Los Angeles a sessant’anni. Intervista con Peter Frank

Classe 1950, Peter Frank è un caso esemplare del flusso che porta da New York a Los Angeles. Dove il critico e poeta è arrivato nel 1987. E su New York continua ad avere grossi, grossissimi dubbi…

Peter Frank

Da Los Angeles a New York: questo fenomeno è soltanto una questione di mercato o indica piuttosto uno spostamento dell’asse culturale?
È sicuramente una questione di spostamento culturale. Ma non si tratta tanto del centro del mondo dell’arte americana che si sposta da lì a qui. Divenendo il centro del mercato artistico mondiale, New York (ironicamente) ha rinunciato alla sua egemonia sull’arte americana e già a partire dagli Anni Ottanta l’importanza del suo discorso e della sua produzione (per non parlare della comunità) artistica ha cominciato a diminuire.

E Los Angeles?
Los Angeles per molto tempo ha fornito agli artisti spazio fisico e tessuto sociale per supportare tale discorso (attraverso le numerose scuole di arte e dipartimenti universitari) e tale produzione (grazie a differenti risorse, abbondanti e relativamente poco costose). Il “mercato” qui è meno legato al commercio e più alla prassi, mentre è stato il contrario per New York negli ultimi trent’anni. Questa è la ragione principale per cui ho lasciato New York, mia città natale, e mi sono trasferito a Los Angeles.

Quanto conta la presenza del sistema di Hollywood? È un elemento di supporto o di conflitto col sistema artistico?
Qui le industrie principali, impegnate nell’intrattenimento di massa – e connesse al glamour e alla celebrità – si relazionano superficialmente alla scena artistica locale, ma non hanno mai avuto un reale impatto su di essa. Alcuni attori, registi, agenti ecc. figurano in modo significativo come collezionisti di arte locale (tornando all’epoca di Edward G. Robinson) e certamente le commissioni dei musei sono popolate da gente ricca di Hollywood (per bene o male che sia). Certe persone di Hollywood e alcune star della musica pop producono anche opere d’arte credibili (ad esempio Dennis Hopper, Martin Mull, Viggo Mortensen, Herb Alpert), ma quelli che hanno troppa presunzione su di noi, con i loro violins d’Ingres, finiscono per essere presi meno sul serio di quanto lo sono a New York. Dopotutto, è qui che fanno i più sciocchi o quantomeno i primi errori.

Peter Frank
Peter Frank

Nella ridefinizione degli equilibri di potere fra la East e la West Coast, quanto conta la grande apertura culturale di Los Angeles, e delle sue istituzioni artistiche in particolare, verso i Paesi dell’Asia e del Sud America?
Questa apertura culturale caratterizza Los Angeles da quarant’anni, e i suoi elementi più progressisti – compresi gli artisti – da decenni prima. L’intera California è stata la vera porta dell’America verso il globo, posta com’è di fronte all’Asia, essendo stata parte del mondo latino e avendo anche esercitato a lungo un’attrazione sui Paesi europei più lontani. L.A. si è trasformata in una grande metropoli, superando anni di isolamento e razzismo, inizialmente con l’afflusso di differenti tipi di americani che lavoravano nell’industria della difesa, e in seguito aerospaziale, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Poi un altro afflusso si è verificato alla metà degli Anni Sessanta, con l’allentamento delle restrizioni sull’immigrazione dei non-europei. Anche New York e altre città americane hanno beneficiato di quest’ultimo fenomeno, ma Los Angeles e (in misura minore ma consistente) San Francisco ne furono positivamente trasformate.

Come si riflette tutto ciò sulle istituzioni artistiche?
Il Los Angeles County Museum of Art è uno dei musei americani più inclusivi, in gran parte perché sente la necessità di fornire a una vasta gamma di persone l’accesso ai loro diversi patrimoni culturali. Il Museum of Contemporary Art – che nasce come iniziativa degli artisti – ha una programmazione ugualmente estesa perché rappresenta ed educa un pubblico eccezionalmente vario. Altre istituzioni più piccole della zona possono mostrare un approccio più parrocchiale nelle esposizioni e nel modo in cui si rivolgono alla comunità, ma quando ci si accorge che gli artisti esposti e le persone raggiunte parlano più lingue che alle Nazioni Unite, la prospettiva di questi musei si può definire più planetaria che parrocchiale.

La storia di Los Angeles è costellata di artisti di altissimo calibro che negli scorsi decenni ne hanno definito l’identità culturale. Cosa pensi degli artisti giovani o emergenti? Sono abbastanza forti da accogliere questa eredità per condurla verso nuove direzioni?
Oggi i giovani artisti losangeleni, a differenza di quelli da New York o altri posti, vanno avanti con una sicurezza e una padronanza di sé che nemmeno i loro predecessori avevano. Gli artisti famosi associati alla scena losangelena degli Anni Sessanta hanno potuto resistere a New York, e l’hanno fatto grazie alla distanza fisica (che allora faceva una grande differenza); ma il loro sottrarsi veniva tanto da un atteggiamento difensivo quanto dalla noncuranza. Ora che New York non è più la capitale del mondo dell’arte – e ora che il mercato artistico (di cui New York rimane la capitale) sembra così dominato da forze e mentalità completamente estranee agli artisti – gli artisti di Los Angeles sentono un legame più stretto con i loro colleghi nel mondo e allo stesso tempo si sentono meno in debito, e quindi meno sulla difensiva nei confronti di New York, come non era mai successo. In una parola, a nessuno qui frega più nulla di New York. è un bel posto da visitare, un bel posto per fare mostre; ma lo sono anche Roma, Seoul, Istanbul e Sydney. E Chicago e Houston, se è per questo. Los Angeles è un posto fantastico per fare arte, un posto molto buono per esporla, un posto sempre più buono per essere “scoperti” e – cosa più importante – un posto quasi perfetto per mantenere una comunità artistica. Al di là di questo, è semplicemente uno dei tanti siti geografici aggirati da quello che (nel bene o nel male) è diventato il vero “centro” dell’arte internazionale: Internet.

Emanuela Termine

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21

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Emanuela Termine
Emanuela Termine (Roma, 1978) è storica dell’arte e curatrice. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulle relazioni fra arte e architettura in Italia tra gli Anni Cinquanta e Settanta. Fino al 2013 è stata responsabile della segreteria organizzativa presso la Fondazione Bruno Zevi. Dal 2006 è curatrice senior presso Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, a Roma. Nel 2012 ha curato il progetto “Lingua Mamma”, vincitore del concorso "Arte, Patrimonio e Diritti Umani", indetto da Connecting Cultures con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
  • 60 anni , poi non sentirli se sempre giovane nell’animo

  • pino Barillà

    I miei dubbi me li sono fatti proprio pensando all’arte americana degli ultimi quarantanni.

    Immaginate i 54 milioni di dollari dell’opera di Jeff Koons .

    Che spettacolo !!!