Presente e futuro dei musei d’impresa, vol. I

Che ruolo hanno oggi i “musei d’impresa”? In un momento di rarefazione delle risorse economiche, che valore assume per un’azienda investire in cultura? Queste sono le domande che abbiamo posto ai protagonisti di questo talk show. Le risposte sono diverse ma accomunate da una costante: l’atteggiamento propositivo e curioso, che fa ben sperare in un futuro caratterizzato da nuove sinergie tra impresa e cultura, oltre che tra pubblico e privato. Oggi pubblichiamo la prima parte, appuntamento a domani per la seconda.

Marina Mojana

Alberto Meomartini
presidente di museimpresa, milano
I musei d’impresa rivestono un ruolo fondamentale per la promozione della cultura d’impresa. Pensiamo a ciò che in essi è contenuto: sicuramente la memoria aziendale, ma anche la storia dell’evoluzione tecnologica, dei progressi scientifici e dei cambiamenti nei costumi della società italiana, tutti argomenti che raramente trovano spazio all’interno dei musei tradizionali. In questo senso i musei d’impresa sono testimoni d’eccezione di queste trasformazioni e diventano uno strumento di dialogo e di condivisione tra l’azienda e il territorio, raccontando gran parte di ciò che compone l’immaginario collettivo di una società.
Investire in un museo d’impresa significa investire nella conservazione della memoria, ma anche valorizzare ciò che la storia può rappresentare per il futuro. Pochi sanno che questi musei sono fucine di idee, laboratori all’interno dei quali nascono nuovi prodotti traendo ispirazione da ciò che è stato fatto; all’interno dei musei d’impresa vengono inoltre elaborate nuove strategie di marketing che indirizzano l’azienda verso percorsi innovativi di sviluppo. Questi musei non sono da interpretare quindi come luoghi di celebrazione del passato, ma come officine orientate al futuro.
www.museimpresa.com

Alessandro Bollo
Alessandro Bollo

Alessandro Bollo
coordinatore dell’area di ricerca della fondazione fitzcarraldo, torino
Il concetto di museo d’impresa è sempre più difficile da imbrigliare. Questo tipo di museo nasce per difendere dall’oblio, testimoniare, rappresentare e celebrare i sogni, le storie, le intraprese, le persone, le idee, le culture, gli oggetti, i prodotti, la natura profonda delle imprese e dei loro prodotti. Questo è il Dna dei musei d’impresa.
Dal punto di vista delle funzioni ci troviamo di fronte a soluzioni che spesso ibridano la natura e il modello del museo canonico. A cavallo tra l’archivio della memoria, il museo esperienziale, lo spazio di esposizione, il polo di produzione culturale e creativa con una spiccata predilezione per la sperimentazione contemporanea (e forse non potrebbe essere altrimenti se si ritorna alla matrice pionieristica e avanguardistica dei protagonisti di questi musei) e lo strumento di branding aziendale. Si tratta di luoghi, a volte magici, in cui fare esperienza di un prodotto, di una “marca”, coglierne l’essenza e la profondità, diventandone ambasciatori e testimonial qualificati. Da questo punto di vista il museo si traduce in un pregiatissimo “emporio semantico” per dare aura e valore a prodotti e progetti in mercati sempre più competitivi e globalizzati.
www.fitzcarraldo.it

Elisa Bortoluzzi Dubach
Elisa Bortoluzzi Dubach

Elisa Bortoluzzi Dubach
esperta di sponsoring e filantropia, zurigo
Il museo d’impresa non esiste. O meglio esiste, ma in diverse declinazioni. Un museo d’impresa può essere il luogo dove l’azienda custodisce e raccoglie testimonianze della sua storia e della sua evoluzione, ed è in questo senso parte integrante della sua identità. Ma può essere anche un luogo di riflessione, raccoglimento, formazione. Molti imprenditori pensano che anche attraverso la mediazione e la riflessione sull’arte si possa influenzare in modo positivo la capacità di innovazione e la qualità di produzione di un’azienda, e dovrebbero essere clonati. Il museo d’impresa infine può essere una vetrina svuotata di una filosofia autentica, senza radicamento nella storia di un’azienda, un luogo che serve a produrre e lanciare mostre “brillanti” che si pongono come alternativa a quelle prodotte dalle istituzioni. Quest’ultima espressione, senza dubbio utile al marketing aziendale, in un momento di rarefazione delle risorse economiche pubbliche è soggetta a molte critiche. A torto?
www.elisabortoluzzi.com

Marina Mojana
Marina Mojana

Marina Mojana
direttore artistico di galleria campari, sesto san giovanni
Il presente di un’azienda è il compiersi di una storia, che nel tempo conserva ciò che vale e abbandona ciò che non serve al cammino, alla sua crescita, al suo successo. Galleria Campari, nata nel 2010 – nell’anno in cui si celebravano i 150 anni dell’azienda – è l’espressione di una storia, è un luogo vitale la cui funzione è ricordare; un fare memoria non come qualcosa di nostalgico, ma per dare significato al presente. Non a caso abbiamo scelto di chiamarci Galleria e non Museo.
Il ruolo del nostro museo è indipendente dalle contingenze economiche, più o meno felici. Diverso è invece il modo in cui Campari investe sul suo progetto. Le risorse variano a seconda dei momenti storici, ma Galleria Campari resta uno strumento formidabile di fidelizzazione del cliente (mostre, conferenze, serate teatrali o musicali), di riconoscimento della community dei “Campari Friends” attraverso i valori culturali che durano più a lungo del sorso di un aperitivo, ma anche di dialogo con il territorio e in particolare con l’assessorato alla Cultura del Comune di Sesto San Giovanni.
www.campari.com

C. Sylvia Weber
C. Sylvia Weber

C. Sylvia Weber
direttrice della collezione würth, capena
Reinhold Würth ebbe già nella metà degli Anni Ottanta l’originale idea di fondare un museo nella propria azienda. Così nel 1991 con l’apertura del Museo Würth per l’arte contemporanea e l’allestimento del museo storico-tecnico della vite e del filetto nella sede centrale del Gruppo Würth a Künzelsau nella Germania meridionale, fu inaugurato il primo dei quindici musei e spazi espositivi del Gruppo Würth.
Le attività museali hanno per noi ragione d’immagine, motivazione ed effetto sul pubblico, che giovano sia all’impresa che ai collaboratori. Ma non si tratta solo di questo: dato che la collezione aziendale è per lo più accessibile gratuitamente, come ad esempio nell’Art Forum Würth Capena, Würth aspira anche a un impegno sociale. Tutte le nostre mostre, che puntano a una qualità museale, sono accompagnate da un vivace programma collaterale, che si rivolge a un pubblico di tutte le età, alle scuole di ogni ordine e grado e a chiunque sia interessato. Riuscire a proseguire tali attività proprio in un momento storico caratterizzato da una crisi economica rappresenta per noi un importante proposito.
www.wuerth.it

Stefania Ricci
Stefania Ricci

Stefania Ricci
direttrice del museo salvatore ferragamo, firenze
Il Museo Salvatore Ferragamo è nato quasi vent’anni fa, dopo un lavoro decennale di preparazione. Allora i musei d’impresa quasi non esistevano. Era tutto da fare, da costruire. Il lavoro è stato faticoso, la strada spesso in salita. Fin dagli inizi del nostro percorso è stato fondamentale far capire all’azienda che l’archivio e il museo hanno le potenzialità per diventare un efficace strumento di comunicazione della capacità produttiva dell’azienda e dei suoi contenuti, e che costituiscono un potente veicolo per la propagazione della sua immagine. In un momento di crisi è fondamentale dimostrare che un’azienda ha una storia. È una garanzia di solidità e di coerenza in un momento di insicurezza. L’archivio e il museo sono inoltre elementi indispensabili di interazione con il territorio, come centri di promozione del dibattito culturale e come elementi dinamici per la formazione esterna e interna.
Il museo è anche uno strumento importante per creare un senso di appartenenza all’azienda in chi lavora all’interno di essa, per le loro famiglie, per gli amici. In una società sempre più impersonale, costruire uno spazio di cui ognuno può vantare di essere stato in qualche modo protagonista diretto o indiretto, rappresenta un valore positivo, con un enorme potere aggregante. In un momento di rarefazione delle risorse economiche, il museo d’impresa esprime la concretezza di quell’impresa, la sua cultura, i suoi valori, che sono i soli elementi che contano se si vuole avere un futuro.
www.museoferragamo.it  

Catterina Seia
Catterina Seia

Catterina Seia
cultural project manager e presidente susaculture, susa
Nel nostro Paese il modello dei musei d’impresa andrebbe rivisto in una logica esperienziale, di interazione, partecipativa, per stimolare la lettura della cultura industriale in ottica “politecnica”, unendo scienza e umanesimo. Una logica che superi l’approccio prevalente tradizionale, descrittivo-narrativo, che ha origine dagli archivi, collettori della storia aziendale, in cui è dominante la ricerca. Il museo Ferrari è tra le eccezioni. Vero e proprio culto, nel 2012 ha superato i 250mila visitatori. Anche Campari va in questa direzione: “Un laboratorio di immagini ed emozioni”, un red passion lab, carpet, tavolo-archivio multimediale, videowall, time travel con le tappe della storia. Accattivante e suggestivo. Non sono ancora stata al Mast, della straordinaria imprenditrice Isabella Seragnoli, che è molto di più. È un progetto politico, che mette l’impresa nel cuore della comunità.
susaculture.wordpress.com

Michele Trimarchi
Michele Trimarchi

Michele Trimarchi
docente di economia della cultura, università di bologna
Nati lungo la parabola discendente del paradigma manifatturiero, i musei d’impresa coprono un ventaglio di ruoli piuttosto variegato, cosa del tutto comprensibile in un quadro statico: l’impresa cerca di perpetuare una valenza in discussione e usa il modello decisamente obsoleto del museo per rappresentarsi all’esterno. Non può durare troppo a lungo.
Le cose cambiano rapidamente, e per molti versi in modo inaspettato. L’impresa dei prossimi anni non è più un ammasso organizzato di ferraglia, e tende a diventare uno snodo sinergico di talenti e prassi capace di dialogare con una società multiculturale. Il museo del futuro sposta in avanti lo sguardo di Mnemosyne, madre delle muse e dea della memoria: non basta conservare oggetti memorabili, ma è necessario creare cose che possano attivare la memoria del futuro. L’impresa è un crogiolo di esperienze e di visioni, raccontarle con un approccio ipertestuale e cross-mediale può attivare un’incisiva rappresentazione del sé, tanto per rafforzare la consapevolezza interna quanto per consolidare le connessioni esterne.

Alessandro Crociata
Alessandro Crociata

Alessandro Crociata
ricercatore in economia della cultura, università di pescara
I musei d’impresa sono un fenomeno non più emergente, ma una realtà che si va progressivamente affermando nel nostro Paese, al punto da alimentare riflessioni e dibattiti sulla loro valenza. Che tali espressioni museali siano un utile strumento di valorizzazione della cultura d’impresa è indubbio. Materiali iconografici, prodotti e macchinari sono messi a servizio della comunità per raccontare, dandone prova materiale, quegli “animal spirits” che hanno portato un’idea imprenditoriale al successo. Il processo comunicativo che l’impresa opera con i suoi pubblici di riferimento, tuttavia, non è solo uno strumento di fidelizzazione o una possibilità di valorizzazione del suo brand. Il tema da affrontare, dunque, non è tanto la conservazione o la diffusione del capitale culturale a disposizione, quanto la natura del media utilizzato, vale a dire il museo.
In quanto bene culturale, il museo rappresenta un’emergenza in grado di generare effetti immateriali e indiretti, definibili come esternalità positive. Sono effetti che solo l’infungibilità di un’esperienza culturale può generare. In tal senso, l’effetto che contraddistingue questa particolare forma espressiva dell’impresa riguarda la possibilità di generare impatti cognitivi. Recenti verifiche empiriche dimostrano che il consumo di determinati prodotti culturali, e tra questi la visita a musei/mostre, amplifica il modello mentale degli individui. La sensibilizzazione ai comportamenti pro-ambientali, la diminuzione del tasso di ospedalizzazione per patologie depressive, la capacità di aumentare il pensiero creativo e a cascata l’innovazione sono solo alcune delle dimensioni per misurare la portata di questi effetti. Il museo d’impresa, in questo senso, diventa un dispositivo in grado di facilitare l’apertura mentale dei suoi visitatori e, dunque, uno strumento a disposizione per lo sviluppo sostenibile di un territorio.

Chiara Rusconi
Chiara Rusconi

Chiara Rusconi
cultural project manager di antinori familiae museum, firenze
Antinori Familiae Museum è il nome che caratterizza la prima fase del progetto Antinori per l’Arte. L’esperienza del patrimonio artistico della famiglia, vinattieri dal 1385, e il suo dialogo con la contemporaneità, avvengono nel luogo della produzione, senza l’obiettivo di celebrarne i meccanismi. È un luogo dove antico e contemporaneo si incontrano per testimoniare l’impegno di Antinori nel sostenere le arti e il legame profondo con la cultura iniziato nel XIV secolo. È uno spazio che non ha una collocazione temporale esatta: l’avanguardia dialoga con la tradizione e gli artisti contemporanei sono chiamati a interagire, osservare e ripercorrere in diverse modalità le tracce del secolare mecenatismo fiorentino.
Costituire un museo d’impresa, sponsorizzare mostre, sostenere restauri è oggi un’operazione di grande intelligenza da parte di un privato, sia se alla base della sua scelta vi siano motivazioni di ordine culturale ed etico, sia se vi siano invece ragioni essenzialmente imprenditoriali di qualificazione dell’immagine dell’azienda. Anzi, l’operazione intelligente si basa proprio sulla coesistenza di entrambi gli aspetti, facendo in modo che quello economico e quello filantropico-culturale si alimentino vicendevolmente in una visione lungimirante che porta a un’ulteriore crescita dell’azienda sia in termini di fatturato che d’immagine. La crescita di risorse necessarie a consentire la fruizione della cultura impone la necessità di costruire una sinergia tra risorse pubbliche e risorse private e di passare da una visione limitata e individualistica a una visione in cui industria, istituzioni e mondo culturale possano finalmente collaborare in modo efficace per creare una nuova economia della cultura e del turismo.
www.antinori.it

a cura di Santa Nastro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

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