Bianco-Valente a New York. Astronomi della memoria

Una mappa emotiva e relazionale, tracciata chiedendo in prestito i ricordi e la manualità degli ospiti di un centro per anziani di Chelsea. Un viaggio struggente nella Manhattan che non c’è più quello compiuto dal duo Bianco-Valente per la collettiva Common Spaces, atto conclusivo dell’Independent Study Program del Whitney Museum

Bianco-Valente a New York

Il racconto come sistema di rappresentazione della realtà è il tema centrale del lavoro che il duo Bianco-Valente ha eseguito in occasione della mostra “Common Spaces”, organizzata dal Whitney Museum presso The Kitchen, a New York, nel quartiere di Chelsea. L’esposizione che conclude l’Independent Study Program del museo, curata dai vincitori dell’Helena Rubinstein Curatorial Fellows, fra i quali c’è anche l’italiana Maria Teresa Annarumma, assieme a Molly Everett, Joo Yun Lee e Kristine Jærn Pilgaard. Con una quindicina di artisti provenienti da tutto il mondo, alcuni già ben noti all’artworld internazionale, da Klara Lidén ad Allan Sekula. Qui, dopo due settimane di workshop insieme ad alcune persone anziane provenienti dal centro sociale Hudson Guild, Bianco-Valente hanno tracciato una mappa visiva fondata sui ricordi dei singoli, quando il distretto dell’arte contemporanea per eccellenza era ancora quello che veniva chiamato “Meatpaking district“. Un tempo infatti la fitta rete di gallerie non esisteva da queste parti, né tantomeno la celebre Highline. Questo quartiere è andato incontro ad una radicale trasformazione nell’arco di un modesto lasso di tempo, in maniera sostanziale, e ancora più drammaticamente che nel resto della città. Il sistema dell’arte ha diretto questa potente metamorfosi, e strutturato nuovamente il modo di esperire spazi pubblici e spazi privati. In passato questa era una location dove attraccavano navi e il commercio di carni era all’ordine del giorno, anziché il commercio odierno in opere d’arte. Gli abitanti di questa zona, ed i passanti, erano abituati a tutto un altro genere di panorama (“I grandi palazzi a volte mi soffocano” ha commentato una delle anziane protagoniste del progetto “perché mi nascondono la vista del fiume e il passaggio delle magnifiche navi che ricordo osservavo un tempo”), e Bianco-Valente hanno ricostruito i punti essenziali di una costellazione di narrazioni, proponendo l’ originale punto di vista sulle cose di chi è stato testimone dei rapidissimi cambiamenti avvenuti nell’arco di un paio di decenni. I punti salienti dei loro ricordi individuati sulla mappa, sono stati collegati dalla scrittura a mano dei protagonisti dei racconti e dalla coppia di artisti, che in questo modo hanno dato vita ad una nuova rete in termine di immagine e di parole. Giovanna e Pino (questi i nomi del duo proveniente da Napoli) hanno orchestrato e gestito il momento del racconto di una piccola comunità in termini di storie passate che si intersecano e tornano a galla, facendosi presenti, sulle due pareti utilizzate nell’allestimento dello spazio di The Kitchen. In questo modo hanno ridisegnato l’immagine di ciò che era vivo un tempo nell’esperienza quotidiana dei cittadini che oggi si aggirano per le strade di un quartiere impostato molto diversamente, che vede protagonisti grandi nomi dello star system dell’arte in quanto generatori di ricchezza per individui già estremamente e a volte spropositatamente ricchi. Quello che si è perso è un senso di autenticità (che invece scorre nelle parole tracciate a mano) che sta svanendo nell’intera Manhattan, sempre più simile ad un grande Mall dove tutto ha un aspetto massificato, ed il valore delle cose è dettato dalla propria spendibilità immediata. L’operazione intrapresa in questa occasione rende giustizia ad un senso della storia che qui va svanendo in favore del continuo ricambio, del continuo rinnovamento non inteso in quanto miglioramento intrinseco ma come continua occasione di lucro. Qui il guadagno risiede nella lettura delle storie altrui, nel piacere della connessione e soprattutto della condivisione di quello che deve restare per l’essere umano il primo dei bisogni: sapere.

Diana Di Nuzzo

 

 

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Diana Di Nuzzo
Scrive di Pop Surrealism e Lowbrow Art da tempo, e la sua passione per la cultura pop e underground l'ha portata a trasferirsi nella Grande Mela per conoscere da vicino il mondo delle gallerie dedicate e della Street Art. Qui trova pane per i suoi denti e tenta di fare la corrispondente all'estero cercando di dare voce a movimenti che in Italia restano ancora poco conosciuti. Appassionata di fumetti e toys di ogni epoca e tipo, è ormai ossessionata da Instagram e Facebook, al punto di averne fatto una semiprofessione. Nel campo delle arti visive predilige il mondo del figurativo e ha un debole per gli anni '80 e il suo universo di immagini trash, ipercolorate e molto spesso kawaii. Per il futuro confida di disintossicarsi dalla sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie (di recente acuita da New York) e da quella dell'Analisi Semiotica.