La new entry più attesa della Biennale Architettura 2018: ecco il Padiglione della Santa Sede

La Santa Sede debutta alla Mostra Internazionale di Architettura nel grande bosco dell’isola di San Giorgio Maggiore. Il “padiglione diffuso” curato da Francesco Dal Co si compone di dieci – più una – cappelle, progettate Foster, Souto de Moura, Cellini e Flores&Prats. Tutte le immagini

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Javier Corvalan. Photo Irene Fanizza
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Javier Corvalan. Photo Irene Fanizza

Nell’isola di San Giorgio Maggiore, sede della Fondazione Cini, i visitatori della Biennale Architettura 2018 potranno prendere parte ad un pellegrinaggio tra dieci cappelle – costruite da altrettante aziende – immerse nel verde firmate Norman Foster, Francesco Cellini, Eduardo Souto de Moura, Terunobu Fujimori, Andrew D.Berman, Javier Corvalàn Espinola, Flores & Prats, Sean Godsell, Carla Juacaba, MAP Studio e Smiljan Radic Clarke. Il Professor Francesco Dal Co, curatore di Vatican Chapels, nel realizzare il progetto è ispirato ad un celebre modello svedese: “L’apparire di qualcosa di costruito nello smisurato della natura indica la funziona fondamentale dell’architettura: essere luogo di orientamento e di misura, prima di tutto. Così, quando Sua Eminenza mi ha parlato del progetto per il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura, ho pensato a un modello concreto. È la piccola ‘Cappella nel bosco’ di Asplund, che ha una precisa funzione: dare misura allo smisurato”, ha raccontato in occasione della presentazione in Vaticano. A introdurre il percorso espositivo è la cosiddetta “undicesima cappella”, realizzata dagli architetti Francesco Magnani e Traudy Pelzel. Ispirata al lessico delle tradizionali costruzioni in legno scandinave, ospita un’esposizione di disegni originali di Gunnar Asplund del progetto paradigma per il Padiglione della Santa Sede. Partendo da questo modello del 1920, ogni architetto è stato invitato a riflettere sul tema della cappella “come luogo di orientamento, incontro, meditazione e saluto”.

-Bianca Felicori

1. ANDREW BERMAN

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Andrew Berman. Photo Irene Fanizza

L’architetto americano realizza una struttura semplice, fatta di travetti e montanti dipinti di bianco e lastre in policarbonato traslucido. Gli interni, rivestiti di tavole in compensato dividente di nero, sono irradiati dalla luce sacrale proveniente dalle aperture in copertura. “La struttura è una forma precisa di origini anonime, una presenza indefinita nel paesaggio. Il portico è un luogo per incontrarsi, dal quale osservare verso l’esterno e guardare quanto vi è intorno. La panca offre una seduta dalla quale guardare verso l’interno, dalla luce verso l’oscurità”, ha spiegato.

2. FRANCESCO CELLINI

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Cellini. Photo Irene Fanizza

L’architetto riflette sul tema della cappella scegliendo l’ottica del progettista “rispettoso ma non credente”. Cellini si ispira alle cappelle isolate di città e di campagna, “le più affascinanti, amabili e problematiche”. L’obiettivo è indirizzare il visitatore verso una riflessione sul senso degli spazi sacri, delle loro proporzioni, relazioni e funzioni. L’architettura è privata di parte del suo involucro per farla aprire verso il giardino e non poggia sul terreno, “o piuttosto lo fa per punti, quando forse, per tradizione, essa dovrebbe pesare, e tanto, sulla terra: questo è ancora per rispetto verso un luogo che, vista l’effimera durata dell’edificio, è meglio resti intatto.” All’interno, la presenza di due elementi figurativi: quelli di una mensa (un semplice piano) e di un libro. Due uniche immagini quindi, e molto semplificate; però necessarie per identificare uno spazio troppo piccolo per essere veramente un presbiterio.

3. JAVIER CORVALÁN

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Javier Corvalan. Photo Irene Fanizza

Partendo dal modello di Asplund, Javier Corvalán realizza un cerchio, una sezione di un cilindro, appoggiato su una “bricola” veneziana. Costruita in legno e con tubi metallici, tenuti insieme da cavi d’acciaio, è un “cilindro che non tocca il suolo, se il suolo trema la cappella si muove, se il vento soffia la cappella si muove; sale a ovest e si apre come una porta, scende verso est come un’abside seguendo il sole. Tutte le tensioni si compongono in un abbraccio che si trasforma in croce tridimensionale, tra lo spazio circolare e la sua copertura che è il bosco. Nel bosco si costruisce con il legno. Se arriverà il momento, la cappella potrà lasciare la Laguna, raggiungere altri suoli e trovare un nuovo punto di appoggio, una roccia, una croce, sotto un altro cielo, ma non muterà lo spazio circolare che contiene.”

4. RICARDO FLORES, EVA PRATS

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Riccardo Flores Eva Prats. Photo Irene Fanizza

La cappella di Flores&Prats è un luogo di pacifico raccoglimento. Immersa nel verde, la “Cappella del Mattino” è la porta verso il bosco: “si presenta come un muro parallelo al percorso; in questo muro si apre una porta che offre la possibilità di lasciare il sentiero e dirigersi verso il bosco, abbandonando il destino certo di un tragitto lineare e muovendosi verso l’ignoto col rischio di perdere l’orientamento.” Il visitatore trova qui un luogo dove sostare e dove avviene l’unione tra costruito e vegetale. È una costruzione compatta, con una superficie continua, che cattura la luce del sole sulle sue pareti e la lascia entrare attraverso le aperture. Il carattere primitivo delle forme e delle finiture la rende un qualcosa a metà strada tra un frammento dimenticato di una costruzione preesistente e una cappella all’aperto pensata proprio così, fin dal principio.

5. NORMAN FOSTER

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Foster. Photo Irene Fanizza

La cappella di Norman Foster è situata in un luogo strategico, uno spazio aperto tra due vecchi alberi che incorniciano la vista verso la Laguna. “La concezione del progetto inizia con il disegno di tre croci simboliche e di una piattaforma in legno appoggiata nel paesaggio, il tutto destinato a essere rivestito da una pelle leggera. Con il passare del tempo le croci sono divenute una tensegrity structure formata da cavi e puntoni, mentre l’involucro si è trasformato in un graticcio in legno sorretto dalla struttura.” Lo spazio sacro è uno spazio contaminato dalla natura e studiato come luogo di meditazione che “rallenta l’esperienza e offre la possibilità di una sorprendente scoperta.”

6. TERUNOBU FUJIMORI

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Terunobu Fujimori. Photo Irene Fanizza

L’architetto giapponese progetta per la prima volta una cappella e lo fa puntando sul tema della croce. Per realizzarla, si è ispirato a quattro immagini impresse nella sua mente: l’alta croce all’esterno nella Clonmacnoise Abbey costruita in Irlanda nel VI secolo; la grande croce nel cimitero di Stoccolma costruito da Asplund nel 1940; le croci che si fronteggiano nella chiesa di Vuoksenniska a Imatra, in Finlandia, di Aalto; la cappella di Otaniemi di Kaija e Heikki Siren a Helsinki. Terunobu Fujimori realizza una cappella in legno sollevando la croce direttamente dal terreno, e, per simboleggiare l’ascensione, posa foglie d’oro sulla croce che emerge dalla luce. Le pareti all’esterno sono nere e individuano un tranquillo luogo di preghiera. All’interno sono intonacate e sono stati sovrapposti dei pezzi di carbone che isolano il candore dello sfondo della croce. “I visitatori si avvicineranno a un edificio che sembra una “stalla” da uno stretto percorso, entreranno da un porta angusta e poi la croce li introdurrà all’esperienza dell’ascesa.

7. SEAN GODSELL

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Sean Godsell Altare. Photo Irene Fanizza

Per Sean Godsell la cappella è una scatola metallica, una sorta di macchina dell’architettura dorata all’interno dove la luce diventa materia. “Sono stato educato dai Gesuiti e la loro esistenza ha instillato in me l’idea della Chiesa come una solida e dinamica entità capace di sopravvivere anche migliaia di chilometri lontano da Roma. Il mio progetto riprende e amplia questa idea proponendo di costruire una cappella che possa essere trasportata, eretta e ricollocata ovunque ve ne sia bisogno”, ha dichiarato l’architetto.

8. CARLA JUAÇABA

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Carla Juacaba. Photo Irene Fanizza

“This is a bench”: recita il cartello davanti all’opera di Carla Juaçaba. E, infatti, l’architetto realizza una cappella che più che un edificio somiglia ad una panca. Quattro travi lunghe 8 metri, spesse 12 per 12 centimetri, configurano il tutto: l’una è una panca, l’altra una croce. Il tutto appoggia su sette lastre di cemento (12×12×200 cm) che lo scandiscono e lo misurano. Le travi sono in acciaio inossidabile a specchio per riflettere quanto vi è intorno e, così facendo, la cappella può, in certi momenti, sparire alla vista. Per questa ragione la sua ombra può risultare più evidente della costruzione. “Intorno, la presenza della Storia. L’uso di una panca e di una croce appartiene all’eternità.”

9. SMILJAN RADIC

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Radic. Photo Irene Fanizza

Il progetto si ispira alle piccole cappelle commemorative sul bordo delle strade, dove le persone in lutto depositano i fiori e le candele per coloro che sono deceduti tragicamente. Se da un lato queste cappelle sembrano non avere grandi aspirazioni, dall’altro questo tipo di architettura è sempre animata dall’aspirazione a essere più grande di quanto è. “Sempre finge di essere una chiesa o un tempio, nascondendo le sue piccole dimensioni, ricorrendo a grandi forme. La sua scala è sempre un inganno.” Similjan Radic fa convivere armoniosamente monumentalità e domesticità in una cappella circolare, dalle superfici compatte e austere, ma che trasmette al visitatore un senso di intimità tipico delle cappelle di strada.

10. EDUARDO SOUTO DE MOURA

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Eduardo Souto de Moura Altare. Photo Irene Fanizza

“…no, non è una cappella, non è un santuario e comunque non è neppure un sepolcro. È soltanto un luogo racchiuso tra quattro muri di pietra, mentre un’altra pietra al centro potrebbe essere un altare. L’ingresso è schermato da un albero che desideriamo conservare. I muri, all’interno, hanno una sporgenza su cui possiamo sederci e attendere … attendere con i piedi sulla terra e la testa fra le mani.” Così il celebre architetto portoghese Eduardo Sotto De Moura descrive il suo edificio sacro, dallo sviluppo orizzontale e dalle superfici piene, subito visibile dall’ingresso al percorso tra le Vatican Chapels.

11. FRANCESCO MAGNANI, TRAUDY PELZEL

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. Francesco Magnani Traudy Pelzel. Photo Irene Fanizza

Il padiglione Asplund, degli architetti Francesco Magnani e Traudy Pelzel, è concepito come preludio al Padiglione della Santa Sede. Realizzato da ALPI, ospita al suo interno un’esposizione di disegni originali della “Cappella nel bosco” di Gunnar Asplund e la struttura stessa è ispirata al lessico delle tradizionali costruzioni in legno scandinave, le Stavkirken. La struttura dell’architettura – lunga circa 11m e alta 8m – è delineata da una forma prismatica, simile a quella di un cristallo ed è interamente rivestita in legno.

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Nome evento16. Mostra Internazionale di Architettura - Santa Sede
Vernissage25/05/2018 ore 18 su invito
Duratadal 25/05/2018 al 25/11/2018
CuratoreFrancesco Dal Co
Generearchitettura
Spazio espositivoFONDAZIONE GIORGIO CINI ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE
IndirizzoIsola di San Giorgio Maggiore - Venezia - Veneto
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Bianca Felicori
Architetto junior e studentessa del corso di Laurea Magistrale in Architettura e Disegno Urbano presso il Politecnico di Milano. Bolognese di nascita e milanese di adozione, si muove spesso tra Caserta, Napoli e Londra. Si è laureata con la tesi “L’occhio dell’arte in Domus”, dedicata al rapporto tra la disciplina architettonica e quella artistica nella storia della rivista, con il contributo di Nicola Di Battista, direttore della testata, e Mimmo Paladino. Dopo un periodo di stage all’interno della redazione di Domus, ora collabora come reporter esterna in occasione degli eventi dedicati all’architettura in Italia.