Maurizio Cattelan: back in Varsavia

Dopo l’indigestione del Guggenheim, Maurizio Cattelan torna con una mostra di ridotte dimensioni. Solo sette opere, ma la ghost track è davvero esplosiva. Siamo andati a vederla a Varsavia, dove è allestita al Castello Ujazdowski – diretto da Fabio Cavallucci – fino al 23 febbraio.

Maurizio Cattelan, Untitled, 2004 - veduta dell’installazione presso il CCA Ujazdowski Castle, Varsavia 2012 - Photo: Zeno Zotti - Courtesy of Maurizio Cattelan’s Archive

Dicembre 2000: a Varsavia viene esposta La nona ora, in una mostra a cura di Harald Szeemann. Il parlamentare europeo Witold Tomczak si scaglia fisicamente contro l’opera durante l’inaugurazione, determinando la fine dell’esposizione. Seguono le dimissioni della direttrice di Zacheta e un aspro dibattito su censura e libertà d’espressione. A distanza di dodici anni, Maurizio Cattelan torna sul luogo del delitto, ma in una Polonia molto diversa. La sua mostra è stata a lungo attesa e invocata dal pubblico, anche se un’eco dell’accaduto si legge tra le righe di avvertenza, affisse a cinquecento metri dall’ingresso: “Exhibition contains works that may cause strong emotions“.
L’inizio non è in sordina: Untitled (2007), la figura di ragazzino impiccato a un pennone, accoglierà per tre mesi visitatori del Castello Ujazdowski e passanti, con un’illuminazione notturna in grado di rafforzarne la drammaticità. All’interno, un numero ristretto di opere in dialogo tra loro. L’overture con labrador e pulcino accenna alla crocifissione femminile, tema che ritorna a pochi metri nella figura di un cavallo abbattuto con l’insegna “INRI” conficcata nel costato, mentre il duplice e straniante autoritratto su letto di morte non fa che rendere ancora più esplicita l’atmosfera crepuscolare degli ultimi anni. Temi come morte, sofferenza, colpa e solitudine riecheggiano in modo definitivo nel titolo Amen, mentre sul catalogo trovano fondamento in un’antologia di frammenti che va da Leibniz a Baudrillard, passando per Gombrowicz e Szymborska.

Maurizio Cattelan, We, 2010 / Untitled, 2009 – veduta dell’installazione presso il CCA Ujazdowski Castle, Varsavia 2012 – Photo: Zeno Zotti – Courtesy of Maurizio Cattelan’s Archive

La mostra è efficace, in grado di mantenere alta la tensione in uno spazio limitato. Eppure a un anno dalla grandiosa retrospettiva del Guggenheim, resta una domanda: a cosa serve organizzare una personale di Cattelan dopo aver visto già “tutto”? La risposta si trova fuori dalle mura dell’Ujazdowski, in Ulica Prózna. Sui suoi due lati si sfidano i colori squillanti di facciate da poco restaurate di rimpetto a quelli dimessi di edifici in mattoni rossi sbeccati e pericolanti. All’interno di questi ultimi, dietro un vecchio e pesante portone di legno, si può scorgere una figura inginocchiata in controluce di fronte a cancello chiuso. Ai passanti che si domandano chi sia, risponde un guardiano: “To Hitler!”. Ogni dettaglio, unito alla consapevolezza di essere nel cuore del ghetto di Varsavia, contribuisce a scatenare una micidiale cassa di risonanza, rendendo improvvisamente concreta l’avvertenza iniziale.

Maurizio Cattelan, Untitled, 2007 / Untitled, 2007 – veduta dell’installazione presso il CCA Ujazdowski Castle, Varsavia 2012 – Photo: Zeno Zotti – Courtesy of Maurizio Cattelan’s Archive

Diventa chiaro quanto Cattelan non stia bluffando, quanto tutto sia terribilmente serio. Uno dei suoi lavori più noti e celebrati, già esposto in molteplici sedi, acquista qui un senso più profondamente tragico. Scava un vuoto nello spettore e impone silenzio. L’Hitler messo in castigo in tanti angoli di galleria si scopre simbolo tremendo di un’espiazione impossibile. E non sembra più blasfemo scomodare la paura e la compassione aristoteliche o le vertigini teologiche di Dostoevskij per descrivere ciò che l’opera e il suo contesto sono in grado di suscitare.

Stefano Mazzoni

Varsavia // fino al 23 febbraio 2013
Maurizio Cattelan – Amen
a cura di Justyna Wesołowska
CSW UJAZDOWSKI
ul. Jazdów 2
+48 (0)22 628 76 83
[email protected]
www.csw.art.pl
 

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Stefano Mazzoni
Stefano Mazzoni (Padova, 1979), critico e curatore, si interessa di estetica e di critica e storia dell’arte e del design. Tra le sue mostre: Giovanni Sacchi & Italian Industrial Design [Re-Edition] (Sesto San Giovanni, 2010), Reflux di Alex Bellan (Padova, 2011 con Stefania Schiavon), Utopia corporis. Corporeità incarnate (Milano, 2011 con Emanuele Beluffi) e Disegnare una forma che pensa, Il cinema italiano nel manifesto polacco (Cracovia, 2011). Dal 2006 al 2010 ha curato ordinamento e inventariazione dell'Archivio Giovanni Sacchi, collaborando all'allestimento dello spazio museale; nello stesso periodo ha partecipato all'avventura editoriale di Vibrisselibri. Suoi articoli sono stati pubblicati dalle riviste Exibart, Mousse, Teknemedia. Ha fatto parte della giuria che ha attribuito il premio della critica a WRO 2011, la biennale di media art di Breslavia. Dal 2009, cura con Emanuele Beluffi il sito Kritika. Collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Cracovia.
  • ritorna Berlusconi ritorna Cattelan : http://whlr.blogspot.it/2011/11/padiglione-italia.html?m=1

  • “…resta una domanda: a cosa serve organizzare una personale di Cattelan dopo aver visto già “tutto”? ”

    Giusta domanda a cui la risposta è nel suo percorso consumato nel tentativo di spettacolarizzare una situazione, soprattutto mediaticamente.

    Peccato che passato quell’attimo tutto si svuota rapidamente. Trovo che le sue opere, ora che sono passati pochi anni paiono così vecchie e superate.

  • non sono d’accordo. Il problema è che la critica d’arte (dove c’è…) e la curatela sono confuse, spaesate e incapaci di trovare nuove ragioni e nuove urgenze che non siano nella caccia di immaginari (vedi giovani indiana jones, ikea evoluta, smart relativism, ecc) o nella riproposizione di codici e propaggini dell’arte pop. Questo è il problema. Siamo ancora a giocherellare con gli anni 90.

  • Angelov

    Ma forse, come qualcuno, alcuni anni fa, si accorse che il Medium era diventato lui stesso il Messaggio, ora bisognerebbe riconoscere che i Curatori sono diventati loro stessi gli Artisti; o forse non proprio così, ma uno “sfasamento” di ruoli e significati c’è stato.

  • Sul ruolo di curaore-artista….direi regista sono ormai state scritte pagine. Non c’è nulla di male, il curatore spesso tende a diventare artista-regista quando il lavoro degli artisti diventa uno standard-sfumatura posto su una tavolozza di colori: il quadro finale lo compone il curatore.

    Non a caso l’intervento più efficace è l’hitler inginocchiato abbandonato, come in un flash mob, nel ghetto ebraico. Con la possibilità di quella sola immagine quasi rubata da dietro e da distante. Ed è l’intervento forse più distante dal museo; ma non si tratta neanche di uscire ostinatamente dal museo, quanto di avere una nuova consapevolezza nel lavorare tra museo, realtà e immaginazione mediata della realtà stessa.

    • Lorenzo Marras

      efficace per chi Luca ? abbandonare significa mettere al bando, bandire, esporre in buobna sostanza. Ma quale Hitler io ti chiedo viene esposto ? quello nella testa di Cattelan , ludico e funzionale esclusivamente al suo esibirsi o invece un Hitler ben piu’ incombente e che riguarda il genere, ….UMANO?
      Capirai bene che quando si mette in esibizione , la molteplicita’ dei significati possono prendere il luogo di realta’.

    • Stefano Mazzoni

      A onor del vero non si tratta dell’unica modalita’ di visione dell’opera. Mi è stata mostrata una foto scattata, con un po’ di spirito d’avventura, attraverso un buco nel recinto sul lato opposto del cortile. Probabilmente era stato possibile soltanto inserendo il cellulare nella fessura e scattando alla cieca, ottenendone un’immagine storta e sfuocata, ma che ingrandita permetteva di notare come la statua fosse senza volto. Immagino che questo abbia una serie di motivi pratici, oltre ad un paio di implicazioni teoriche o simboliche. Del resto si tratta di un’opera concepita per essere vista da dietro. Ma lascia anche la suggestione che l’immagine efficace sia soltanto quella costruita per essere “quasi rubata”, mentre quella rubata davvero risulta completamente inefficace ed innocua. Del resto qui sopra si parla di “immaginazione mediata dalla realtà” e probabilmente è valido anche il reciproco “realtà mediata dall’immaginazione”.

      • Quel che dici è interessante ed anche curioso: “senza volto” diventa l’effige di chiunque e, quindi, solo vedendola da dietro e conoscendo il lavoro originale si può supporre che si tratti di quello. A questo punto sarebbe bastato uno statement del tipo “Immaginare Adolf Hitler inginocchiato a chieder perdono in un angolo buio del Ghetto di Varsavia” magari scritto in un bel gotico antico …

        • Stefano Mazzoni

          Di chiunque e di nessuno.
          Poi, non credo che la mera descrizione avrebbe avuto lo stesso effetto. Ma è anche vero che uno “statement” è presente (e necessario soprattutto per i passanti ignari) nelle parole degli addetti alla sorveglianza: “Quello è Hitler” (altra cosa su cui potrebbe valere la pena di riflettere).
          L’identità dell’opera (l’Him inginocchiato visto di fronte) è poi completata dai manifesti della mostra (gli stessi che avevano fatto discutere nella mostra milanese di Palazzo Reale qualche anno fa). Non sono visibili in prossimità del ghetto o nella stessa via Prozna, ma immagino che siano comunque stati affissi in vari luoghi della città.

          • …potrebbe essere ma, se ci rifletto, quasi mi convinco che lo “statement” di cui al mio post precedente, stampato (in polacco o addirittura in iddish) ed affisso per le vie di Varsavia e del ghetto, avrebbe avuto anche maggior effetto che non una figura resa anonima, in penombra e (per chi non conosce l’originale) anche se gli dici “Quello è Hitler” potrebbe anche pensare che si sia inginocchiato a cercare un bottone perso dal gilet o per meglio osservare un dettaglio del cancello di fronte a lui.

          • Lorenzo Marras

            Mazzoni ma scusi se si dice : “quello è Hitler” non esiste nessun bisogno di riflettere.
            L’oggetto Hitler viene tranquillamente assorbito dal soggetto chiamante e cosi’ il compito ha la sua fine, come insegna una buona ,collaudata nonche’ efficace Metafisica.

            Altro che magari sfugge.. potrebbe , chesso’ riguardare la domanda intorno all’Hitlerismo (oppure meglio dire ombra dell’ Hitlerismo) in cui , NESSUNA metafisica non avrebbe cosi’ facile presa come nel caso dell’ “Hitler” trattato come una bambola gonfiabile qualunque.
            Ma a Cattelan professionista tutto d’un pezzo , questo non importa, Lui è interessato all’immaginario collettivo (cosi come esso si impone) e non alle particolarita’.
            In fondo, come dargli torto, la sua non è forse una causa simile a quella di ogni buon meccanico, che ha a cuore che la vettura da lui riparata, funzioni?
            A che serve domandare ? se si fanno domande le si faccia esclusivamente funzionali all’opera, come le SUE , dico bene Mazzoni ?

          • Stefano Mazzoni

            In effetti, Marras, ha ragione. Sono partito da un presupposto positivo, sulla base dell’esperienza che ne ho avuto, dal quale ho poi cercato di chiarire perché l’oepra sia efficace e cosa la faccia funzionare (e in quel senso proponevo una riflessione sul fatto che la sua identità sia demandata alla dichiarazione di qualcuno, e non su quella frase in sé). Ma non credo che, spostando la questione sul piano a cui mi costringe, sia sufficiente lo spazio qui concesso per porre e rispondere alle altre domande. Prometto di prendermi il tempo e lo spazio necessario per farlo in altra sede.

  • Aldo (milano)

    Che palle !!!

  • la bolla stà scoppiando?

  • MicheleM

    Beh da uno che ha detto: “Hai mai visto un pensionato tornare indietro, in fabbrica? Io francamente no” quando ha annunciato il suo ritiro – visto che le sue belle “ideine” erano finite… che tristezza. Se l’arte è questo nel suo punto massimo non si può che vomitare.

    • …mah! Io non credo che abbia esaurito le sue idee, credo, invece, che abbia perso (un po’ o del tutto, mon so) interesse a questo modo di esprimerle e che stia (in realtà già da un bel po’) rivolgendo il suo interesse ad altri spazi creativi.
      Ti devo poi precisare che, per me, questa non è “l’arte nel suo punto massimo” ma, nello stesso tempo, trovo i suoi lavori (molti dei) molto interessanti, altri (non pochissimi) molto meno, ma quasi nessuno “vomitevole”… naturalmente questa è solo la mia modestissima opinione e credo che ciascuno abbia diritto e ragione di formarsi ed avere la propria.

      • MicheleM

        sono giorni che cerco di rispondere al commento di Luciano Gerini ma non vedo comparire il mio commento…

  • Sono d’accordo con Stefano Mazzoni. Non parliamo del livello che a volte assumono questi commenti..

  • …commento molto oscuro…

    • Lorenzo Marras

      No no Luciano, Luca sa quello che vuole. Lui si che conosce la via che conduce all’opera d’arte.
      Ha il metodo , le categorie, la logica necessaria che gli consentono di stabilire se una cosa va bene e quando non va , le parole giuste per negare.
      Insomma quando leggi Luca , non puoi fare a meno di dirti : “ecco una volonta’ che ha trovato una VERITA’ – e che funziona anche.

      Non è forse questo il terreno da cui si originano tutte le specie di CATTELAN ? no no , nessuna oscurita’ , qui c è una legge del discorso che prevale .

      • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

        Caro Lorenzo sono pienamente d’accordo con te. Vista l’occasione ho deciso attraverso una Pitonessa di mia fiducia di consultare in proposito lo spirito di Tristan Tzara perché anche lui si è voluto in questa intervista interrogarsi sulla scia di Whitehouse sulla funzione dell’arte. Di seguito troverete la trascrizione di questa mia incursione nel regno dei morti:

        Pitonessa medium:
        Signor Tzara, come spiega l’oblio in cui è caduto il dadaismo e allo stesso tempo la straordinaria influenza che ha avuto sulle successive avanguardie ?
        Tzara:
        Dadà è come un fiume carsico che scompare e riaffiora. Dipende solo dal desiderio di libertà di chi vi aderisce. Del resto dada non volevo convincere nessuno e ad ognuno voleva lasciare la libertà di fare l’arte che più desiderava. Ognuno di noi inseguiva il desiderio di essere dimenticato, ognuno era consapevole dell’inutilità dell’opera artistica. Certo un’opera che avesse il coraggio di spaventare gli spiriti servili degli artisti alla ricerca di una popolarità avida di soldi, un simile mostro non sarebbe da disprezzare…
        P:
        Cosa diresti oggi dell’arte e degli artisti ?

        T:
        Gli artisti oggi apprezzano gli irti filamenti velenosi dell’industria dell’arte. L’arte è necessaria ? Chi grida contro di essa e oggi si grida molto senza saperlo desidera per lei una confortevole protezione. Cercano l’immortalità, ma che senso ha essere a favore del futuro, se ognuno di noi sa già di dover morire. Anche Dada è morto.

        P:
        In un mondo dove prevale la spettacolorizzazione estetica ed edonistica come vedi il ruolo dell’artista oggi ?

        T:
        Be’ non sara l’ora che tacciano. Quando la menzogna circola saluta il signor Opportunismo e il Signor Comodo . Io l’arresto e diventa verità. Non sarà l’ora che dada ritorni in bicicletta a fare il poliziotto ? L’orgogliosa palude in cui l’artista si crogiola è come una stella che sbadiglia, si appoggia e s’affonda. Sul suo seno sta scritto: tu creperai !

        P:
        Ma non esiste allora una via di uscita ?

        T:
        Ognuno di noi ha commesso degli errori, ma il più grande degli errori è quello di aver fatto arte. Capisco che il cicaleccio sia incoraggiato dai cicisbei delle gallerie, dalle imprese di pompe funebri museali, dal monopolio delle fondazione artistiche, dalle fabbriche culturali e dalle case di riposo artistiche, quelle volgarmente note come residenze d’artista…. Ma solo la naturalezza è naturale o forse è Dada ? L’arte è forse necessaria ? E ancora è necessario creare i canili artistici o batterie d’allevamento di polli chimicamente addittivati ? La via d’uscita è la vita, che supera ogni arte perché c’è un tempo per nascere, un tempo per creare e un tempo per morire. Comunque sopra ogni cosa il dubbio… Diffidate di me, diffidate di Dada. Io sono contro Dada, ad esempio, altrimenti non sarei un vero dadaista. Infine miei cari confratelli : buono o cattivo Dada religione o poesia, spirito o scetticismo… Creperete tutti e voi creperete, ve lo giuro….

        Buona lettura !!!!!

        • Lorenzo Marras

          Savino , L’Arte che nega se stessa e ,negandosi si fa , è sempre stata messa alla porta. La bestia Platone è stato il primo a farlo e senza neppure vergogna.

          ti ho detto tutto e veramente TUTTO.
          Ciao Savino , un grazie alla tua Toscana perche’ esiste.

  • Emanuele

    Qualcuno puo indicarmi cosa apprezza di Cattelan?

  • Signori, l’arte ha la funzione di avere una funzione. Se un dipinto arreda bene il mio salotto quel dipinto ha valore; poi posso scoprire che ci sono dipinti che arredano meglio il salotto o posso scoprire che arredare il salotto non è così importante.

    L’opera viene sempre abbandonata, da Cattelan come da qualsiasi altro artista (il blog in questo è innovativo), e la stessa cosa vale per qualsiasi “opera” nel mondo esterno al museo. Il valore dell’opera non sta nell’opera ma nella modalità-atteggiamento da cui discende. Tale valore contribuisce però al prezzo dell’opera (insieme ad altre variabili) perchè l’opera è TESTIMONE di quel determinato atteggiamento-modalità di valore.

    Quindi se vogliamo rintracciare il valore dell’opera dobbiamo mettere in dialogo nella nostra testa tre cose: l’opera come progetto finito, la didascalia e il contesto. Questo lo facciamo anche nella vita di tutti i giorni, prendendo anche grandi cantonate, in quanto la didascalia la dobbiamo fare noi…

    Cattelan, insieme ad altri fa parte dei nipotini di Duchamp, che dopo il 1989 come succede in campo politico con i nazionalismi, sviluppano tramite un modo individuale le ultime propaggini dell’arte POP.

    Cattelan oggi è la reiterazione di un valore anni 90, che in questi ultimi anni è stato rinnovato a mio parere in modo coerente ed efficace. Le sue opere sono testimoni di un certo atteggiamento-modalità di valore. Questo fin dai suoi esordi con diverse sfumature…

    L’attenzione al contesto, alla provocazione, sono codici pop di valore in quanto innescano una discussione e un confronto…esattamente come sta avvenendo ora.

    Su altri motivi di valore di cattelan rimando al corso che sto organizzando un po’ in tutta italia.

    • Tanto per essere chiari e schietti se la tua frase di prima “Non parliamo del livello che a volte assumono questi commenti.” intendeva riferirsi a commenti come questo tuo ultimo, sono perfettamente d’accordo e la condivido pienamente .

      • eh ma non sei/siete mai in grado di contro argomentare. Servirebbe un corso intensivo per Luciano, Savino, Lorenzo Marras e ci mettiamo anche Gianni…avete una visione delle cose totalmente distorta. Ma è un segno di questi tempi.

        • Ah! Perché la delirante sfilza di mere affermazioni che hai snocciolato nel tuo post, alcune delle quali senza senso compiuto, alcune incomprensibili, le altre più e piú volte dimostrate infondate ( su queste stesse pagine), secondo te sono “argomentazioni” … speriamo che Morsiani sia meglio, se no anche i 5€ a lezione saranno proprio denari gettati dalla finestra… ma ti è mai sfiorata l’idea che forse sei tu che hai una “visione totalmente distorta” e un gran bisogno di una buona scuola e di una buona dose di umiltà e senso dei tuoi limiti?

          • Gianni

            Alle mie argomentazioni hai risposto svicolando e eludendo
            le conclusioni.
            Commenti con un…appunto,infatti…per poi dire tutto il contrario.
            Se ti sembra che tutti vadano contromano,fossi in te,
            mi farei delle domande.

          • l’arte ha la funzione di avere una funzione. Se un dipinto arreda bene il mio salotto quel dipinto ha valore; poi posso scoprire che ci sono dipinti che arredano meglio il salotto o posso scoprire che arredare il salotto non è così importante.

            L’opera viene sempre abbandonata, da Cattelan come da qualsiasi altro artista (il blog in questo è innovativo), e la stessa cosa vale per qualsiasi “opera” nel mondo esterno al museo. Il valore dell’opera non sta nell’opera ma nella modalità-atteggiamento da cui discende. Tale valore contribuisce però al prezzo dell’opera (insieme ad altre variabili) perchè l’opera è TESTIMONE di quel determinato atteggiamento-modalità di valore.

            Quindi se vogliamo rintracciare il valore dell’opera dobbiamo mettere in dialogo nella nostra testa tre cose: l’opera come progetto finito, la didascalia e il contesto. Questo lo facciamo anche nella vita di tutti i giorni, prendendo anche grandi cantonate, in quanto la didascalia la dobbiamo fare noi…

            Cattelan, insieme ad altri fa parte dei nipotini di Duchamp, che dopo il 1989 come succede in campo politico con i nazionalismi, sviluppano tramite un modo individuale le ultime propaggini dell’arte POP.

            Cattelan oggi è la reiterazione di un valore anni 90, che in questi ultimi anni è stato rinnovato a mio parere in modo coerente ed efficace. Le sue opere sono testimoni di un certo atteggiamento-modalità di valore. Questo fin dai suoi esordi con diverse sfumature…

            L’attenzione al contesto, alla provocazione, sono codici pop di valore in quanto innescano una discussione e un confronto…esattamente come sta avvenendo ora.

            Su altri motivi di valore di cattelan rimando al corso che sto organizzando un po’ in tutta italia.

        • Lorenzo Marras

          Luca, vada per il corso. Gli esami non finiscono piu’ , è da quando sono venuto in questo mondo che ho a che fare con “educatori” che ti dicono che bisogna attraversare solo in presenza delle strisce zebrate ed io dico grazie.
          Oh… perlomeno io confesso apertamente di essere uno scolaro che ha bisogno di un aiutino Luca; ma tu , mio dio, liberati da quella spocchia da inaugurazione mostra.
          Ma guarda questo, quando la butta in Cattelan, non ragiona piu’, è piu’ REALISTA del RE.
          Luca fammi il favore, va a confessarti da Don Gioni e nel frattempo ti ordino tre ave marie due pater noster e leggiti il corrierino dei piccoli dal primo numero a quando, boh , non so, vada quando è terminato.

        • Savino Marseglia

          Il non accettare l’ortodossia che tu cerchi di imporre ad un pensiero diverso dal tuo significa non essere in grado di contro argomentare ? Le tue parole, al di là dei contenuti, denotano una volontà di livellamento del pensiero. Le tue non sono opinioni, bensì linee direttrici su cui intendi incanalare ogni tipo di discussione, su ogni tema. Cito: “Signori, l’arte ha la funzione di avere una funzione” sono modi di porsi di chi non accetta il dialogo, di chi non offre una proposta di riflessione, ma bensì di chi ama salire in cattedra e imporre il proprio punto di vista.

          Per quanto riguarda Cattelan è comprensibile che si tratta di catechesi volte non a promuovere un artista, bensì a vendere un prodotto. Il valore di mercato di un qualunque artista, la diffusione che conosce il suo lavoro non indicano in alcun modo il talento dell’artista stesso o la qualità della sua opera. Il linguaggio di Cattelan è povero e non introduce alcuna innovazione di tipo formale. La sua proposta artistica è il simulacro del luogo comune, la rappresentazione estetica dei gusti di una elite noiosa che non giunge al pubblico. Insomma se Cattelan è l’artista del momento, ciò non è per decreto del pubblico, che rimane essenzialmente indifferente rispetto alla banalità di certe proposte. Stranamente i mezzi cui ricorre quali ad esempio il linguaggio pubblicitario non giungono in alcun modo al pubblico. Evidentemente utilizza in maniera non corretta un linguaggio che crede di padroneggiare abilmente.

          In conclusione è molto più istruttivo proporre un corso sull’utilizzo della luce nell’arte medioevale, sull’uso del colore nella pittura fiamminga, sul Ciclo dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara ecc. che perdere il proprio tempo in un noioso catechismo da parroco di campagna sui feticci di Cattelan. Immagino un catechismo vecchia maniera fatto di domande e risposte. Ricordo ai partecipanti ai corsi su Cattelan di imparare a memoria le risposte e di non fare troppe domande perché non è consentito in alcun modo l’esercizio del dubbio !

  • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

    Ma non sarà che Whitehouse sotto sotto ha qualche dubbio sull’opera di Cattelan ? Mi dispiacerebbe molto. In fondo non vedo la ragione di intraprendere sul suolo italico una simile opera catechetica, visto l’immenso valore che ognuno di noi non può fare a meno di tributare al grande artista.

    Non vorrei che Whitehouse facesse la fine di San Paolo ad Atene dinanzi all’Areopago. I pagani lo beffeggiavano e gli dissero che su questo argomento l’avrebbero ascoltato un’altra volta….

    • Arkadij

      ovviamente, luca, ascolta solo se stesso…

  • oblomov

    che noia….che pot pourri “gnurant”di sacro, simbolico, tassodermistico ecc…che tristezza…no cultura, no arte, no nulla…i nostri tempi si meritano questa arte..

  • i nostri tempi son cambiati e molti preferiscono stare nel passato…

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