Una primula su un padiglione temporaneo deve concepirla un architetto o un artista?

“Una primula è un’immagine banale e furba per entrare nelle grazie del popolo che, a ragione, oggi vuole solo andare avanti, e il fiore serve ad alimentare, assecondare e non affrontare la mediocrità su cui il Covid è nato; l’indifferenza culturale delle masse”. Francesco Cascino, contemporary art consultant, commenta il gazebo progettato da Stefano Boeri per la futura campagna di vaccinazioni contro il Covid-19.

Sul gazebo di Stefano Boeri non avrei mai voluto scrivere niente, nel senso che mai avrei pensato che si arrivasse a tanto mentre la gente muore, perde lavoro, sogni, speranze e desideri. Proprio i sogni, le speranze e i desideri sono il centro nevralgico e dialettico di questa maledetta riflessione che non avrei mai voluto fare ma che, mio malgrado, mi si strozza in gola. Perché sappiamo ormai da anni, e non solo perché ogni giorno io e i miei compagni di strada ci cimentiamo in queste attività, ma perché da un secolo esiste un’arte che comprende, mentre chi osserva viene compreso, che per costruire un simbolo unitario e identitario esistono modi e strumenti di partecipazione emotiva che, ben oltre lo scarso potere indagatorio dei sondaggi, può darci il senso dell’immaginario collettivo, la percezione quasi corretta dei bisogni di una comunità. Estrarre bisogni inconsci o non esprimibili a parole, quelli che poi ci tengono in vita, è sempre stato know how degli artisti. Naturalmente la politica di serie A lo sapeva bene, non a caso le nostre città d’arte sono piene di tesori inestimabili, forme che parlano al cuore e alla mente e che favoriscono la crescita, l’accoglienza, il benessere, le economie neuronali da millenni e che ancora oggi attraggono visitatori e investitori da tutto il mondo.

LA PRIMULA DI BOERI: UN’OCCASIONE SPRECATA

Questa del Covid era l’occasione per riunificare l’Italia sotto il segno, anzi il simbolo, della cultura, della visione, dell’arte come dispositivo di senso comune. Non nel senso di come lo ha interpretato Boeri: comune non vuol dire banale, perché una primula, per chi non avesse l’esperienza e il senso critico di approfondire i diversi punti di vista visivo-filosofici sulle cose (seme stesso della cultura), non interpreta e non risolve la complessità e la difficoltà del momento, e soprattutto descrive un fiore che puoi vedere con i tuoi occhi in natura. Non un bisogno, una paura da superare, il coraggio e la speranza da ritrovare, la strumentazione emotiva necessaria a risolvere la crisi. Una primula è un’immagine banale e furba per entrare nelle grazie del popolo che, a ragione, oggi vuole solo andare avanti, e il fiore serve ad alimentare, assecondare e non affrontare la mediocrità su cui il Covid è nato; l’indifferenza culturale delle masse.
Rinunciare alla ricerca di un simbolo nuovo, come dice Luigi Prestinenza Puglisi, che tragga spunto e matrice dall’identità italiana, dal problema contingente, dalle soluzioni possibili e dal coraggio di essere di nuovo uniti, è mestiere di chi vuole solo alimentare il proprio ego e, conseguentemente, i propri incarichi governativi. I veri artisti, i veri architetti, i veri designer sanno fare problem solving interrogando l’anima di un popolo, prima con gli strumenti dell’arte e poi creando simboli di nuova generazione che quindi saranno davvero di tutti, perfettamente funzionanti e funzionali, che trasmettano in una sola immagine tutti gli elementi di cui c’è bisogno ora, unendo milioni di cuori in un solo oggetto identitario e riconosciuto da tutti. In cui riconoscersi e ritrovarsi. È quello che tutti chiamate genialità quando ve lo trovate di fronte. Guardate quel gazebo: lo trovate geniale?

Lo chiamano Made in Italy ma non sanno da dove arriva e come proteggerlo, lo stanno regalando e relegando al mercato della politica, perdendo un’occasione storica di generare identità risolutiva, concreta e intelligente”.

Non è una questione intellettuale, è un tema serio: la creatività vera risolve problemi, non è un’appendice accademica inutile, ed evita che i problemi tornino, produce lezioni e insegnamenti. Quel gazebo doveva essere un’opera d’arte da cui ripartire perché il simbolo, quando è intelligente e attinge dalla realtà trasformandola in nuovo approccio alle cose, contiene gli elementi cognitivi e sensoriali per CONSENTIRE DI IMMAGINARE LE SOLUZIONI. Questo sanno fare i veri artisti, questo fanno da millenni. Le cattedrali uniscono le comunità cittadine, ad esempio, ed è facile capirlo; al contempo trasmettono il potere della trascendenza, la vera materia di cui siamo fatti, lo spirito che ci anima ogni giorno ad amare ed essere amati, riconosciuti socialmente, ascoltati come esseri umani. La fede non è solo quella nella chiesa o in Dio ma anche quella che si ha negli Uomini, ed è una forza ben più grande di ogni interesse materiale.
Poi la retorica del fiore fa il paio perfetto con le frasi da Baci Perugina del giorno dopo: Boeri viene attaccato da ogni lato, per quel che attiene alla comunità delle competenze specifiche, quelle a cui la politica dice di voler tornare dal 1994 mentre regala prebende e incarichi a dei perfetti incapaci manovrabili, e quindi scrive che userà la massima umiltà per correggere il tiro, se necessario. Ma l’umiltà vera, l’empatia, la generosità autentica si dimostrano prima di progettare, non dopo.

Campagna vaccini Vista del padiglione dallalto

Campagna vaccini Vista del padiglione dallalto

ARTE E BISOGNI COLLETTIVI

Chi ha esperienza di arte pubblica per lo sviluppo territoriale e collettivo sa bene che esistono modalità creative per intercettare i bisogni inconsci delle persone e rispondere a quei bisogni con i dispositivi giusti. A quel punto questi diventano davvero partecipati, collettivi, comprensivi e comprensibili. In ogni senso. Basterebbe studiare e separare finalmente la percezione della realtà dalla la realtà reale, quella che l’arte italiana produce da millenni, dai Navigli di Leonardo da Vinci alle fabbriche di Olivetti, luoghi funzionali dove ritrovare il proprio spirito e nutrire immaginazione produttiva. Lo chiamano Made in Italy ma non sanno da dove arriva e come proteggerlo, lo stanno regalando e relegando al mercato della politica, perdendo un’occasione storica di generare identità risolutiva, concreta e intelligente.

Francesco Cascino

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Francesco Cascino

Francesco Cascino

Francesco Cascino (Matera 1965), ha una laurea in Scienze Politiche e un percorso professionale di Direttore delle Risorse Umane dal 1990 al 1999 in tre primarie aziende multinazionali (Montedison – SNIA BPD – ACE Int.l). Dal 2000 è Contemporary Art…

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