A Parigi una doppia mostra celebra il talento di uno stilista sui generis, che preferisce l’“invisibilità” rispetto al clamore dell’attuale fashion system.

Margiela l’ermetico. Margiela il poverista. Margiela il profetico. Il suo primo show risale al 23 ottobre 1988, e in quello show, come nei venti che seguirono nei dieci anni successivi, introdusse le idee che avrebbe poi perseguito con determinazione assoluta. Esattamente quelle che vengono presentate ora a Parigi nella retrospettiva che il Palais Galliera dedica allo stilista belga Martin Margiela: cento manichini, video e molti documenti ripercorrono la carriera di un designer che più concettuale di così non è possibile pensare.
Per niente propenso all’esibizione ‒ una malattia diffusissima tra i suoi colleghi ‒ Martin Margiela ha coltivato una privacy così estrema (niente foto, niente interviste, mai) da ribaltarsi in un culto della sua personalità “invisibile”. Un effetto non previsto, ma in ogni caso sorprendente. Provate a inserire il suo nome sul web: ha creato un marchio di rilevanza internazionale, è stato il designer di un marchio di culto come Hermes (1997-2003), ma di suoi ritratti ce ne sono pochissimi e per lo più rubati.

Margiela-Galliera, 1989-2009. Installation view at Palais Galliera, Parigi 2018
Margiela-Galliera, 1989-2009. Installation view at Palais Galliera, Parigi 2018

LE MOSTRE

Ora Parigi gli dedica due mostre raccolte sotto una sola dicitura, Saison Margela, 2018 à Paris. Alla prima, Margiela/Galliera, 1989-2009, aperta sino al prossimo settembre, seguirà, dal 22 marzo, Margiela, les années Hermès al Musée des Arts Décoratifs. Durante l’allestimento al Galliera che Margiela ha seguito personalmente “qualcuno” è riuscito a strappargli qualche parola. Nonostante resti fedele alla sua filosofia dell’anonimato, MargIela ha le idee chiarissime su quel che sta accadendo nel suo mondo: “I designer dimenticano i vestiti. Sono solo interessati alle immagini. Ma dimenticano i vestiti”. Tutto qui? Certo, pochino, ma per chi guarda con attenzione al Circo Barnum del fashion system attuale è sufficiente.
La mostra al Galliera è stata costruita come un’esplorazione della sartorialità che ha portato Margiela a lavorare sulla decostruzione, termine da lui introdotto nella moda e poi ripreso, spesso a casaccio, più o meno da tutti. Margiela lo ha fatto attraverso l’utilizzo pionieristico di materiali recuperati, l’esaltazione del “di dentro” dei suoi capi, quella stravagante (ma di enorme successo) delle sue curatissime macro-etichette, la passione per la moda edoardiana e una ricerca esasperata di pezzi vintage che riproduceva con gli stessi difetti che vi trovava. Feticismo? Anche.

Martin Margela nel 1989
Martin Margela nel 1989

CONTRO IL DIVISMO

Margiela, che era stato assistente di Jean Paul Gaultier, si è confrontato senza paura con altri mostri sacri degli Anni ‘90 come Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto: la sua passione per il capo in se stesso mal si adatterebbe oggi alla rapidità di Instagram o Snapchat eppure ha saputo inventare per se stesso un conseguente e coerente sistema di presentazione della moda. In un momento di massima esaltazione (Versace docet) della modella-personaggio con talentuosi image maker (da Avedon a Weber, da Meisel a Lindbergh), al lavoro per fare della fotografia di moda l’espressione assoluta del consumo occidentale, Margiela ha pervicacemente oscurato qualsiasi divismo nelle mannequin assurte a top-model, al contrario, ha introdotto un senso di mistero in show che risultavano a volte fastidiosi e sempre difficili. Ma proprio per questo divenuti irrinunciabili per connoisseur-poseur chiamati a raccolta attraverso inviti criptici via fax o telegramma per raggiungere luoghi improbabili come l’ex sede parigina dell’Esercito della salvezza o una stazione della metropolitana abbandonata. Per loro la sfilata era un modo di partecipare a una messa laica di adepti pronti a credere quel che il guru dava loro in pasto: un effetto voluto? Non lo sapremo mai.
Una cosa è certa: la mostra ora in corso al Galliera per ovvie ragioni non include il lavoro di Margiela per Hermès, appare però evidente l’influenza su altri marchi, da Céline a The Verso e ovviamente Vetements e Balenciaga, entrambi supervisionati da Demna Gvasalia che ha lavorato da Margiela in passato, prima che questo signore belga, a 49 anni, vendesse (2008) la sua attività con un altro lapidario e forse ambiguo commento: “Venti anni, quaranta spettacoli, centinaia di indumenti, cosa rimane?“.

Aldo Premoli

Parigi // fino al 15 luglio 2018
Margiela/Galliera, 1989-2009
PALAIS GALLIERA
10, Avenue Pierre Ier de Serbie
www.palaisgalliera.paris.fr

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.