Edizione numero sei per la biennale moscovita dedicata alla giovane arte interazionale. Quest’anno il tema chiama in causa il fascino delle formule magiche.

Alla sua sesta edizione, la Moscow International Biennale for Young Art presenta più di cento lavori di artisti internazionali dislocati in cinque spazi nel centro della città: il MMOMA, il quartiere Rassvet, il museo AZ, il NCCA (The National Center for Contemporary Art) e un grande magazzino, lo TSUM. Nata nel 2008 come continuazione di: “Qui Vive?”, festival ideato per la promozione dei giovani artisti, la MIBYA è sovvenzionata dal Ministero della Cultura e da diversi privati che, nello stesso spirito di Qui Vive?, si prefiggono di promuovere e dare visibilità ad artisti e curatori al di sotto dei 35 anni. L’italiana, Lucrezia Visconti Calabrò cura la sezione di quest’anno al Rassvet, vecchio complesso manifatturiero a Krasnya Presnya
Il tema della biennale, la formula magica “abracadabra”, scelta per l’ampiezza interpretativa che ‒ “più un approccio che un tema”, chiarisce la curatrice ‒ è originale, contemporaneo e sembra adatto al lato misterioso e letterario della città. Avrebbe funzionato se solo non fosse stato costretto a una convivenza un po’ forzata con una complessa struttura teorica: “l’Economia della presenza”. A creare la relazione tra i due ambiti, a detta di Visconti Calabrò, sarebbe la cultura performativa del nuovo millennio. “In una società che richiede la nostra presenza costante” ‒ spiega la curatrice durante la conferenza stampa ‒ “finiamo “in scena” 24 ore al giorno, sette giorni su sette, ridotti a non sapere più se “recitiamo” per noi stessi o per un potere che ci sovrasta”. Come rompere il cerchio? E riappropriarsi del “nostro” tempo?

Abracadabra. The Moscow International Biennale for Young Art 2018
Abracadabra. The Moscow International Biennale for Young Art 2018

ABRACADABRA

Nonostante l’etimologia incerta, abracadabra è una formula universalmente conosciuta e intrinsecamente performativa: “è linguaggio che agisce sul reale”, inoltre c’è una relazione diretta tra abracadabra e l’arte. Entrambe si prefiggono di trasformare il reale, eppure, sarà stata l’interferenza dell’“Economia della presenza” o, più in generale, il trend curatoriale del millennio, che tende a inquadrare l’arte nelle griglie della teoria, o semplicemente il rifiuto della magia di piegarsi alla logica, ci siamo sentiti più volte costretti a chiedere agli artisti presenti all’inaugurazione quale fosse il legame tra il loro lavoro e abracadabra.
Il mio lavoro” ‒ All work and no play ‒ spiega Svetlana Vorontsova, “riattiva la parola “abracadabra” riappropriandosi delle pratiche magiche usate anticamente, in cui si scriveva una parola magica più volte in colonne e l’ultima lettera di ogni linea scompariva gradualmente”.
L’opera appare come un arazzo di parole in rosa neon che navigano sui tracciati già segnati dalla frase che dà il titolo al lavoro fino alla trasformazione finale: Magic words let’s rave, usando strategie di ripetizione e persuasione per invitare il pubblico ad abbandonare uno stile di vita basato sul “lavoro” e accogliere la cultura rave.
Non lontano, Voyager Return Trip di Tomoyuki Ueno ‒ creato nel 2016 ‒ e un’installazione che consiste di due pareti in acciaio e fil di ferro che s’intersecano, un tavolo di legno, tubi di metallo, un disco d’oro e due targhe. Voyager Return Trip è un diretto riferimento al programma Nasa, Voyager. Tra il 1972 e il 1973, la Nasa invia la sonda Pioneer nello Spazio con una targa commemorativa su cui erano stati incisi un uomo e una donna che salutano, nell’eventualità di un incontro con forme di vita extraterrestre. Tomoyuki ha riprodotto la targa originale e creato una replica su carta. Nel 1977, la Nasa invia Voyager nello Spazio insieme a un disco d’oro con la registrazione di tutte le informazioni essenziali sulla nostra civiltà e una lettera di Jimmy Carter ‒ l’allora Presidente degli Stati Uniti. “This is a present from a small distant world, a token of our sounds, our science, our images, our music, our thoughts, and our feelings. We are attempting to survive our time so we may live into yours. We hope someday, having solved the problems we face, to join a community of galactic civilizations. This record represents our hope and our determination, and our good will in a vast and awesome universe”. Tomoyuki ha duplicato sia la lettera che il disco. “Ho pensato che dobbiamo recuperare quella lettera” ‒ dichiara l’artista ‒ “perché i problemi da risolvere sono ancora qui, siamo ancora separati e come sappiamo gli Stati Uniti non stanno proprio seguendo la direzione presa da Carter!”. Abracadabra allora. Rivolgiamo al mondo che abitavamo negli Anni Settanta lo sguardo che avrebbero degli alieni oggi e riprendiamo la lettera per ricordarci di come eravamo.

Abracadabra. The Moscow International Biennale for Young Art 2018
Abracadabra. The Moscow International Biennale for Young Art 2018

COMETE SEPOLTE E ALIENAZIONE

Comet buried underground di Martino Genchi è un altro lavoro che, pur non essendo stato creato esclusivamente per la biennale, rientra nel tema/approccio di abracadabra. Tre tubi al neon fosforescenti messi insieme a triangolo che puntano verso il basso su una pozza d’acqua. Acqua ed elettricità, due potenziali che messi vicini generano sensazioni di pericolo, suspense, paura. E se entrassero in contatto? Potrebbero risvegliare la cometa sottoterra? Eppure, insieme al rischio di un cortocircuito altre sensazioni si fanno avanti mentre ci si avvicina alla pozza d’acqua sotto il neon. Curiosità, attrazione per il pericolo e, stranamente, anche fiducia. “L’immagine di “Comet buried underground” mi è apparsa una notte in metropolitana a Milano. C’era stato un forte temporale e l’acqua aveva invaso i corridoi sotterranei cadendo a cascata dovunque, penetrando attraverso le canalizzazioni in cui passano i cavi elettrici scrosciava direttamente dalle lampade del soffitto. La scena era veramente apocalittica, una dimostrazione della forza del mondo che raramente si incontra per strada. Oltre che il disastro, mi ha colpito l’intensità poetica di quell’immagine, il rombo dell’acqua e luce che diventavano una cosa sola, prorompente, nelle mura di calcestruzzo del corridoio sotterraneo. Per mesi ho lavorato cercando il modo migliore di trasportare questa situazione nello spazio espositivo, finché ho individuato la forma. Il titolo è venuto dopo. Cercavo qualcosa che fosse altrettanto poetico e potente”.
The darkest hour is just before dawn (thoughts on solo drinking) di Vasilis Papageorgiou è un lavoro creato per la biennale. Un’installazione formata da tre lampade da soffitto verdi, d’inizio Novecento, lampade da bar, o da bigliardo, da tre tavolini alti e a un posto solo e altrettanti poggiapiedi; il tutto messo insieme in modo da riprodurre l’atmosfera da luogo pubblico. “Posti” ‒ spiega Vasilis ‒ “in cui la condizione umana del Ventunesimo secolo, di solitudine e alienazione, è paradossalmente esasperata dalla presenza di altra gente sola, dai rumori distanti, dagli effetti dell’alcool”. Non c’è un’alba senza la notte, l’energia scorre tra luce e ombra, alti e bassi, positivo e negativo e l’arte ci fa oscillare nel suo magico tentativo di diventare vita.

Abracadabra. The Moscow International Biennale for Young Art 2018
Abracadabra. The Moscow International Biennale for Young Art 2018

TUTTO È POSSIBILE

A pian terreno anche The wind blows where it wants to, di Bram de Jonghe, dà il senso di un fatale dialogo con la propria intimità. Ispirata da Elegia di un viaggio di Alexsandr Sokurov (la scena nel film in cui uno dei protagonisti entra in un museo di notte e vaga solo tra l’arte nel buio) e La Ville Louvre di Nicholas Philibert, (anche questo un film sulla vita di un museo senza pubblico), l’installazione consta di un fil di ferro che segue il perimetro del soffitto e su cui scorre una ruota a cui è fissata una candela, che crea e disfa la sua ombra, illumina il soffitto con la sua fiamma, trema, a volte perde cera, rischia di spegnersi se c’è un colpo di vento o una porta che sbatte, risente dei movimenti nell’atmosfera quanto dei nostri, quasi fosse testimone silenziosa della vita sottostante. La sua vita è limitata come la nostra. C’è una formula magica contro la morte?
La sensazione al Rassvet è che tutto sia possibile. Tra le opere nella vecchia fabbrica, la musica in cortile che sale dalle finestre aperte, il flusso dei visitatori che scorre, tutto diventa chiaro: magica è l’arte. E anche se la semplicità del messaggio è a momenti oscurata dalla struttura teorica, la selezione dei lavori e il percorso che creano sono riusciti a rivendicare il legame naturale con l’audacia di ogni incantesimo al di sopra della parola e contro ogni struttura.

Maria Pia Masella

http://youngart.ru/en/

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Maria Pia Masella
Laureata in Lingue e Letteratura Francese a Roma (La Sapienza), ha proseguito gli studi con un Master in Comparative Literature (University College London) e un secondo Master in Arte Contemporanea (Christie’s Education/University of Glasgow). Scrive per la rivista letteraria In-Arte, collabora con la Fondazione FAP. Vive a Londra dove lavora come curatrice indipendente e consulente d’arte.