Arte e buon gusto. Flavio Favelli, i servi della Chiesa e i funerali laici

“L’opera degli artisti che hanno operato alla chiesa del Nuovo Ospedale PG23 di Bergamo è arte sacra. Arte in linea col pensiero della Chiesa, che considera come arte solo quella che si raffronta col Vangelo. Un’arte non libera, fortemente indirizzata, che deve rispettare un fine e un’estetica”. Ci va giù pesante, Flavio Favelli. E a confronto ci mette la “Sala d’Attesa” in cui si celebrano i funerali laici a Bologna…

L’articolo pubblicato da Artribune di Astrid Serughetti sulla Chiesa di Bergamo e l’arte sacra sollecita qualche riflessione.
Al funerale di mio nonno avevo sedici anni, era in una chiesa del centro a Bologna. Ero in prima fila con la vedova, mia nonna, del resto non c’erano altri uomini in famiglia. Ricordo le parole del sacerdote e l’atmosfera retorica, pesante, collosa, in un ambiente insalubre, greve e ambiguo.
Ero sconvolto e confuso, non avrei mai pensato che mio nonno sarebbe potuto morire.
Ventiquattro anni dopo, nel 2007, questa volta all’ultima fila delle panche, partecipai a quello di mia nonna. Si tenne al Cimitero della Certosa, nella Chiesa di San Girolamo, che celebra più funerali al giorno, un inesorabile via vai di casse, persone con gli occhiali da sole e fiori.
Ho pensato spesso al mio funerale. Ho sempre pensato che non vorrei finire in chiesa.
Ho sempre immaginato uno spazio per il mio funerale.
Al Link Project di Bologna, in una stanza interrata come un’aula bunker, presentai l’ambiente totale Sala d’Attesa all’inizio del 1998 e poi nel 2003 La mia casa è la mia mente, che invase tutto lo spazio alla Galleria Maze a Torino. Entrambi, in qualche modo, potevano ospitare il mio funerale.
Ma avevo bisogno di un luogo permanente, non si sa mai quando si muore.

Bologna, Certosa - Sala d'Attesa
Bologna, Certosa – Sala d’Attesa

Nel 2006 visitai il Pantheon della Certosa di Bologna, luogo usato per i funerali laici.
Per la verità c’era un grande crocifisso dietro una tenda, che era chiusa o aperta a seconda della volontà dell’ospite. Delle sedie pieghevoli e una lampada a ioduri che illuminava la sala completavano l’esiguo arredo.
Fino al mio progetto, era l’unico luogo per celebrare un funerale laico nella rossa Bologna.
Nel giugno 2008 Sala d’Attesa aprì al pubblico, inaugurata dal sindaco Sergio Cofferati. Il progetto fu supportato solo da finanziamenti privati, trovati con grande difficoltà e che non sono bastati per realizzare nemmeno un impianto di riscaldamento (Bologna d’inverno è gelida). Io stesso non sono stato pagato e ho avuto solo rimborsi spese.
L’opera, essendo all’interno di un Cimitero Monumentale, è stata progettata e realizzata, ma non è permanente per volere della Soprintendenza. Del suo destino si deciderà alla scadenza della concessione, cioè dopo dieci anni.
Durante l’esecuzione il Comune mi chiese se potevo anche prevedere i simboli delle più importanti religioni, tipo kitsostituibile per ogni scenario, ma mi sono sempre rifiutato: e mi sono tenuto alla larga da sirene sante e sacre; nelle faccende terrestri di Dio, in tutte le sue declinazioni, con cleri e adepti vari, non mancano mai due ingredienti: potere e soldi. E la disarmante situazione di luoghi senza colori religiosi è ben descritta dalla UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

Bologna, Certosa - Sala d'Attesa
Bologna, Certosa – Sala d’Attesa

Le dichiarazioni sull’arte da parte di due papi, Wojtyla e Ratzinger, nelle rispettive Lettera agli Artisti del 1999 e 2009, rivelano il pensiero della Chiesa. In particolare il primo scrive: “Sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa. In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione”. Il papa finisce poi con: “Vi accompagni la Vergine Santa, la ‘tutta bella’ che innumerevoli artisti hanno effigiato e il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso come ‘bellezza, che letizia era ne li occhi a tutti li altri santi’”. Appare chiara la distanza siderale fra l’artista contemporaneo consapevole  e queste parole tanto ingenue quanto piene di pretese. Piaccia o no, l’arte è in tutti i modi religiosa, a meno che non sia blasfema.
È di pochi giorni fa, la lettera dell’Arcivescovo di Torino sull’immagine di una fotografia della mostra LGBTE a cui il Comune ha dovuto ritirare il patrocinio. Lo scritto vuole definire cosa è arte e cosa non lo è. Oltre a ergersi a paladino della difesa della donna, il prelato elegge l’italico Buon Senso e Buon Gusto come metro di giudizio per l’arte. Il testo è delirante, scritto da una persona non informata e profondamente ignorante.
L’opera degli artisti che hanno operato alla chiesa del Nuovo Ospedale PG23 di Bergamo è quindi arte sacra. Arte in linea col pensiero della Chiesa, che considera come arte solo quella che si raffronta col Vangelo, l’inevitabile appello al Mistero di Wojtyla.
Un’arte non libera, fortemente indirizzata, che deve rispettare un fine e un’estetica.
Un’arte comunque ben supportata economicamente da banche che sostengono il Buon Gusto. È successo per il Padiglione Vaticano all’ultima Biennale di Venezia, mentre quello italiano ha dovuto chiedere soldi con una sottoscrizione pubblica; succede per questa chiesa di Bergamo. L’artista che lavora per la Chiesa è supportato da poteri forti con una visione totalitaria.
La Sala d’Attesa della Certosa di Bologna non ha fondi per un decoroso mantenimento: dal terremoto del 2012, poi, è chiusa per sicurezza e riaprirà fra un paio d’anni.
Non vorrei nel frattempo mancare e contro la mia volontà essere esposto alla Via Crucis dell’artista di turno.
Questo scritto non è né una lettera né un testo, ma un’opera d’arte.

Flavio Favelli

http://www.uaar.it/laicita/funerali-civili
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/documents/hf_jp-ii_let_23041999_artists_it.html
http://www.diocesi.torino.it/diocesi_di_torino/in_primo_piano/00050682_Mons__Nosiglia_sul_manifesto_LGBTE.html

 

  • Ma perché Favelli non ci spiega perché il suo non sarebbe un testo (?) ma un’opera d’arte? Perché gli artisti ci tengono così tanto ad essere misteriosi?
    N.b.: questa mia risposta non la ritengo una opera d’arte, anche se potrei fare come ff e dire, con frase ad effetto, che lo è

    • Flavio Favelli

      Caro CoDa nessun mistero. Anch’io, sa, non li amo.

      Bella domanda, cerco di risponderle, sia perchè mi piace scrivere, sia perchè non amo i misteri, sia perchè cerco di rispondere alle domande, pratiche oramai quasi sconosciute nell’arte.

      Credo che il mio testo abbia a che fare più con la costellazione delle mie immagini, delle mie urgenze, dei miei pensieri e dei miei desideri sempre presenti (la storia della mia famiglia e le mie opere, la morte e le mie opere, il funerale e le mie opere) che un reale interesse o dibattito sulle questioni sociali e politiche. Pensandoci bene, ho scritto rivolto a me, più che ad un pubblico, cioè il mio stato d’animo, mentre scrivevo, era lo stesso di quando penso e vivo il momento dove cerco di materializzare o mettere insieme o trasfigurare pensieri/cose/immagini che hanno a che fare con quello che penso sia arte.

      Mi capita di scrivere per un giornale quotidiano e di solito la redazione mi invita a contestualizzare meglio, perchè, lo scrivere su un giornale, ha delle regole. Due volte, infatti, non mi hanno pubblicato dei testi, che in realtà erano due opere d’arte, perchè -parole del direttore- “il lettore non capirebbe”.

      Con questa mia precisazione, quindi, ho voluto marcare la natura dello scritto, che per abitudine, potrebbe essere scambiato per un testo.

      Esattamente come, a volte, una tela verniciata non è un quadro di pittura o come un video non è un film, così il mio scritto non è un testo. Certo, la tela verniciata può essere anche un quadro di pittura e il video anche un film e il mio scritto anche un testo. Esattamente come “Sala d’Attesa” è un’opera e non una sala arredata per fare funerali laici. Certo può essere anche una sala per i funerali laici e spero che sia riaperta a breve.

      Spero di essere stato più chiaro.

      Cordialmente
      Flavio Favelli

      • Innanzitutto grazie per la risposta. Condivido il non apprezzamento dei misteri e la volontà di rispondere alle domande.
        Ma qui i nostri punti in comune mi sembra finiscano.
        A lei piace scrivere e si vede. Scrive molto ma, mi dispiace, a me dice poco. Perché scrive solo per sè. Il suo articolo prende spunto dalla mostra di bg per giudicare negativamente l’arte della Chiesa e per mostrare soprattutto cosa sia per lei l’arte sacra (la sua sala d’attesa). Legittimo ma sembra che x lei il sacro sia quello che riguarda lei, la sua famiglia che entrano nelle sue opere. Quindi sembra che tutto quello che faccia sia per lei. Legittimo anche questo ma allora perché scrive per pubblicare? Perché espone opere x gli altri? I ricordi personali hanno valore per chi li ha vissuti a meno che non trasmettano qualcosa che anche gli altri possano vivere. Ho visto diversi suoi lavori e questo coi suoi lavori non succede.
        L’arte deve essere chiara, il + possibile. Lei invece crede nel contrario (l’esempio degli articoli sul giornale è illuminante) Il suo scritto ha rafforzato questa mia valutazione del suo modo di lavorare.
        Grazie x essere stato chiaro.

  • valentina filippi

    a me non piace ,per niente ; mentre la chiesa del nuovo ospedale di bg sì.

  • Sradiguerre

    Spero che riaprano la Sala d’Attesa in tempo per il mio funerale. Che bello essere pianti, magari da parenti e amici noiosi, in un’opera d’arte così bella…

  • angelov

    Su un muro esterno della cattedrale di Strasburgo, c’era scritto: “A’ bas le ciel”; ma su molti muri di Milano, ahimè: “Cloro al clero”…

  • Bubnic

    “Questo scritto non è né una lettera né un testo, ma un’opera d’arte.”
    Arroganza e libertà.

  • Arte per ricchi altro che buona anzi buonissima io me la mangerei in due bocconi forse tre ma dai anche quattro by Roberto Scala