Ci sono cose che funzionano, per una quantità indefinita di persone, come la famosa madeleine di Proust: ti basta inciamparci, per caso, ed improvvisamente il viaggio alla ricerca del tempo perduto si compie. Attivatori collettivi di nostalgie infantili, inzuppate di tenerezza. Un istante solo, e si torna indietro in mezzo a un groviglio di ricordi o sensazioni, dispersi tra i doppifondi della memoria. Cose come i Barpapapà. Che per le generazioni nate tra gli anni Settanta e Ottanta restano tra le icone incancellabili della propria stagione dell’ingenuità.
Compagni di giochi e di fantasticherie, Barbapapà, Barbamamma e la sfilza di figlioletti – ognuno con un colore e una vocazione, un carattere, un hobby e una personalità – sono stati (e sono ancora) il romanzo didattico più lieve, più rassicurante e insieme più progressista dato in pasto ai pargoli di mezzo mondo. Famiglia tradizionale – ai tempi c’era solo quella da prendere in considerazione – molto amore e un bel campionario di valori autentici, con costruirsi una prima (e bellissima) idea delle cose.

I Barbapapà – nome che arriva dall’espressione francese barbe a papa, ovvero zucchero filato – erano fan dichiarati della natura, della cultura, dell’arte, dello sport, della scienza, della musica, del bello, del buono e della solidarietà. Ecologisti, salutisti, tolleranti, studiosi, generosi, rispettosi del pianeta, degli animali e delle persone, avevano anche il vantaggio di potersi adattare plasticamente alle situazioni, cambiando forma a seconda delle necessità. Esseri di pongo, nati sotto terra da misteriosi bulbi, per i quali tutto era possibile: l’immaginazione, chiave segreta e imprescindibile, diventava astuzia, gioco, intelligenza, desiderio, volontà. Senza dimenticare la lezione fondamentale: mai avere paura del diverso. Barbapapà, inizialmente guardato con sospetto ed emarginato, per via della sua forma anomala e imponente, presto avrebbe conquistato la fiducia di tutti, grazie al suo cuore generoso.

I creatori di questa fortunatissima saga sono Talus Taylor, nato a San Francisco nel 1933, e Annette Tison. Incontratisi a Parigi, si innamorarono e non si lasciarono più. E nel 1970 partorirono il loro capolavoro. La serie televisiva e a fumetti, con gli episodi dell’allegra famigliola, sarebbe stata esportata in ogni dove, mietendo successi clamorosi. Nel 1973 il primo film, un lungometraggio di circa 70 minuti, in cui si racconta come nacquero i Barbapapà, come misero su casa e come si integrarono nella società. Un idillio destinato a finire. A un certo punto, stanchi del traffico, della caccia, dell’inquinamento, i Barbapapà decisero di lasciare la terra a bordo di un’astronave, uan specie di Arca di Noè contemporanea. Tutti isnieme, in viaggio verso altri lidi più giusti e più felici.

Nel tempo divennero mitiche alcune espressioni, come il celebre “barbatrucco”, fioccarono gadget e giocattoli, e persino la sigla, cantata in diverse lingue e in Italia affidata a Roberto Vecchioni, è ancora un cult.
Talus Taylor, una vita dietro le quinte, senza mai concedersi alla stampa e alla mondanità, è comparso lo scorso 19 febbraio. Ma la notizia della sua morte è giunta solo il 2 marzo, tramite il quotidiano Le Figaro. Tutto il mondo, all’unisono, celebra oggi quest’uomo mite e geniale, la sua vita spesa per nutrire i sogni dei bambini, e le sue piccole creature immortali. Vecchi amici di famiglia, che ancora stanno lì, nel cassetto dei ricordi, a raccontare una forma possibile, sensibile e virtuosa con cui riplasmare il mondo. E renderlo migliore.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.