Qualcosa è cambiato. Da John Berger a Lorna Mills

Erano gli Anni Settanta quando John Berger parlava in televisione dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità. Oggi un gruppo di artisti recupera le sue parole e le accompagna con immagini completamente nuove. Come vediamo l’arte oggi? Come “qualcosa”…

Ways of Something, still da video
Ways of Something, still da video

Le immagini possono essere usate come parole, ma non c’è ancora un dialogo. Voi non potete rispondermi. Affinché questo possa accadere, nel sistema della comunicazione moderna, l’accesso alla televisione dovrà essere esteso oltre gli attuali, angusti, limiti. Nel frattempo, con queste trasmissioni, voi ricevete immagini e significati che sono stati combinati, organizzati. Spero che vogliate prendere in considerazione quello che ho organizzato, ma restate scettici”.
Queste parole appartengono a John Berger e sono state pronunciate nel 1972. Il critico d’arte inglese concludeva così la prima puntata del suo celebre programma televisivo Ways of Seeing, andato in onda sulla BBC e successivamente trasformato in un libro di successo.
Nonostante siano passati più di quarant’anni, il messaggio di Berger ci appare oggi ancora attuale. Prendendo le mosse dalle teorie di Walter Benjamin sullo status dell’opera d’arte, per sempre modificato dopo l’avvento della fotografia e del cinema, Berger spiega come le immagini artistiche siano diventate potenziali veicoli per qualsiasi tipo di messaggio. Scollegate definitivamente dal contesto originario, le immagini vengono utilizzate “come parole”: ritagliate, accostate ad altre, accompagnate da suoni o messe in movimento. L’esempio che viene fornito per descrivere questa nuova disponibilità dell’opera d’arte a trasformarsi in un tassello iconografico per quelle che oggi chiameremmo operazioni di mashup è l’abitudine che adulti e ragazzi hanno di appendere collezioni di fotografie sui muri delle proprie case. In queste manifestazioni spontanee di espressione visiva tutto diventa parte di un unico linguaggio. E l’opera d’arte, spogliata del suo antico stato di reliquia, inizia a “parlare”, piegandosi alla possibilità di assumere infiniti significati.

John Berger, Ways of Seeing, 1972
John Berger, Ways of Seeing, 1972

Difficile non collegare questa idea alle contemporanee bacheche di Tumblr o di Pinterest, oppure ai blog, ai social network, ai tanti remix video caricati su Youtube. Più in generale, è impossibile oggi riascoltare le parole di Berger senza pensare a Internet. Senza estendere la linea del suo ragionamento, così lucido e anticipatore, alla luce del progresso tecnologico e culturale degli ultimi decenni. Questo processo di ri-combinazione dei contenuti è un’attività a cui tutti partecipiamo oggi, più o meno consapevolmente. E il dialogo, che era ancora impossibile quarant’anni fa, è divenuto realtà. I “limiti angusti” della televisione, citati da Berger, sono stati ampiamente abbattuti dall’avvento di Internet, e il modello broadcast, incarnato da radio e tv, è ormai in declino.
Il carattere visionario del programma di Berger è stato sottolineato da molti negli ultimi anni, soprattutto per la sua capacità di assegnare, coraggiosamente, un nuovo campo d’azione alle immagini d’arte, riconnettendole con il pubblico, che viene incitato ad assorbire l’esperienza estetica nella vita di tutti i giorni.

Ways of Something, still da video
Ways of Something, still da video

Lo scorso settembre i quattro episodi di Ways of Seeing sono diventati il materiale di partenza per lo sviluppo di un progetto artistico ideato da Lorna Mills. La net artista canadese ha coinvolto decine di colleghi di tutto il mondo, scelti all’interno di una comunità internazionale molto attiva in Rete, in una particolare operazione di remake della serie tv in questione. Ogni artista ha sostituito la parte visiva con un minuto di immagini inedite, conservando la colonna sonora e i sottotitoli originali. Il risultato è una specie di cadavre exquis dell’era digitale: trenta minuti di animazioni 3d, gif animate, screencast e brevi filmati che a volte seguono il discorso della voce narrante, illustrandolo, a volte lo contraddicono, ma spesso se ne discostano completamente, scivolando in atmosfere oniriche ed evocative. L’appello di Berger – “restate scettici” – sembra essere stato accolto pienamente da questi artisti.

Ways of Something (così si intitola il progetto) mostra una generazione ormai consapevole della potenza del linguaggio visivo, ma anche dei rischi insiti nella sua manipolazione. Una manipolazione che rende il significato sempre instabile, l’immagine sempre mutevole, il contesto sempre scivoloso. Un contesto in cui diventa difficile anche dare i nomi alle cose. Seeing (vedere) è diventato something (qualcosa). Ma cosa?

 

Valentina Tanni

 

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #22

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.