Alessandra Ariatti e Chantal Joffe. Ritratti affettivi

La Collezione Maramotti di Reggio Emilia ospita due pittrici. Un progetto su commissione si trasforma in una doppia personale che lega due madri, due coetanee e due donne nell’universo emotivo della pittura. Le abbiamo intervistate per farci raccontare com’è nata l’idea di questo dialogo artistico.

Al piano terra, nelle sale antistanti gli uffici della Collezione Maramotti, Alessandra Ariatti (Reggio Emilia, 1969; vive a Borzano di Albinea) e Chantal Joffe (St Alban’s, Vermont, 1969; vive a Londra) si presentano. Sono le due pittrici selezionate per raccontare il tempo femminile dei rapporti umani in un progetto nato su commissione. Sette dipinti si raccolgono, divisi, attorno al titolo di Ritratto di donne. Due serie di lavori comunicanti, ma apparentemente agli antipodi, per modalità compositiva, scelta cromatica, tecnica pittorica, riflessione estetica e temporalità gestuali.
Ariatti dipinge persone strette da un abbraccio, soggetti ai quali appartiene una precisione rappresentativa quasi fotografica, funzionale alla possibilità di sondarne la profondità psicologica e l’intensità di interrelazione umana. Legami, questo il titolo conferito alla sua serie di lavori di grandi dimensioni, si sofferma essenzialmente sui volti e sull’accentuazione delle loro relazioni con la vita quotidiana; sottolineate dalla particolare preponderanza degli sguardi, aperti sulla pelle come viaggi d’esplorazione e di attraversamenti.

Chantal Joffe
Chantal Joffe

Joffe rincorre, invece, il tempo di sua nipote, la sedicenne Moll, che viene ritratta dall’artista americana dalla nascita e ricorsivamente. Nelle quattro opere esposte, la pittrice rappresenta la figura della ragazza a tratti distorta e a tratti dissolta in ambienti dall’apparenza domestica; stanze senza pareti, affidate a colori acidi, a colature e ad aperture prospettiche. I dettagli del viso, dei vestiti e dell’ambiente vengono trasferiti all’interno di una sorta d’architettura pittorica indagatrice, dalle cromie contrastanti, difficili e sentimentali. Due galassie umane, diametralmente opposte, eppure, a causa della loro implicita diversità, tangenti. Toccanti, in tutti i sensi.

Quale la tua definizione di ritratto?
Alessandra Ariatti: Il ritratto è un dispositivo che permette di penetrare il soggetto prescelto, vestendone quasi le sembianze, in un’immersione osmotica continua. Le sue fattezze servono a contenere, riportare e registrare intatte le sue esperienze. Secondo una modalità decisamente classica, tra armonia delle proporzioni e trasposizione di una complessità espressiva. Per questo motivo ritengo che il ritratto debba corrispondere il più possibile al vero, avvicinandosi, come una lente di ingrandimento, a rughe, espressioni, dettagli, gesti e sguardi. Da rendere immortali, legati all’atto del dipingere. Altrimenti il ritratto diventa un pretesto per esprimere qualcos’altro, una lirica che non aderisce all’identità del personaggio, ma che invece riflette la singolarità dell’artista e del suo sguardo.
Chantal Joffe: Dopo aver scattato molte foto, ritengo sia semplicemente l’immagine di una persona, trasmessa in maniera diretta sulla tela, senza altra intermediazione.

Alessandra Ariatti, Silvia, Monica e Giorgio. “La Provvidenza nascerà prima del sole” (Lacordaire), 2010-2013, © the Artist, Courtesy the Artist and Collezione Maramotti, Ph. C. Dario Lasagni
Alessandra Ariatti, Silvia, Monica e Giorgio. “La Provvidenza nascerà prima del sole” (Lacordaire), 2010-2013, © the Artist, Courtesy the Artist and Collezione Maramotti, Ph. C. Dario Lasagni

Ricordi il primo ritratto che hai fatto, potresti descriverlo?
A.A.: Avrò avuto all’incirca dodici o tredici anni. Cominciai a fare una serie di ritratti di profilo dei miei genitori e dei miei zii. Non li trasferivo mai sulla tela come volti frontali, ma sempre e solo come linee, minimali ma decisamente realistici. Ancora adesso mi colpiscono per la grande immediatezza che volevano trasmettere; erano semplici tratti di matita senza esigenza alcuna. Mi piacerebbe tornare a ritrarre così. Seguendo la libertà, la freschezza di un ritorno. Quei volti, quelle linee erano tirate dal vero, senza la mediazione della fotografia, elemento che, invece, oggi regola tempi e approcci dei miei interventi pittorici.
C.J.: Si, me lo ricordo bene, era un ritratto su carta di una mia vicina di casa. Si stava per trasferire, ma io l’avrei voluta tenere sempre vicino a me, così ne ho fatto un disegno. Poi però non ho fatto tempo a farglielo vedere, a darglielo. Così l’ho avuta sempre con me attraverso quel foglio.

Quale sentimento, quale rapporto non deve mai venire a mancare tra il soggetto e la sua rappresentazione?
A.A.: Un’aderenza spirituale, una sorta di dimensione di contatto difficile da perdere durante il tempo di composizione. Ogni dettaglio che si riesce a far trasparire diventa un punto di tangenza, di responsabilità tra il tempo passato e il presente, tra il vissuto e la modalità di come è stato speso. Mi rendo conto io stessa che nell’atto del dipingere le espressioni del mio volto condizionano e inscrivono sulla pelle la qualità del mio tempo. Bisogna arrivare a dipingere come se non esistesse uno scollamento tra l’immagine che gli altri vedono e la nostra interiorità.
C.J.: A mio modo di vedere non esistono regole. Ma ogni ritratto resta sempre e comunque un’interpretazione, più o meno vicina alla realtà, e alla dimensione dalla quale provengono entrambe le parti. Che, forse, altrimenti non verrebbero mai in contatto.

Alessandra Ariatti, Vilma e Gianfranca. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Vangelo di Matteo 10,8), 2010-2013, © the Artist, Courtesy the Artist and Collezione Maramotti. Ph. C. Dario
Alessandra Ariatti, Vilma e Gianfranca. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Vangelo di Matteo 10,8), 2010-2013, © the Artist, Courtesy the Artist and Collezione Maramotti. Ph. C. Dario

E tra il soggetto e l’artista?
A.A.: Le confidenze, le condivisioni. Ogni volta che ritraggo qualcuno me ne lascio così tanto coinvolgere da pensare, metaforicamente, di rivivere in quella persona. Per questo motivo non dipingo mai persone totalmente estranee. Non è una ricerca che al momento mi incuriosisce approfondire.
C.J.: Questo resterà sempre un enigma, perché nell’atto di dipingere si modifica e si concretizza sempre uno sguardo, un giudizio, forse dell’uno verso l’altro. Per quanto riguarda Moll ho solo cercato di leggere la sua introversione, così urlata e, allo stesso tempo, così silenziosa.

Chi è il soggetto perfetto? Esiste?
A.A.: Non ho mai pensato all’esistenza di un soggetto perfetto. Ogni persona trasmette un’idea di sé maturata anche attraverso i pensieri dell’artista. Inoltre, me ne rendo conto io stessa, che più lavoro alla composizione di una tela più cresco interiormente, cambiando la mia opinione, la mia lettura iniziale di chi ho avuto con me. Quando rimango concentrata su me stessa comunico nel silenzio, senza parole, esprimendo valori diversi, di cui non mi sarei potuta mai rendere conto altrimenti. D’altra parte, anche quando lo spettatore guarda, a sua volta, compie un viaggio verso se stesso instaurando un dialogo con il dipinto.
C.J.: Ogni dipinto è nuovo per me. Ogni volta mi confronto con la tela bianca come se fosse la prima, oppure l’ultima. Amo mantenere una sorta di purezza, di candore, di innocenza nei riguardi del mio approccio pittorico. Lasciandomi attraversare.

Chantal Joffe – Moll, 2001. Courtesy l’artista, Victoria Miro Gallery, Collezione Maramotti © Chantal Joffe
Chantal Joffe – Moll, 2001. Courtesy l’artista, Victoria Miro Gallery, Collezione Maramotti
© Chantal Joffe

Tecnicamente, come tracci i contorni dei tuoi soggetti e quanto sono importanti?
A.A.: Riporto una quadrettatura su tela e faccio aderire l’immagine dei volti, che traccio come una semplice linea, senza chiaroscuri, costituendo l’anima portante del lavoro. Poi comincio a stendere strati e strati di colore che servono a riempire le forme attraverso, anche, ad esempio, l’utilizzo di diverse campiture. Come se dovessi dar vita ad una persona reale, a partire dagli organi interni per poi risalire, riaffiorare sulla superficie della pelle. Bisogna sviscerare il soggetto, estrapolandolo dalla sua fotografia, al di là dei veli che lo nascondono agli occhi degli altri, facendolo, infine, tornare fuori.
C.J.: Comincio a dipingere direttamente sulla tela, senza disegni preparatori e senza l’utilizzo di tracce a matita. Per me i lineamenti sono il risultato di un distacco, tra il soggetto e il suo mondo, tra la mia figurazione e la sua esistenza.

Potresti esprimere un augurio che accompagni fino al pubblico i tuoi lavori, all’interno di questo progetto?
A.A.: Vorrei che i visitatori riuscissero a trovare il tempo per entrare in comunicazione con loro stessi, con quel che genera ogni pensiero, liberandosi dal superfluo e accedendo a una forma di conoscenza differente. Vorrei che non ci fossero pregiudizi nell’osservazione di ogni connotato, riflettendo, vicendevolmente e letteralmente, l’esistenza di una profondità.
C.J.: Vorrei che le persone, attraverso i miei dipinti, scoprissero non solo il mondo emotivo di una ragazza. Una persona che deve rimanere sola con sé stessa, ma che non può fare a meno di stare in mezzo ad estranei. Secondo me, infatti, la pittura è il solo luogo che riesce a proteggere quella figura di adolescente, tramettendola al pubblico nella sua integrità.

Ginevra Bria

Reggio Emilia // fino al 12 aprile 2015
Ritratto di donne: Alessandra Ariatti | Legami – Chantal Joffe | Moll
COLLEZIONE MARAMOTTI
Via Fratelli Cervi 66
0522 382484
[email protected]
www.collezionemaramotti.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/38204/ritratto-di-donne

 

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.