È il Curiger&Baratta day: chiude la Biennale di Venezia, con 440mila visitatori e una marea di record

Il punto di forza della mostra? “L’interazione tra opere, artisti e pubblico, tra l’accademismo e la sperimentazione”. Il simbolo della Biennale? “I parapadiglioni, in particolare quello di Oscar Tuazon ai Giardini”. Poche parole per noi di Artribune che la intervistavamo, e pochi minuti da dedicare alla conferenza di chiusura della Biennale di Venezia. Poi Bice […]

Paolo Baratta e Bice Curiger durante la conferenza stampa

Il punto di forza della mostra? “L’interazione tra opere, artisti e pubblico, tra l’accademismo e la sperimentazione”. Il simbolo della Biennale? “I parapadiglioni, in particolare quello di Oscar Tuazon ai Giardini”. Poche parole per noi di Artribune che la intervistavamo, e pochi minuti da dedicare alla conferenza di chiusura della Biennale di Venezia. Poi Bice Curiger scappa via, l’inizio di Meetings on Art incombe, da brava svizzera corre a lavorare, invece di star lì ad incassare successo e lodi.
Perché di successo si tratta, ben più ampio di quanto anche i più ottimisti potessero prevedere: record di visitatori, oltre 440mila, +18% rispetto ai 375mila del 2009. Con tanti altri dati a confermare il trend: oltre 4.500 i giornalisti accreditati (+20% rispetto al 2009), 25 settimane al primo posto tra le esposizioni italiane più visitate, con una media giornaliera di 2850 visitatori e afflussi record in particolare nel weekend del 29 e 30 ottobre, con 12.420 persone.
L’abbiamo già detto tante volte, lo ripetiamo: la Biennale si riconferma tra le più interessanti e attive piattaforme culturali del mondo. “Una delle più festose, allegre e intelligenti mostre Internazionali degli ultimi anni”, l’ha definita il Presidente Baratta, che non si è sbilanciato (nonostante la visita privata, nel pomeriggio di sabato, del neo ministro per i Beni Culturali Lorenzo Ornaghi) su una sua probabile riconferma. Ma è ritornato più volte, durante il suo lungo discorso di chiusura, sul meritato successo della Biennale, “un’istituzione che ha saputo coniugare quantità e qualità, popolarità e sofisticatezza. Quella di Arti Visive è ormai diventata una mostra popolare, senza però aver mai concesso nulla al populismo degli eventi”.
Una tensione continua tra energia e cambiamento (riassunta nella metafora della “macchina del vento”) che ha portato alla Biennale credibilità e stima a livello internazionale. Fu di Baratta l’idea di adottare la formula di una grande mostra centrale, affidata alla curatela di un unico direttore (primo fu Harald Szeemann nel 1999), affiancata, in maniera distinta e separata, alle mostre dei Padiglioni Nazionali, che svincolò la Biennale dall’essere solo un evento espositivo, rafforzando l’immagine e l’organizzazione di un’istituzione che si rinnova come un luogo di ricerca e sperimentazione.

– Tommaso Speretta

  • Paola Di Felice

    Mi dispiace, malgrado le molteplici e sperticate lodi questa Biennale non mi ha proprio convinto. La presenza dei magnifici teleri di Tintoretto dal mio punto di vista ha “illuminato” la desolante pochezza delle opere messe a confronto (o dialogo, che dir si voglia). Come puo’ un visitatore non sentirsi infastidito dall’opera Weisses Laecheln e dalla sua impalpabile e rarefatta artisticita’?
    E’ perche’ anche la Biennale, un ambito che dovrebbe essere avulso dalle aberrazioni nostrane e transeunti, deve insozzarsi di ritratti di megalomani donnaioli e volgari che con le loro reti televisive ed il turpiloquio verbale ed intellettuale hanno reso l’italia un paese peggiore? Scusatemi, e’ un mio limite ma io Elio vestito da San Francesco non lo tollero alla Biennale. Sara’ una riflessione sulla vacuita’ italiana? Forse ma perche’ qeusti sconfinamenti? Veramente non ci sono alternative e no resta che inserire un musicista pop-demenziale con la sua comicita’ ammiccante e furbetta? Elio e’ davvero una delle menti piu’ brillanti e provocatorie del nostro panorama culturale? A Me sembra piu’ come la pizza quattro stagione che va bene con tutti gli ingredienti: lo abbiamo sdoganato e osannato a Sanremo con cachet da record per condurre il dopofestival per poi promuoverlo, o santificarlo, e permettergli l’ingresso nel Sancta Sanctorum della cultura piu’ raffinata della Biennale. Niente di personale, solo l’interrogativo sulla necessita’ della sua presenza. A questo punto perche’ non Morgan o tutti gli altri aberranti prodotti televisivi?
    Il ritirarsi di Cattelan all’alba del suo piu’ grande riconoscimento formale e’ un gesto di una soprendente onesta’ intellettuale che lo pone una distanze siderale.
    A parte cio’ perche’ un’istituzione piu’ che centeneria e cosi’ prestigiosa e volta ad illuminare ed innalzare lo spirito dei visitatori debba invece ridurli alla dimensione tutta terrena e sottoporli al freddo ed a barriere architettoniche? Visitare la biennale con un bambino di 8 mesi e’ un’impresa complicata, per un disabile forse impossibile. Ne consegue il fastidioso dubbio che il tutto sia organizzato per una determinata categoria di pubblico e che in fondo in fondo la poca attenzione nei confronti di tante categorie di pubblico dimostrino di una certa insopprimibile autoreferenzialita’. Chissa’ cosa ne direbbe oggi Riccardo Selvatico.