Da tutti, per nessuno, ogni giorno. Intervista con Eva e Franco Mattes

Tra performance commissionate, appropriazione di immagini e concept per opere acquistati da altri artisti. La mostra in corso alla Postmasters Gallery di New York presenta una serie di lavori che affrontano il tema sempre attuale dell’autorialità, appropriazione e proprietà dell’opera d’arte nell’era digitale. Abbiamo intervistato gli (ex) 01.org.

Eva e Franco Mattes in mostra

Fin dall’esordio, la ricerca artistica di Eva e Franco Mattes ha inteso mostrare come l’avvento di Internet e del digitale in genere abbia scardinato definitivamente alcuni dei fondamenti dell’arte quali l’autorialità e la distinzione tra copia e originale, categorie di cui, da quel momento in poi, semplicemente non avrebbe più avuto senso parlare.
Da sempre affascinati dal lato più misterioso e oscuro della Rete, il duo ha messo al centro del proprio interesse la volontà di portare a galla quella che è la vera natura di Internet, mostrandone gli aspetti più scabrosi e cruenti, le tendenze e i comportamenti voyeuristici o al contrario esibizionistici, così come le abitudini più quotidiane e banali che caratterizzano il rapporto di tutti noi con il web. Con By Everyone, For No One, Everyday ci parlano di un web che si sta trasformando in un medium che segue uno schema molti-a-nessuno, descrivendo uno scenario in cui chiunque diventa produttore di contenuti ma nessuno sembra più interessato a  svolgere il ruolo di spettatore.

Nella mostra in corso da Postmasters avete presentato alcuni lavori inediti. In particolare Agreements mi sembra un progetto interessante. Ce ne parlate brevemente?
Per Agreements abbiamo comprato idee da artisti per realizzare delle nostre opere. Abbiamo creato un contratto, che ha valore legale, e che a sua volta può essere usato da altri artisti. Non c’è esclusiva: gli artisti che ci vendono un’idea sono liberi di continuare a farne ciò che vogliono. Da Duchamp in poi, un artista non deve necessariamente realizzare un’opera, la può comprare in ferramenta, basta che abbia avuto l’idea. Stiamo cercando di spingere la cosa un po’ più in là, e vedere se l’artista può addirittura comprare l’idea, non solo l’oggetto.

In quale modo avete scelto gli artisti da cui comprare le idee? Dal punto di vista di un artista credo si tratti di una richiesta piuttosto insolita: quali sono state le reazioni?
Per ora abbiamo coinvolto due artisti, scegliendo lavori che ci piacerebbe aver fatto o idee che avremmo potuto avere. Tutte e due hanno reagito sorprendentemente bene.

Quelle che avete acquistato sono idee inedite o sono già state usate dai loro autori? In che modo avete stabilito e concordato il valore economico delle idee che stavate comprando?
Sono opere già realizzate. Ci piace l’idea che esistano versioni leggermente diverse dello stesso lavoro, o anche identiche, ma di autori differenti. Non è importante quanto abbiamo pagato ma cosa questi artisti hanno fatto con i soldi: in un caso hanno finanziato un nuovo progetto, nell’altro un viaggio sulle montagne in Colorado.

Eva e Franco Mattes in mostra
Eva e Franco Mattes in mostra

Con Copies (1999) avete copiato e duplicato i siti web di alcuni degli esponenti principali della Net Art. A quindici anni di distanza avete comprato il concept per la produzione di una serie di opere. Cosa c’è di simile e cosa di diverso in queste due operazioni?
Copies era molto collegato allo specifico della Net Art, al fatto che per la prima volta nella storia un’opera d’arte fosse riproducibile al 100% senza differenze, le copie sono uguali all’originale, e questo cambia completamente alcuni parametri dell’arte come l’autorialità e l’unicità di un’opera. Agreements è più paradossale, perché si basa sul comprare la proprietà intellettuale di qualcuno, senza impedirgli di continuare a usarla. Parlano della cultura del copia-incolla in Rete e del suo antecedente: la storia dell’arte.

Una cosa simile l’avevate già fatta con Catt prima e Rot poi, lavori con i quali vi siete appropriati dell’estetica, se così si può dire, di altri artisti, spacciando per originali un’opera di Cattelan e una di Dieter Roth realizzate invece da voi. Quale era l’idea dietro a quei lavori?
Più che di appropriazione in questi casi si tratta di attribuzione: abbiamo aggiunto alla produzione di questi artisti un lavoro che avrebbero potuto fare.

Il tema del furto e dell’appropriazione di opere altrui è uno di quelli che ritornano più spesso nei vostri lavori. È un argomento che è stato centrale dal momento dell’avvento del digitale e del web in particolare. Voi siete stati tra i primi a sviscerarlo: credete che ci sia ancora qualcosa da dire a riguardo? Cosa lo rende ancora attuale?
Oggi è molto più attuale! Quindici anni fa era un discorso di nicchia. A malapena si discuteva di alternative al copyright e di cultural jamming. Oggi coinvolge tutti. Quello che ci sembra più interessante ora è che gli artisti, soprattutto i più giovani, hanno una visione della proprietà intellettuale diversa, sanno che più persone utilizzano e modificano le loro immagini e meglio è. Creano opere che facilitano la propria riproduzione e libera circolazione. In arte si è passati dalla teoria sulla dispersione delle opere (Seth Price) alla pratica: le versioni di Oliver Laric ad esempio, o la produzione collettiva di The Jogging.

L’altra serie di lavori inedita presentata in mostra è BEFNOED, una serie di video in cui chiedete a lavoratori anonimi ingaggiati attraverso siti di crowdsourcing di esibirsi in performance di un minuto. Ce ne potete descrivere qualcuna? I video sono visibili online?
Stiamo pubblicando BEFNOED proprio in questo momento, mentre parliamo con te… L’idea, come negli altri lavori, è di sottrarci alla nostra creatività e delegare il lavoro agli altri (non siamo mai stati molto creativi, in ogni caso). Diamo istruzioni a lavoratori anonimi, attraverso siti di crowdsourcing, per realizzare performance che devono filmare con webcam o telefoni. Non sappiamo chi sono, dove sono e nemmeno quali siano le loro motivazioni per partecipare. Mano a mano che vengono realizzati, i video vengono dispersi in diversi social network sotterranei, in Cambogia, Russia, Zambia, Corea, China… Questo sito aggrega tutti i link ai video: http://befnoed.tumblr.com.
Più la rete diventa luccicante, piena di stock photos e tumblr impeccabili, più siamo attratti da quel lato misterioso che ci ha affascinato fin dall’inizio, dalla Rete sotterranea, fatta di immagini povere, canali semi-inaccessibili, quella che chiamano Dark Internet. È la stessa rete di progetti come Darko Maver, Vaticano.org o Emily’s Video. Il lato oscuro della Rete…

Il titolo della mostra, By Everyone, For No One, Everyday, esprime bene ciò che sostenete anche nel comunicato, cioè che Internet sta diventando un medium molti-a-nessuno. Potreste spiegare meglio questo concetto? Che fine ha fatto l’idea del network rizomatico, del medium molti-a-molti?
È una questione complessa, che può avere connotazioni sia negative che positive. Da un lato, la produzione sui social network è nella maggior parte dei casi banale, chiacchiere da autobus; dall’altra, a differenza della tv, tutti producono, non sono spettatori passivi. In Rete tutti sono performer.La maggior parte dei lavori in mostra parla di questo.

In un certo senso in uno dei vostri lavori storici più famosi, Life Sharing, siete stati voi stessi produttori di contenuti, condividendo con chiunque tutti i dati dei vostri computer personali, e successivamente tracciando i vostri spostamenti con un GPS che mandava in tempo reale i dati sul vostro sito. Ogni giorno condividevate informazioni su voi stessi con chiunque: quanti sono stati i visitatori che vi seguivano in quel caso? Rivedendolo oggi, come valutate quel progetto?
La cosa più simile a Life Sharing oggi è Facebook! Allora non esistevano social network, a malapena si poteva condividere la musica. Diciamo che Life Sharing era più sbilanciato sulla condivisione che sull’esibizionismo. Ma poteva essere interpretato in entrambi i modi. Hito Steyerl per descriverlo disse che Life Sharing era “abstract pornography”.

Le vostre riflessioni sulla produzione e fruizione di contenuti online lasciano intendere che siate voi stessi dei grandissimi consumatori. Se volessimo provare a goderci lo spettacolo che tutti questi utenti mettono in scena online ogni giorno ma che probabilmente ci stiamo perdendo, da dove potremmo cominciare? Ci sapreste consigliare un punto di osservazione ideale?
4chan, ma è meglio non aprirlo: se ci cadi dentro non esci più.

Matteo Cremonesi

New York // fino al 7 giugno 2014
Eva e Franco Mattes – By Everyone, For No One, Everyday
POSTMASTERS
54 Franklin Street
+1 (0)212 7273323
[email protected]
www.postmastersart.com

 

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Matteo Cremonesi
Matteo Cremonesi (Brescia, 1984) si occupa di arte e nuovi media, interessandosi in particolar modo delle implicazioni sociali e politiche che le nuove tecnologie producono nel mondo contemporaneo. E' docente di “Cibernetica e teorie dell'informazione” presso l'Accademia di Brera e collabora attivamente con il Link Center For the Arts of the Information Age in qualità di coordinatore del settore educativo. E' membro del collettivo artistico IOCOSE con il quale ha presentato i propri lavori in diverse sedi nazionali e internazionali. Nato nel 2006, il gruppo organizza azioni liminali volte a sovvertire le ideologie, le pratiche e i processi di identificazione e costruzione del significato, concependo le strade, Internet e il passaparola come terreni di battaglia.
  • “Con By Everyone, For No One, Everyday ci parlano di un web che si sta trasformando in un medium che segue uno schema molti-a-nessuno, descrivendo uno scenario in cui chiunque diventa produttore di contenuti ma nessuno sembra più interessato a svolgere il ruolo di spettatore.” Mi sembra un punto molto interessante, vicino al mio modo di lavorare (see my blog), dove l’attenzione è spostata dal produttore al consumatore. Chi produce l’opera è chi la consuma, la fa sua. Vedere oggetti d’arte in mostra ha poco senso se non vengono introitati, interiorizzati, se non diventano parte di noi. Consumate gente, consumate!
    A questo proposito chiedo ai mattes xchè hanno fatto una mostra, privilegiando ancora l’aspetto produttivo, la creazione di lavori artistici rispetto a quello di fruizione, del loro consumo che invece sembra il loro punto di maggior attenzione ?

  • Carlo Erba

    Ma ancora state a parlare di questi due?
    Capisco i vecchi rapporti di amicizia che li legano al giornale, ma i Mattes hanno sbagliato tutte le scelte possibili, hanno dimostrato di agire sempre in ritardo e la cosa peggiore è stata che finchè erano 01.org e agivano sul web potevano avere un senso, ma da quando hanno provato a calarsi nel mondo reale hanno solo fatto lavori insulsi e che sanno di già visto in maniera imbarazzante.
    Capisco la necessità di guadagnarci qualcosa dal proprio lavoro, ma se poi ciò che produci è praticamente inutile, perchè continuare a dedicargli articoli e interviste?