Mappare il conflitto. Parola ad Antonio Ottomanelli

Il fotografo originario di Bari ha dato vita a un progetto che non smette di evolversi. Presentato a Milano e a Torino, il suo “Collateral Landscape” sta per diventare un’antologia, testimoniando il lavoro “in prima linea” dell’autore. Tra scatto e urbanistica.

Antonio Ottomanelli, Collateral Landscape
Antonio Ottomanelli, Collateral Landscape

LE RESPONSABILITÀ DELLA FOTOGRAFIA
Ci sono due maniere per capire profondamente il concetto di confine: attraversarlo a piedi o essere intrappolato al suo interno. La libertà di movimento che viene negata ai profughi, agli extracomunitari, costituisce paradossalmente il limite della nostra cultura occidentale. La possibilità di movimento, infatti, definisce non solo i confini geografici dell’occidente ma anche i confini della nostra libertà culturale”. Quando lo abbiamo incontrato, il fotografo Antonio Ottomanelli era in partenza per la Giordania. Architetto di formazione, abita a Milano e Bari, dove è nato nel 1983 e ha fondato Planar, uno spazio di discussione e ricerca intorno alla fotografia. Al centro della nostra conversazione, il suo progetto Collateral Landscape: avviato nel 2009, è oggi di massima attualità nel contesto di crisi geopolitica internazionale. Un’occasione per riflettere sul modo in cui i conflitti modificano lo spazio pubblico non solo fisicamente, ma anche nella percezione che ne abbiamo.
Da sempre incentrata sulla geografia del Medio Oriente, la ricerca di Ottomanelli prende avvio da quest’area del mondo, che diviene punto di vista privilegiato per osservare e comprendere anche l’Occidente. La fotografia non è mai un semplice mezzo di cattura della realtà, è piuttosto una pratica di responsabilità, una strategia d’intervento, uno strumento critico atto a restituire il senso di una dialettica sullo spazio comune, in cui l’individuo non resti spettatore ma parte attiva del processo sociale.

MAPPING IDENTITY – MADEN from Antonio Ottomanelli on Vimeo.

NON SOLO MAPPE
Per tale ragione, spesso all’indagine del territorio condotta con il mezzo fotografico è associata un’azione di disvelamento di tutte le storie minori che vi ruotano intorno: viste singolarmente, e non come blocco unitario, immagine mediatica e spettacolarizzata a cui siamo abituati. A ogni spostamento, Ottomanelli attua un’accurata mappatura dello scenario e dell’identità urbana e paesaggistica in tutte le sue trasformazioni, raccogliendo anche testimonianze di chi quei luoghi li abita o li attraversa. Non si limita a immortalare lo scenario, ma lo vive in prima persona, si mette in gioco, organizza workshop per incoraggiare la pratica partecipativa, utile a una diversa messa a fuoco sulla realtà e alla riappropriazione dello spazio, in vista della conquista di sempre più ampi momenti di libertà. “A partire dall’11 Settembre”, ci racconta, “la nostra libertà di movimento si è modificata radicalmente. Si è trasformato drasticamente il rapporto tra la sicurezza pubblica e la libertà privata. Questo è accaduto nelle zone interessate dai conflitti ma anche nelle nostre città. Pian piano mi sono reso conto che, in Paesi apparentemente lontani e culturalmente differenti, potevo ritrovare gli stessi fenomeni di controllo dello spazio condiviso”.

Antonio Ottomanelli, Collateral Landscape
Antonio Ottomanelli, Collateral Landscape

UN COINVOLGIMENTO DIRETTO
Collateral Landscape, i cui esiti sono stati presentati nel 2013 in una mostra alla Triennale di Milano curata da Joseph Grima e, all’inizio di quest’anno, a Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, è una ricerca sullo stato e sulla ricostruzione dei luoghi coinvolti dai conflitti generati a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Per comprendere a fondo una realtà da cui sono di fatto assenti osservatori internazionali, giornalisti o rappresentanti governativi, è necessario tornare a un coinvolgimento diretto. Oggi il dispositivo più usato per documentare la realtà è il drone che controlla dall’alto, tralasciando qualsiasi forma di contatto con il territorio. Antonio decide invece di invertire questa relazione, di immergersi nel paesaggio, tra le persone, per raccogliere le loro storie, il loro modo di percepire la condizione spaziale.
Per via della sua formazione, il suo sguardo è rivolto in particolare alla comprensione dei modelli urbanistici adottati di volta in volta. Fra tutte le forme di trasformazione urbana, una delle più evidenti è quella determinata dall’uso dei blastwall a Baghdad. I blastwall sono muri di cemento che vengono eretti per proteggere da possibili azioni terroristiche i luoghi in cui la gente si riunisce. Dopo ogni esplosione i blastwall vengono spostati, modificando confini e percorsi all’interno della città. Questo procedimento muta continuamente la geografia urbana, costruisce prigioni di cemento all’interno delle quali bisogna ogni volta, di nuovo, imparare a confrontarsi. In questo modo è impedita ai cittadini la possibilità di riconoscere e appropriarsi delle aree pubbliche. Il controllo attuato per la sicurezza impedisce di fatto qualsiasi forma di libertà e autonomia.

Behind PRIVATE MONUMENTS from Antonio Ottomanelli on Vimeo.

NUOVE FORME
Su questo indaga Collateral Landscape, che oggi sta prendendo nuove forme. Dopo le due esposizioni, l’ultimo atto del percorso sarà la pubblicazione entro l’inizio del 2017 di un volume antologico, in lingua araba e inglese, sostenuto da alcune fondazioni d’arte contemporanea mediorientali attive in Occidente. Nel libro – composto da due volumi, rispettivamente dedicati al controllo coatto dello spazio pubblico e alla sua riappropriazione identitaria e materiale da parte della popolazione – confluiranno tutti i materiali grafici, fotografici e testuali prodotti con Collateral Landscape. Saranno suddivisi per capitoli, capaci di restituire le diverse angolazioni utilizzate per una ricerca complessa e molteplice. “Per me”, conclude l’autore, “il libro costituirà un momento definitivo e capitale di fine, sia a livello disciplinare che relazionale con un determinato contesto culturale occidentale che fino a questo momento ho vissuto profondamente”.

Emilia Giorgi

www.ao-ph.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Emilia Giorgi
Emilia Giorgi (Roma, 1977), storico dell'arte, cura eventi e mostre di architettura contemporanea con un interesse particolare per la contaminazione tra diversi ambiti disciplinari. È curatore del programma di architettura della Fondazione VOLUME! di Roma e collabora con gallerie e musei come il MAXXI. Insegna storia dell'arte contemporanea nella sede romana dello IED - Istituto Europeo di Design ed è membro del Tomorrow's Club della Domus Academy di Milano. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, è corrispondente di Abitare e collabora con quotidiani e riviste come Il Manifesto, Icon Design, Flash Art, Klat Magazine, Arte e Critica.