Sta arrivando la primavera in Marocco?

Intorno a sé ha paesi che sono stati sconvolti dalla Primavera Araba. Lui invece procede – almeno pare – placidamente sulla propria strada monarchica e apparentemente moderata. E l’arte? Esiste in Marocco, almeno fra Rabat, Casablanca e soprattutto Marrakesh. C’è una biennale, due fiere, un re interessato, un paio di banche…

Matthew Stone & Phoebe Collings-James - photo France Aline

Nel 2002, quando a Rabat ho fondato L’appartement 22, sembravano possibili cambiamenti nel contesto culturale marocchino. Con il mio lavoro di curatore, editore e critico, ho raccolto le energie della ‘generazione 00s’: artisti, film maker, scrittori e intellettuali che immaginavano un ambiente culturale basato sulla collaborazione e l’autonomia. Per contrastare la mancanza di investimenti nella cultura in Morocco, ho organizzato delle ‘spedizioni’, ossia dei viaggi nei villaggi delle Rif Mountains con artisti internazionali, oltre a discutere con l’Università di Rabat per fondare un nuovo dipartimento dedicato all’arte. Ho però capito subito la difficoltà, per non dire l’impossibilità, di creare cambiamenti all’interno del sistema, vista la poca considerazione in cui sono tenute le idee indipendenti. Ho allora deciso di trasformare la mia casa in un art space. Ora, a dieci anni di distanza, sono consapevole che i cambiamenti in Marocco sono processi lenti da costruire, e che il sistema dei ‘Makhzen’, la struttura che centralizza il potere nelle mani di poche famiglie vicine alla monarchia, supporta soltanto festival estivi e attività folkloristiche, e non la scena contemporanea”.
Pesa ogni parola Abdellah Karroum, classe 1970 e figura di riferimento imprescindibile per la scena artistica contemporanea marocchina. Globetrotter instancabile, è riuscito a linkare Rabat con il resto del mondo, non solo attraverso le mostre, gli incontri e le residenze de L’appartement 22, ma anche grazie al suo lavoro di curatore internazionale. Dopo il dottorato all’Università di Bordeaux, ha curato diverse mostre per il CAPC Musée d’art contemporain, ha diretto le biennali di Dakar, Gwangju e Marrakech rispettivamente nel 2006, 2008 e 2009 e, su invito del direttore artistico Okwui Enwezor, la prossima Triennale di Parigi.

Nadim Samman e Carson Chan, curatori della 4° Biennale di Marrakech

Esistono progetti simili a L’appartement 22 in Marocco? “La Cinémathèque di Tangeri”, risponde Karroum, “è un progetto di Yto Barrada, anche se ora hanno anche un archivio e una collezione. La Source du Lion a Casablanca, un progetto dell’artista Hassan Darsi, e Le Cube a Rabat, entrambe residenze e spazi espositivi. A Casablanca possiamo ricordare anche l’art space Le 17e, o il design space L’Appart du 2e. Creare spazi per l’arte è stato in questi ultimi anni una necessità: dovrebbero esserci tanti musei quante moschee, e tante gallerie quanti nightclub”.
Elisabeth Piskernik, direttrice e fondatrice di Le Cube – independent art room, è perfettamente in sintonia con Karroum riguardo alla necessità di creare piattaforme di lavoro internazionali: “Pur non tralasciando la scena locale, con incontri all’Accademia d’arte di Tetouan e workshop con studenti delle elementari, per le nostre mostre e residenze abbiamo collaborato con l’Istituto di cultura francese, spagnolo, italiano e con il Goethe-Institut. Abbiamo inoltre presentato Le Collectif 212, gruppo di artisti formato da Amina Benbouchta, Safaa Erruas, Jamila Lamrani, Hassan Echaïr, Younès Rahmoun, Imad Mansour e Myriam Mihindou”.
Quando abbiamo fondato Le Collectif 212 sentivamo la necessità di mostrare una nuova scena artistica, lontana da quella del passato, per mostrare segni di vitalità e cosmopolitismo”, commenta la bella e enigmatica Amina Benbouchta. E aggiunge: “Certo, si parla ancora di un numero ristretto di persone. Le grandi istituzioni, cosi come il pubblico generico, sono ancora piuttosto lontani dall’arte contemporanea”.

Younes Baba-Ali

Il cosmopolitismo auspicato da Benbouchta è arrivato in Marocco grazie alla Biennale di Marrakech, il primo festival trilingue in Nordafrica dedicato ad arte, cinema e letteratura, fondato dalla londinese Vanessa Branson nel 2005. La Branson ha un background da gallerista (è stata direttrice della Vanessa Devereux Gallery tra il 1986 e il 1991) e ha fondato the Portobello arts festival. Nel 2002, insieme a Howell James CBE, ha comprato un antico palazzo in rovina che ha trasformato nel boutique hotel Riad El Fenn. La Biennale, giunta alla sua quarta edizione, negli anni ha portato in città artisti come Isaac Julien, Francis Alÿs, Chto Delat?, Yto Barrada, i registi John Boorman, il curatore cinematografico della Tate Modern Stuart Comer e Alan Yentob, creative director della BBC.
Ho conosciuto Vanessa Branson qui a Marrakesh nel 2009. Ero rimasto veramente impressionato dal dinamismo della Biennale”, racconta Nadim Samman, curatore insieme a Carson Chan di questa edizione. “Un anno dopo è venuta alla mostra di Alexander Ponomarev da me curata alla Calvert 22 Foundation di Londra e abbiamo iniziato a frequentarci, ma non mi aspettavo il suo invito a curare la Biennale. Insieme a lei e a Chan abbiamo pensato a una mostra che coinvolgesse artigiani e studenti dell’Université Cadi Ayyad per lavorare con 37 artisti internazionali, tra cui Matthew Stone & Phoebe Collings-James, Karthik Pandian, Aleksandra Domanovic, CocoRosie, Jon Nash, Juergen Mayer H e Roger Hiorns. Gli artisti hanno svolto due residenze in città (per la ricerca e la produzione del lavoro) in modo tale che non si sentissero turisti che portano opere realizzate altrove. Gli studenti hanno accompagnato e seguito gli artisti in tutte le fasi lavorative durante la realizzazione di opere estremamente diverse tra loro: performance, sculture, installazioni, film, concerti. Non penso a ‘Higher Atlas’ come a una mostra di oggetti, quanto a una successione di contesti. L’unico indizio che abbiamo dato agli artisti è di confrontarsi con la geografia del Paese, le montagne dell’Atlante (che si possono vedere dalla città). Da qui il nome della mostra, per creare una cartografia dell’altrove”. Tanti gli eventi collaterali alla Biennale. Tra questi, le Dar al-Ma’mûn Conversations, tre tavole rotonde sull’identità in Africa e nel Medio Oriente, a cui partecipano fra gli altri Catherine David, Negar Azimi (editor di Bidoun Magazine), WJT Mitchell, Katarzyna Pieprzak, autrice del libro Imagined Museums: Art and Modernity in Postcolonial Morocco.

Dar Al-Ma’mûn

Per chi è in zona per la Biennale, un passaggio merita senz’altro il Dar Al-Ma’mûn, centro internazionale per artisti e traduttori. “Un’associazione non profit fondata da Moali Redha, senza alcun supporto pubblico, il cui scopo è sostenere la cultura locale attraverso scambi interculturali”, racconta Carleen Hamon mentre ci mostra la biblioteca (aperta a tutti) e gli atelier degli artisti. “Il centro è stato creato nel 2010, i traduttori si occupano di autori contemporanei non ancora tradotti in arabo. Alla fine di quest’anno aprirà l’Art Center, che potrà ospitare fino a cinque mostre temporanee, mentre ora abbiamo artisti in residenza. Nella prima giuria selezionatrice abbiamo invitato Marc-Olivier Wahler, il direttore del Palais de Tokyo. Da questo incontro è nata l’idea di ‘Low mountains’, mostra da lui curata per Dar Al-Ma’mûn durante la Biennale, mentre noi siamo parte del programma offsite parigino chiamato Chalets de Tokyo”.
Questi incontri fanno immaginare il Marocco come un hub creativo. In realtà, appena ci si sposta da Marrakesh o da Rabat, ci si rende conto che la scena reale, quella vissuta dai residenti, è ben diversa, come aveva già indicato Amina Benbouchta. Anne Laure Sowann, titolare della galleria Venise Cadre di Casablanca, spazio storico fondato nel 1957, da sempre punto di riferimento per l’arte marocchina, confessa: “L’arte contemporanea in Marocco è ancora molto di nicchia, nasce solo dopo l’indipendenza dalla Francia del ’56. Per avere un riconoscimento internazionale e poter costruire un turismo di tipo culturale, dovremmo presentare artisti marocchini in grandi eventi internazionali, come Venise Cadre sta facendo da diverso tempo. Oltre ai collezionisti storici che comprano principalmente artisti tradizionali marocchini, esiste una nuova generazione di collezionisti, nati tra gli Anni Settanta e Ottanta, che ha invece un approccio speculativo, perché spera di fare grandi profitti investendo in arte. La Bank du Maroc ha un museo in cui presenta la sua collezione, la Société Générale organizza tre-quattro volte all’anno mostre sulle loro recenti acquisizioni. Inoltre, grazie alla passione per l’arte dell’attuale re del Marocco, ci sono diversi progetti di fondazioni pubbliche che dovrebbero vedere la luce nei prossimi anni”.

Bianco-Valente a Marrakech

Rocco Orlacchio, collezionista partenopeo e fondatore-direttore della Voice Gallery (spazio aperto a Marrakech alla fine dello scorso anno con una mostra di Bianco-Valente), riassume così: “La scena artistica è in divenire; non so quanto tempo ancora ci vorrà per un suo riconoscimento istituzionale. Non intravedo cambiamenti repentini, ma la crescita del Paese lascia ben sperare. Le banche per ora non investono in nulla di sperimentale, ma forse, così come hanno già fatto molti collezionisti, iniziano a comprendere che nel tempo gli investimenti più commerciali rendono meno. Eventi come la Biennale e le fiere – la prima Art Fair di Marrakesh è del 2010, quella di Casablanca è invece dello scorso anno – creano dinamismo, oltre a diffondere il lavoro della galleria in tutto il Paese”.
Sarà sicuramente interessante osservare, nel corso degli anni, come si svilupperà la scena artistica marocchina. Per rispondere a domande tipo questa: Marrakesh rimarrà una location strategica per il piacere di intraprendenti londinesi o, grazie al sostegno e alla presenza di molteplici attori internazionali, diventerà l’avamposto del cambiamento?

Lorenza Pignatti

Marrakech // fino al 3 giugno 2012
4° Biennale di Marrakech
a cura di Nadim Samman e Carson Chan
THEATRE ROYAL
[email protected]
higheratlas.aimbiennale.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6