Z come Zona, o come Zisa. A Palermo c’è Zac

ReOpen Palermo. Un ritornello che porta bene. Una sigla con cui indicare la lenta riapertura dei Cantieri Culturali alla Zisa. Le ex Officine Ducrot, gigantesco complesso di archeologia industriale, provano a uscire dal torpore e dal degrado. A partire proprio dall’arte contemporanea. Da oggi è in funzione il padiglione Zac. Da domani occorrerà capire come farlo funzionare…

ZAC, Zisa/Zona Arte Contemporanea - foto Rosellina Garbo

Zac. Un taglio netto: col passato recente, con l’inerzia imperante, con quell’eredità di degrado consegnata dall’ultima amministrazione. Un taglio con la solita morte apparente che Palermo ha imparato a gestire, ad accettare. Un po’ per colpa e un po’ per destino, forse  per impotenza, forse per rassegnazione. Queste le premesse, queste le intenzioni. Nell’attesa dei fatti. Zac si chiama il nuovo spazio dei Canteri Culturali alla Zisa, presentato ieri in conferenza stampa, nell’entusiasmo generale, con una commossa e inevitabile dedica al compianto Andrea Di Marco.
Zac, che è un acronimo multifunzione: una Z che sta per Zona o per Zisa, a piacere. E poi “arti contemporanee”, rigorosamente al plurale.  Si ricomincia dunque. Dopo un anno e mezzo di proteste, di sit-in, di riunioni a oltranza e di stati di agitazione; dopo una serie di azioni e mediazioni tra il movimento I Cantieri che Vogliamo e le Istituzioni; dopo la battaglia  per liberare il complesso delle ex officine Ducrot dallo stato d’abbandono a cui i dieci anni di amministrazione Cammarata lo avevano condannato. Oggi, terminata questa lunghissima via crucis, rieletto Leoluca Orlando e nominato Francesco Giambrone assessore alla Cultura, si ridisegna la vecchia compagine amministrativa di quei gloriosi anni Novanta, quando gli spazi dismessi della Zisa furono recuperati e destinati a grandi eventi culturali. Bob WilsonPhilip Glass, Richard LongCarsten Höller, Thierry Salmon…: la memoria corre fino al tempo lieto che fu, con una nostalgia magari eccessiva, gonfiata dal vuoto spinto del presente. Nel mezzo, tra quell’esperienza politico-culturale e la nuova stagione orlandiana, ci sono montagne di rifiuti (ai Cantieri ne hanno raccolti ben 174 tonnellate!), strutture fatiscenti e un silenzio assordante, immotivato. La città privata di qualunque input, progetto, visione.

Zac, una veduta dall’alto – foto Rosellina Garbo

Ricominciare non è facile. Ora che le casse sono vuote, ora che lo spauracchio del default fa capolino un giorno sì e l’altro pure, ora che si tratta di togliere di mezzo le macerie e poi, con una buona dose di generosità e di genialità, inventarsi una strategia per sopravvivere.  E Zac è giusto un primo segnale. La testimonianza di una comune volontà, di una vitalità rivendicata. Si è in sostanza riaperto un padiglione, quello destinato a diventare Museo d’Arte Contemporanea di Palermo, spazio ultimato, rifinito, ma incredibilmente mai utilizzato. Un fantasma mastodontico. Si è accesa la luce, letteralmente e metaforicamente. L’ambiente è  unico, luminosissimo, un immenso hangar in cui una volta si costruivano gli idrovolanti. Arduo gestirlo, capire cosa farne. E ancora, in effetti, non si è capito granché. Intanto si apre. E si affida il tutto al monitoraggio di un comitato, chiamato a lavorare a titolo gratuito. Dentro ci sono artisti, critici, galleristi, docenti, rappresentanti delle Istituzioni locali: Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Daniela Bigi, Emilia Valenza, Gianna Di Piazza, Luciana Giunta, Eva Di Stefano, Paolo Falcone, Francesco Pantaleone, Antonella Purpura, Alessandro Rais, Sergio Troisi.

La conferenza stampa di presentazione di Zac

Il primo evento? Un laboratorio, della durata di tre mesi (da dicembre 2012 fino alla metà di marzo), che accoglierà nell’enorme spazio un centinaio di artisti giovanissimi e di studenti, coinvolti per un lungo work in progress. Nell’arco del trimestre alcuni professionisti e operatori dell’arte,  trovatisi a transitare da Palermo, saranno coinvolti per offrire dei contributi e interagire. Non un’apertura in pompa magna, dunque. Non la passerella per un artistar, non un palco per un group show internazionale, non un mega evento confezionato per il più storico dei restart. Una cosa piccola, ma fatta con slancio. Il senso? Esserci, dare un segnale di vita, offrire un’occasione di ricerca ai talenti più freschi, quelli da formare, quelli da intercettare, quelli da nutrire e a cui allungare speranze, modelli, iniezioni di senso e di fiducia. Quelli che non costano nulla, per altro. Perché il budget, anche stavolta, è pari a zero. Forse qualche euro per comprare colori e pennelli, se si riesce a far quadrare i conti. Per il resto la nobile sfida sarà quella del riciclo: polistirolo, legno, ferro, carta… Tutto quello che si potrà recuperare nelle immense fabbriche Ducrot diventerà materiale prezioso nelle mani da alchimisti dei ragazzi di Zac. Gli Anni Novanta sono lontani, quasi mitologici, perduti nell’epica di una primavera di battaglie e di conquiste.

Francesco Giambrone, Assessore alla Cultura del Comune di Palermo

E poi? Cosa diventeranno i Cantieri? Cosa ne sarà di questo padiglione chiamato Museo, che piuttosto vuole assomigliare a un centro di sperimentazione e di produzione? Dove si troveranno, nella morsa dell’austerity presente e futura, le risorse necessarie? Lo abbiamo chiesto a Francesco Giambrone: “Lo spazio apre con una formula di gestione diretta da parte dell’amministrazione comunale – ci spiega l’assessore – con l’assunzione degli oneri relativi alla manutenzione e ad alcune attività. Ma siamo consapevoli che non è questo il modello possibile. Va trovata una soluzione”.
Niente di più vero. Anche perché i limiti della passata gestione sono chiarissimi. I Cantieri, in origine, funzionarono come un  grande contenitore da riempire, di volta in volta, con eventi direttamente finanziati dalle allora pingui casse comunali. Un modello estemporaneo, strettamente legato alle governance e alle occasioni del momento. E questo, Giambrone, lo sa: “Se a quel tempo li avessimo trasformati in uno spazio autonomo, una fondazione per esempio, in cui il Comune garantiva l’identità pubblica e indirizzava le politiche culturali, ecco, probabilmente qualcuno non avrebbe permesso l’accumulo di tonnellate di spazzatura negli anni a venire”. Autocritica sana.

I Cantieri Culturali alla Zisa, uno dei padiglioni – © foto Studio Camera/Franco Lannino

L’obiettivo primo, dunque, è quello di assegnare uno statuto giuridico alla struttura, per preservarla dai cambi di governo, dia giri di poltrone, dai destini incerti della politica e delle economie: “È un terreno delicato, altre esperienze in Italia sono naufragate, bisogna lavorare, discutere: ci diamo un tempo per trovare la formula giusta, il modello migliore per noi”. Un modello che possa consentire a questo straordinario pachiderma di autosostenersi, innanzitutto.
Ed ecco spuntare la parolina magica, quella che tutti la vogliono e tutti la temono: privati. “Li coinvolgeremo – assicura Giambrone – ma non privatizzeremo lo spazio pubblico, che è cosa diversa. Il bando elaborato dall’ex giunta Cammarata affidava ai privati i padiglioni e non si preoccupava, per esempio, di coinvolgere il mondo del non profit. Noi dobbiamo invece far sì che questo posto viva grazie al mondo dell’associazionismo, secondo un modello sostenibile, insieme a privati che gestiscano una rete di servizi accessori, quelli che noi non potremmo mai reggere: un ristorante, una caffetteria, una casa editrice, una libreria, un negozio di dischi…”.

Zac

D’accordo. Ma se al privato si assegnano i servizi, e non si offre la gestione, dove si trovano i fondi per i contenuti? Sponsor? Protocolli d’intesa con altri enti pubblici o fondazioni? Gestioni copartecipate? Modello Kunstverein? Non si sa. Tutto da capire, da valutare. E per farlo, ci tiene a sottolinearlo Giambrone, è imprescindibile il rapporto con i movimenti che hanno guidato la protesta: “Movimenti benemeriti, che, in una condizione di totale assenza della politica, hanno posto con forza un tema centrale: la gestione dello spazio pubblico. Io stesso ho fondato i Cantieri che Vogliamo, ci ho creduto moltissimo. Ma adesso va gestita una fase diversa. Perché se l’iniziativa nasceva per via della latitanza di un’amministrazione, adesso le cose sono cambiate. L’amministrazione c’è e ha a cuore la questione. Per intenderci, Zac non apre perché esistono i Cantieri che Vogliamo, l’avrei aperto lo stesso, con loro o senza di loro. Il dialogo quindi c’è, ma il processo è lungo. Dobbiamo costruire delle cose molto difficili e non vogliamo farlo da soli”. Questa è l’unica certezza, ad oggi. Assieme a un’altra, amara. Quel richiamo alla realtà con cui occorre fare i conti, sogni o non sogni: “Il bilancio 2013 è ancora in via di definizione, ma non v’è dubbio che cercheremo risorse per i Cantieri. Ci sono purtroppo difficoltà a reperire risorse, è un bilancio complicato. Però abbiamo sempre sostenuto che le politiche culturali sono centrali nell’azione di governo della città. Dirlo, senza trovare le risorse, significherebbe fare solo chiacchiere”.

Il movimento I Cantieri che Vogliamo durante l’azione di riapertura per il Cinema dei Cantieri

Insomma, Zac è oggi un ottimistico taglio. Uno strappo, una pagina voltata, l’immagine fragorosa di un incipit. È un segnale, bello e solitario. Ancora senza budget, senza una struttura museale, senza un progetto di sviluppo, senza uno status giuridico, senza una programmazione, senza un orizzonte chiaro. Zac è la volontà di essere Zac. Per il resto c’è da attendere, ma anche da partecipare. Perché il messaggio è chiaro: questa cosa la facciamo insieme, istituzioni, privati, associazioni, professionisti. Dal basso, come si usa oggi. Masticando il verbo della “partecipazione”. Oltre la logica facile del consenso, magari, e a favore di quella del bene collettivo. Continuando a costruire, ancora, quei “Cantieri che vogliamo”.

Helga Marsala

Zac
opening: 17 dicembre 2012, ore 17
Cantieri Culturali alla Zisa – Via Gili 4, Palermo

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Giorgia

    Brava Helga!
    Questa iniziativa ci ridà enorme gioia e speranza in una Palermo in letargo!