare debbono puntare sulle loro ricchezze […]

Dal noto “più giochi più vinci”, al necessario “più investi più cresci”. Questo in sintesi l’incipit del messaggio emerso dalla presentazione del IX Rapporto Civita che ha messo il fuoco sui guai della cultura nostrana ancor prima della videoinchiesta di Presa Diretta, andata in onda domenica sera. Gli enti locali in particolare debbono puntare sulle loro ricchezze in tempi di magri trasferimenti statali. E allora come cresce il reddito pro capite di una città che investe in Cultura? Qual è l’impatto che la Cultura può avere sull’occupazione a livello urbano? In che modo l’offerta culturale è in grado di influenzare la crescita turistica di una città?
Queste le principali domande stimolate dal dibattito sul rapporto curato da Marco Cammelli, Professore di Diritto amministrativo presso l’Università di Bologna, e Pietro A. Valentino, Docente di Economia Urbana presso La Sapienza, di cui si è discusso venerdì scorso al Maxxi di Roma, tra città, cultura ed economia.
Entrata oggi a pieno titolo nella definizione dei livelli di qualità della vita dei cittadini, capace di accrescere la coesione sociale e produrre effetti significativi nei processi di rigenerazione urbana, la cultura rappresenta, sempre di più, una cartina di tornasole della percezione che si ha dell’immagine di una città anche dall’esterno. Malgrado il vantaggio competitivo ereditato dalle nostre città d’arte e la straordinaria creatività diffusa, l’Italia risulta agli ultimi posti, quando non del tutto assente, nelle principali graduatorie relative alle città che, più di altre, hanno puntato sulla cultura e sulle industrie creative per sostenere processi di sviluppo.
Nessuna città italiana figura, ad esempio, nella graduatoria della PriceWaterhouseCoopers sulle Cities of Opportunity, dove sulla base di diversi indicatori (dalla qualità delle università alla percentuale di laureati) viene misurato il Capitale Intellettuale urbano; anche qui le gerarchie sono sempre le stesse: prima viene Londra, poi Parigi, poi Tokio e così via.
Rispetto ai grandi poli culturali europei (Londra, Parigi, Berlino – il competitor più innovativo nel campo dell’industria culturale europea – e Barcellona), le città italiane, anche quelle che più hanno investito in cultura, mostrano una capacità di offerta nettamente inferiore. In termini di politiche, risultati raggiunti e infrastrutture create, tale distanza sembra ormai difficilmente colmabile, almeno nell’immediato.
Prendendo in riferimento i dati raccolti e pubblicati dall’Eurostat e da indagini ad hoc condotte in questi ultimi anni in alcune grandi città e considerando le dinamiche relative a reddito, occupazione e turismo sopra citate, i risultati parlano chiaro. Laddove esiste un minimo di creatività, è possibile costituire elementi di contesto che ne possano facilitare la crescita e incanalarla non solo verso attività di grande godimento estetico ma anche, e soprattutto, di ritorno economico. Per accorciare queste distanze, le nostre città dovranno rimboccarsi le maniche con decisione e, date le scarse risorse oggi a disposizione, mettere in atto politiche quanto più possibile mirate e trovare nuove e più snelle formule di collaborazione col settore privato. Del resto, gli interventi funzionano quando le infrastrutture culturali viaggiano assieme al processo di valorizzazione del patrimonio. Purtroppo, come si evince dai dati che seguono, le politiche culturali urbane in Italia non sembrano essere interessate a cogliere questa sfida. Forse perché si tratta di politiche a medio lunga gittata e dunque superiori al mandato medio di qualsiasi sindaco e qualsiasi consiliatura?
Si è notato che, analizzando le variazione dei redditi urbani pro capite, le città che hanno puntato di più sulla cultura e sulla creatività negli anni più recenti (come, per esempio, Bilbao, Siviglia o Edimburgo) presentano tassi di crescita nettamente superiori alla media europea. Le altre città considerate, da Marsiglia, a Lione, a Manchester, e tutte le principali città d’arte italiane, hanno registrato tassi di crescita del reddito inferiori alla media europea per diverse ragioni: in parte perché hanno iniziato più tardi ad investire sul settore, in parte perché – e questo sembra essere il caso italiano – godendo di una “rendita di posizione” hanno investito meno e, infine, perché le strategie settoriali perseguite sono state o poco definite o scarsamente integrate con le altre politiche urbane.
Insomma, come è stato giustamente affermato a margine della presentazione del Rapporto, occorre riconsegnare alla cultura nuova centralità nelle strategie per lo sviluppo del Paese.

– Antonio Capitano

  • I nostri governanti, forse non hanno ancora capito che la civiltà di un popolo si basa sulla cultura, meno si investe in cultura e più la civiltà e la democrazia regredisce, mi vien quasi da pensare; che sia una strategia voluta?