Il Premio Furla festeggia quindici anni. E Chiara Bertola lo racconta

È nato a Venezia, poi è andato a Bologna, ora si trasferisce a Milano. Ha sempre avuto una shortlist di cinque artisti, ma il metodo di selezione nel tempo è cambiato. Quel che resta immutato, nel Premio Furla, è il ruolo di osservatorio sulla giovane arte italiana. E pure Chiara Bertola, alla guida della macchina sin dall’inizio. L’abbiamo intervistata.

Chiara Bertola

Ci racconti la storia degli inizi? Com’è nato questo premio? In che circostanze? È stato voluto, è stata una casualità? Gli albori insomma…
Il Premio Furla nasce nel 1999 quando ho conosciuto Giovanna Furlanetto. Giovanna è una donna appassionata e interessata all’arte che desiderava realizzare qualcosa per aiutare gli artisti italiani, ma non sapeva in quale maniera. Quel giorno, quando ci siamo conosciute, ricordo che mi ha chiesto di sottoporle alcune idee. Addirittura, ricordo, mi chiese quale fosse il mio sogno: una cosa rarissima, pensai. Così le sottoposi tre progetti, tra i quali un premio d’arte. Forse quest’idea è stata lungimirante, perché allora i premi non erano così di moda… Ma l’idea di premio che avevo in mente era quella di un meccanismo che desse sì visibilità e sostegno ai giovani artisti italiani, ma anche costruisse un “sistema” di dialogo e di confronto, coinvolgendo artisti, critici, curatori, musei, istituzioni nazionali e internazionali.
Il Premio Furla è stato il primo premio italiano per l’arte contemporanea in Italia. All’inizio tutto lo sforzo è stato messo nell’individuare la strada giusta da intraprendere per lanciare e far crescere il premio nella scena dell’arte nazionale; cioè individuare un modo credibile, autorevole e qualitativamente alto. Poi a ogni edizione abbiamo aggiustato il tiro modificandolo lentamente, fino ad arrivare alla struttura delle ultime edizioni, in cui tutti sembrano credere.

Quando, in che anni, hai capito che il format e il progetto stava assumendo un suo ruolo e un suo successo?
Credo che fin da subito le persone coinvolte abbiano creduto nel premio perché il suo format era innovativo e complesso: due giurie (nazionale e internazionale) che coinvolgevano critici e curatori autorevoli del mondo dell’arte internazionale. Insieme a Giacinto di Pietrantonio e Angela Vettese – che all’inizio hanno collaborato con me – siamo riusciti a trasmettere l’idea che si trattava di un progetto serio, che non era qualcosa di preordinato o confuso. Il Premio ha subito puntato sull’internazionalità, e ha cercato di portare lo sguardo dei critici stranieri in Italia, dando agli artisti la possibilità di studio all’estero.
Oggi la struttura del Premio si è consolidata e diciamo che continua a rispettare quelle tre azioni che avevamo individuato anni fa: fornire una mappatura “critica” del panorama artistico italiano, valorizzare il lavoro dei curatori italiani e internazionali, stimolare la progettualità degli artisti fornendogli un’occasione di formazione all’estero. Però non credo sia una sola di queste azioni a dettare l’originalità e la forza del Premio, ma il loro insieme: è un attivatore di opportunità che vanno oltre la vincita e la realizzazione di una singola opera. Da sempre il Premio ha posto l’accento sullo stimolo di relazioni culturali, più che sulla celebrazione di un singolo oggetto artistico, innescando nuovi e imprevisti meccanismi virtuosi.

In questi anni ne saranno successe di tutti i colori. Riesci a ricordare qualche episodio? O meglio qualche aneddoto particolare e curioso?
Ricordo purtroppo solo di un momento davvero difficile: era l’inizio del tempo di crisi, il 2001, e Giovanna Furlanetto, preoccupata, voleva gettare la spugna e chiudere il premio. Un colpo! Perché sarebbe stato tutto lavoro sprecato, oltre a chiudere un’interessante opportunità per gli artisti italiani. È stato in quel momento che abbiamo deciso di coinvolgere altri soggetti finanziatori con cui la Furla Spa lavorava, come Unicredit e prima Carisbo. Ma è stata soprattutto la sua passione e la fiducia che ha dimostrato di avere in me e nel Premio a tenere e a rimettere tutto in moto: le sono molto grata per questo. Adesso il Premio compie quindici anni e siamo alla sua decima edizione.

Add Fire, mostra del Premio Furla 2013, Bologna
Add Fire, mostra del Premio Furla 2013, Bologna

Ecco, il 2015 è un anno di grandi cambiamenti per il Premio Furla. Ce li elenchi e ci dici da cosa sono scaturiti queste scelte e questi riposizionamenti del progetto?
Forse il cambiamento più evidente e grande è lo spostamento di città! Da Bologna siamo arrivati a Milano. È un Premio in “transito”: prima era a Venezia, poi è ritornato a casa a Bologna e ora arriva a Milano, dove la moda ma anche l’arte contemporanea hanno più forza e visibilità. Milano è l’unica città italiana che sta facendo sistema e lavorando con un progetto preciso sull’arte contemporanea. Penso al Comune con le mostre al Pac e a Palazzo Reale, ma anche alla sintonia con la Triennale e con MiArt, alla presenza e al lavoro importante delle fondazioni come Trussardi, Prada, HangarBicocca, senza dimenticare il lavoro costante che ha fatto e continua a fare il circuito di importanti gallerie private. Aveva un senso per la Fondazione Furla spostarsi nel luogo dove in Italia si manifesta un po’ di vitalità e credibilità progettuale. Devo dire che a Milano il Premio è stato accolto con grande calore e interesse.
Le altre novità sono semplicemente di riconfigurazione della struttura con i soggetti istituzionali milanesi. Il meccanismo, visto che è stato molto apprezzato nelle scorse edizioni anche dai colleghi stranieri, è rimasto invariato: il 17 novembre i finalisti presenteranno i loro progetti alla giuria internazionale e il giorno dopo il vincitore verrà annunciato durante una conferenza stampa a Palazzo Reale. Oggi che il Premio è arrivato alla sua decima edizione, mi fa piacere constatare che è diventato un esempio di come il mondo della produzione industriale e quello della cultura possono collaborare per promuovere al meglio la creatività italiana.

A proposito di cambiamenti, il premio ne ha passati tanti nel suo svolgimento. L’ingresso dei curatori a coppia, il passaggio a manifestazione biennale. Quali sono stati gli spartiacque più importanti a tuo avviso?
Quando è iniziato erano dieci selezionatori e due giurie: prima una nazionale che selezionava i cinque finalisti dalle rosa dei cinquanta candidati e poi una internazionale che selezionava il vincitore. Era annuale. Poi abbiamo voluto rallentarlo per dare più qualità ed è diventato biennale e negli anni abbiamo progressivamente fatto una riduzione e concentrazione dei selezionatori. Perché arrivavano una grande quantità di proposte da parte dei vari selezionatori e la giuria nazionale, con un faticoso e serio lavoro di scrematura, ne tirava fuori cinque. Ricordo però che si scremava quasi in modo naturale e veloce, perché non è possibile avere una gran quantità di talenti. Per cui abbiamo detto che forse potevamo ridurre, perché era dispersivo.
Il passaggio da una giuria nazionale a una internazionale era ridondante e farraginoso, pesante. Ed è così che abbiamo deciso di privilegiare il lavoro e la responsabilità dei curatori. Già nel 2007 c’erano cinque selezionatori. Quello che ci interessava di più era coinvolgere lo sguardo di curatori stranieri, molto diverso da quello degli italiani. Di fatto, tutto il lavoro della giuria nazionale, quella grande scrematura, la fanno i dieci curatori attraverso un percorso e un lavoro approfondito fatto insieme sul territorio italiano. Alla fine ogni coppia di curatori arriva a proporre una candidatura secca. In tutto sono sempre cinque finalisti a presentarsi alla giuria internazionale. La cosa che ho sempre amato del format del Premio è la sua instabilità, nel senso che i cambiamenti non sono mai conclusi e c’è sempre un’evoluzione in atto.
Oggi possiamo dire che la struttura del Premio si è stabilizzata e tutti crediamo nella sua efficacia e qualità: cinque coppie di curatori italiani e stranieri; una giuria internazionale; il Premio di una nuova produzione più il soggiorno in una residenza all’estero.

Chiara Bertola
Chiara Bertola

Un’edizione che ti è rimasta particolarmente impressa in questi anni e perché?
Non ne ricordo una in particolare… Forse le prime erano più affettuose perché più italiane e per ogni edizione erano coinvolti moltissimi curatori e critici, quindi le riunioni delle giurie nazionali erano estenuanti ma anche appassionanti e divertenti. Si svolgevano a Venezia alla Fondazione Querini, che era un po’ una casa bellissima, e le mostre in quello spazio sono state tutte molto coinvolgenti sia per gli artisti che per i curatori. Ricordo quel tempo come qualcosa di molto positivo… ma forse come si ricordano tutti i periodi iniziali di qualcosa, così come accade anche per la nostra vita! Poi quando il premio è cresciuto ed è diventato adulto, più internazionale e riconosciuto, inevitabilmente è diventato anche meno spensierato, ma di sicuro più impegnato e concorrenziale.

Quanto è importante e quanto è ancora significativo dopo tutti questi anni il legame tra una manifestazione artistica e una maison di moda? Esiste ancora una specificità di questo rapporto?
La collaborazione fra imprese (partner e sponsor dei premi) e arte nel XXI secolo diventa ogni anno più forte e imprescindibile. La moda pesca dall’arte appena può e gli artisti sono grati alle case di moda per l’attenzione e l’economia che v’impegnano… Ma ritornando in particolare al sodalizio tra Furla e i giovani artisti, credo che il motore che lo sorregge sia stato credere, da parte sia di Giovanna Furlanetto che della sua azienda, che non ci sia niente di più lungimirante che la visionarietà dell’artista. So quanto la carica innovatrice e la capacità di aprire sguardi inediti sulla realtà da parte delle ricerche degli artisti sia esattamente ciò a cui guardano con interesse le imprese per attingere nuove forze creative.
Ad esempio, adesso stiamo attivando un nuovo progetto che, secondo me, aggiorna la relazione tra arte e azienda. Si chiama Furla Creative Lab e lo stiamo progettando insieme a Viafarini DOCVA, che fin dall’inizio collabora con il Premio Furla. È l’idea di aprire un canale da parte della Fondazione Furla con la creatività legata più al prodotto. Ha come obiettivo il coinvolgimento di artisti emergenti in progetti di consulenza creativa per Furla azienda. Il Creative Lab vorrebbe diventare il “secret weapon” attraverso il quale l’azienda può sempre avere un occhio sul polso della creatività contemporanea, rinnovandosi nel tempo in modo naturale e fluido.

Passiamo al rapporto tra il Premio Furla e i musei e le istituzioni museali in questi anni. Come si è svolta questa evoluzione e quanto ritieni importante questo legame istituzionale tra un premio comunque privato e un’istituzione pubblica? Tra l’altro quindici anni fa il Premio Furla nasceva proprio in seno a un’istituzione…
Non vedo nessun problema a mettere i privati vicino alle istituzioni. Anzi, sempre di più questa relazione sta diventando un motore imprescindibile per la sopravvivenza dell’istituzione museale. Inoltre credo molto nell’organicità di un sistema (anche piccolo) dove ognuno ha un suo ruolo e una sua funzione, economia e forza, ma che nell’insieme funziona e cresce. La relazione con la Fondazione Querini è stata importante e continua a esserlo perché è a Venezia e ha la fortuna di essere uno spazio interessante, durante la Biennale d’Arte, da poter offrire al giovane vincitore per presentare la sua opera. Inoltre per me come curatrice sono diventate importante le relazioni con gli artisti che ho coinvolto come padrini e madrine, tanto da dedicare loro una personale alla Fondazione…

Chiudiamo parlando del Premio del 2015. Cosa ti aspetti? Come giudichi la selezione? Com’è stata la scelta dei curatori e della “madrina” Vanessa Beecroft?
Con lo spostamento a Milano e la generosa accoglienza da parte del Comune e degli operatori di settore, mi aspetto un consolidamento internazionale e altri progetti che possono crescere intorno all’energia del Premio e di questa città. La selezione come sempre mi sembra un’interessante potenzialità, e, anche se molto giovani, è composta da artisti che lavorano già in modo professionale. Anche la scelta dei curatori è stata fatta sulla base di curricula nazionali ma il più possibile relazionati anche con realtà internazionali.
Se mi volto indietro vedo bene che il Premio Furla nel tempo ha svolto il ruolo di un vero e proprio osservatorio sui protagonisti della migliore creatività emergente, ha cercato di rivolgere la sua attenzione, oltre agli artisti, anche alla più recente generazione di curatori. Vorrei che per i curatori che partecipano al lavoro del Premio Furla quest’esperienza rappresentasse una tappa fondamentale di confronto, di crescita e di visibilità.
Vanessa sarà una buona madrina, l’abbiamo scelta perché, oltre a essere una brava artista molto apprezzata dal mondo internazionale, è anche italiana. Sono sicura che svolgerà un ruolo importante nel valutare insieme agli altri giurati il lavoro dei giovani finalisti, ma soprattutto consigliare e trasmettere loro la sua esperienza che l’ha portata così lontano.

Massimiliano Tonelli

www.fondazionefurla.org

 

 

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.