Terra Bruciata. Se Marco Senaldi intervista Leonardo Pivi (I)

Un dialogo tra Leonardo Pivi e Marco Senaldi. Dagli esordi, nella vivace Bologna degli Anni Ottanta e Novanta, al salto internazionale verso Ginevra. E poi tante riflessioni sul rapporto tra arte e tecnica, e tra passato e presente. La prima parte di un dialogo a due voci.

Leonardo Pivi, 5.11.D.C.

FRAGILI ANNI NOVANTA

Caro Leonardo, ci conosciamo da anni, ma non abbiamo mai parlato dei tuoi esordi, all’inizio della tua carriera artistica. Qual è il motivo per cui tu sei diventato artista? Avevi qualche conoscente che è stato d’esempio, o ci sono stati dei personaggi che ti hanno particolarmente influenzato?
Nella vita succedono delle cose che in principio avvengono senza quasi senso. Poi, quando cominci a scavare nei ricordi, ti accorgi che le cose accadono misteriosamente, non so se per vocazione, per attitudine o per predisposizione naturale. Nel mio caso è scattato qualcosa molto presto; ho vivi ricordi di quando, a quattro o cinque anni, amavo perdere le giornate a disegnare per terra con la pancia a contatto del pavimento. Disegnare mi piaceva tantissimo, non solo cose di fantasia, ma anche le figure che vedevo, ad esempio Paperino e Topolino dai fumetti. A scuola quando la maestra faceva le lezioni sull’alfabeto abbinando le immagini alle lettere, mostrando alla lavagna l’ape, la casa, l’albero, l’imbuto, mi ricordo che per il compito a casa, più che a riscrivere le lettere dell’alfabeto, mi divertivo a rifare le immagini. Poi ho fatto un percorso come tutti i ragazzi delle scuole medie, serbando il desiderio di non perdere di vista il disegno; in questa fase delicata della mia vita ho avuto anche la fortuna di avere dei genitori stupendi che non mi hanno forzato, e mi hanno incoraggiato ad iniziare studi specificatamente artistici. Così, mi sono iscritto prima all’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna, e poi all’Accademia di Belle Arti.

L’Accademia di Bologna?
Sì. Ho fatto il primo anno a Ravenna, poi, assieme ad alcuni amici molto affiatati, prendemmo la decisione di spostarci verso una realtà diversa. Tutti sentivamo la necessità di cambiare aria, di spostarci in una città che potesse darci stimoli nuovi. Io, con Alessandro Pessoli, Gianfranco Beghi, e poi Valerio Gaeti, abbiamo deciso di prenderci una casa e abbiamo vissuto quattro anni insieme. Lì abbiamo conosciuto altri artisti bolognesi, con i quali abbiamo istaurato un rapporto di amicizia, come Eva Marisaldi, Pierpaolo Campanini, Cuoghi e Corsello. C’era anche Maurizio Cattelan, anche se con lui c’era una conoscenza indiretta, lo incrociavo perché frequentava Alessandro.

Io orbitavo soprattutto su Milano, ma ricordo bene che la Bologna di quegli anni, fra la fine degli Ottanta e il decennio successivo, era davvero un luogo di grande fermento artistico, ma anche di sperimentazione abbastanza spensierata, senza l’ossessiva preoccupazione del mercato. Tu, quando hai veramente capito che quella dell’artista era la tua strada?
La consapevolezza di cominciare un cammino artistico, con un linguaggio mio, personale, l’ho maturato sicuramente l’anno in cui ho finito l’Accademia, nel 1988. Nell’estate di quell’anno mi sono accorto che io ed Alessandro eravamo continuamente in contatto, lavoravamo giorno e notte, disegnavamo, ci confrontavamo, vedevamo continuamente il lavoro che cresceva giorno per giorno.

Leonardo Pivi - Terra bruciata - veduta della mostra presso FAR, Rimini 2014
Leonardo Pivi – Terra bruciata – veduta della mostra presso FAR, Rimini 2014

Ma riuscivi già a mantenerti come artista o facevi altri lavori?
In quegli anni facevo anche il restauratore per motivi di sostentamento; ma ero arrivato al punto di impegnare le mani, la mente, gli occhi, per 16 o 18 ore al giorno perché, dopo essere stato tante ore sulle impalcature dove facevo i restauri, arrivavo a casa e continuavo a lavorare sulle mie cose fino a tarda notte. Questo è andato avanti per alcuni anni. Poi, a un certo momento non ce l’ho fatta più: davanti al bivio tra il restauratore e l’artista ho deciso di scegliere a tempo pieno il mio lavoro. Ero anche un po’ spinto dal fatto che iniziavamo a esporre in alcune mostre, organizzate da critici di Bologna come con Roberto Daolio. Una delle prime mostre che mi ricordo, curata da Daolio, si intitolava Via Crucis, allestita dentro un tunnel ferroviario di San Marino, che mi sembra di ricordare fosse chiuso dal 1945, e aperto per l’occasione di quella mostra a cui parteciparono praticamente tutti i bolognesi, da Eva Marisaldi a Pessoli, a Cattelan, mi pare anche Cuoghi e Corsello. Fu una bellissima mostra che ci diede visibilità anche nei confronti di altri critici, giovani come Claudia Colasanti, Guido Molinari, o meno giovani come Renato Barilli. Questa fu sicuramente una delle prime mostre che segnò l’inizio del nostro percorso, assieme al ciclo di mostre organizzate alla galleria Neon di Gino Gianuizzi.

Tenuto conto dell’evoluzione del tuo lavoro, sempre estremamente attento alla elaborazione materiale del pezzo, trovi che la tua iniziale esperienza come restauratore in qualche modo abbia avuto un influsso sul tuo approccio artistico?
È stata un’esperienza meravigliosa durata circa quattro anni, in cui ho avuto l’occasione di poter lavorare su materiali diversi, dal lapideo, all’affresco, ad alcune riprese su soffitti lignei. Ho fatto pochi restauri di mosaico, però, essendo molto spesso sulle impalcature delle chiese, ho avuto la possibilità di ammirare i mosaici molto da vicino, e questa è stata sicuramente un’esperienza determinante .

Si potrebbe dire che il contatto con l’opera è taumaturgico, guarisce dalle incertezze artistiche…
Il restauro ti impone di guardare le opere e di intervenire su di esse in una maniera molto distaccata, perché non devi entrare assolutamente in un coinvolgimento emotivo. Però dal punto di vista scientifico sicuramente ho avuto la possibilità di conoscere materiali, strumentazioni, e di fare anche molte riflessioni su problematiche che dovevo comunque sempre risolvere.

Tornando a Bologna, dopo Via Crucis, hai tenuto la tua prima personale alla Galleria Neon…
Sì, la mia prima mostra personale si intitolava Anima mangia Anima ed era curata da Roberto Daolio. Avevo installato in galleria le mie prime sculturine che facevo su queste piccole pietre. Da lì incomincia il mio viaggio, anche se prima, all’Accademia di Bologna, con Concetto Pozzati, avevo seguito un percorso parallelo sulla pittura, sul segno e su un immaginario personale molto più onirico legato al sogno.

Leonardo Pivi, Terra bruciata, 2011
Leonardo Pivi, Terra bruciata, 2011

Ma allora un personaggio influente l’abbiamo trovato, Concetto Pozzati! Ti interessa raccontare qualcosa di lui? 
Concetto è stato un grande insegnante perché metteva in relazione il mio lavoro con quello dei grandi maestri, che io allora conoscevo ancora molto poco. Cercava di mettermi sulla stessa lunghezza d’onda, per affinità d’immaginario, alle grandi figure della storia dell’arte, come Scipione, Redon, Gustave Moreau, Goya, gli onirici e i visionari, tutti artisti che lui cercava di farmi conoscere attraverso le loro opere, per metterle in sintonia emotiva con quello che stavo facendo. E poi mi ricordo le sue preziosissime lezioni nell’aula magna su tanti autori del Novecento. Con queste lezioni dava energia e stimoli per aiutarci a credere in quello che stavamo facendo. Io non credo che sia casuale questa fioritura, questo exploit bolognese di tanti ragazzi dello stesso corso accademico che poi hanno avuto importanti riconoscimenti, come Campanini, Marisaldi Pessoli, Cuoghi e Corsello…

Vorrei tornare per un attimo con te un po’ indietro nel tempo, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti di quegli anni Novanta, perché ho come l’impressione che siano stati un momento epocale per l’arte italiana, ma che forse non ce ne siamo accorti – lasciando che la memoria di quel geniale fermento si appiattisse su due-tre nomi emersi a livello internazionale, che invece erano solo la punta di un iceberg molto più vasto – un iceberg che però, ahimè, abbiamo lasciato andare alla deriva. Io ricordo che nell’89 avevo messo piede per la prima volta a Flash Art, si percepiva un vasto ronzìo internazionale, un’attenzione rivolta in tutte le direzioni. Sembrava di essere all’inizio di una fantastica avventura e tutto pareva possibile. E a Bologna come si stava?
In quegli anni eravamo totalmente fuori dall’era informatica, internet non c’era, e le relazioni erano fatte ancora di messaggi scritti. Io mi ricordo che, se appena qualcuno di noi vedeva qualche mostra interessante, di un autore che potesse racchiudere qualche curiosità o informazione che poteva essere utile, subito ci spedivamo una lettera o una cartolina con sopra scritto: io sono qua nel tal posto, ho visto questo lavoro e ti ho pensato. Ricordo che andavamo spesso in una casa, sopra Marzabotto, di Francesco Bernardi.

Francesco me lo ricordo anch’io, era il compagno di Eva Marisaldi in quel periodo, e faceva l’artista…
Esatto. Lui aveva questa casa nell’Appennino tosco-emiliano, in un posto bellissimo immerso nella natura, una casa senza la serratura – all’epoca si potevano ancora lasciare incustodite le abitazioni senza pericolo – e ricordo che spesso passavamo dei fine settimana assieme, si mangiava, si beveva e si parlava dei progetti d’arte che volevamo realizzare.

E Bologna? Nella geografia dell’arte dell’epoca, Roma praticamente non esisteva, Torino aveva espresso il meglio negli anni Sessanta e Settanta, gli anni Ottanta e Novanta li ricondurrei a Milano e a Bologna.
Sono d’accordo, forse bisogna riconoscere il merito a Renato Barilli per aver avuto la capacità di far gravitare in quegli anni tutto attorno ad un certo ambiente bolognese, anche con diverse mostre importanti.

Leonardo Pivi - Terra bruciata - veduta della mostra presso FAR, Rimini 2014
Leonardo Pivi – Terra bruciata – veduta della mostra presso FAR, Rimini 2014

Nuova officina bolognese?
Mi sembra che quella fu curata da Roberto Daolio, ma non sono sicuro [fu curata da un comitato composto da Daolio, Guadagnini e Trento, N.d.R.]. Nell’ambiente ci si conosceva un po’ tutti, si andava alle inaugurazioni, alle feste, e poi a visitare gli studi; per noi artisti giovani appena diplomati era importante frequentare certi contesti. Ricordo di aver fatto visita a Pirro Cuniberti, a Piero Manai, allo stesso Pozzati. A Bologna c’era una bella energia che a mio avviso era portata anche da molte persone che all’inizio degli anni Novanta erano arrivate da altre realtà del nord prevalentemente per studiare e si erano poi fermate a Bologna.

Marco Senaldi

Rimini // fino al 9 febbraio 2014
Leonardo Pivi – Terra bruciata
a cura di Marco Senaldi
FAR – FABBRICA ARTE RIMINI
Piazza Cavour
http://www.comune.rimini.it/servizi/citta/cultura/far

Rimini // fino al 9 febbraio 2014
Leonardo Pivi – Terra bruciata
a cura di Marco Senaldi
FAR – FABBRICA ARTE RIMINI
Piazza Cavour
GALLERIA D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA – VILLA FRANCESCHI
Via Gorizia 4
0541 693534
[email protected]
http://www.comune.rimini.it/servizi/citta/cultura/far
http://www.riccioneperlacultura.it/

Riccione // fino al 9 febbraio 2014
Leonardo Pivi – Terra bruciata
a cura di Marco Senaldi
VILLA MUSSOLINI
Via Milano 31
[email protected]
http://www.riccioneinvilla.it/villamussolini.html

CONDIVIDI
Marco Senaldi
Marco Senaldi, laureato in filosofia, a partire dagli anni 80 si occupa di critica e teoria dell’arte contemporanea. Negli anni 90 ha insegnato Estetica al Politecnico di Milano e allo IULM; è stato docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea e di Estetica all’Accademia di Belle Arti “Carrara” di Bergamo; dal 2003 insegna Cinema e Arti Visive all’Università Statale di Milano Bicocca. Suoi testi e saggi sono apparsi in numerosi cataloghi e volumi collettivi (AA.VV., Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002; A. Somaini, a c. di, Il luogo dello spettatore, Vita e pensiero, 2005, N. Dusi, A. Spaziante, a c. di, Remix Remake, Meltemi 2006, ecc.), oltre che in riviste d’arte e design (Juliet, Flash Art, Exibart, Tema Celeste, Around Photography, Arte Mondadori, Interni, FMR) e quotidiani (il manifesto; Corriere della Sera; D-donna- la Repubblica). Sul free magazine Exibart Onpaper cura dal 2005 la rubrica hostravistoxte. Ha tradotto e curato l’edizione italiana di testi di Gilles Deleuze, (Spinoza, filosofia pratica, Guerini 1991), di Arthur Danto (L’abuso della Bellezza, Postmediabooks, 2008) e Slavoj Žižek (Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, antologia di scritti, Feltrinelli, 1999; Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, 2002; L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, 2004; Credere, Meltemi, 2005; Il cuore perverso del cristianesimo, 2006). E’ stato autore di primi programmi televisivi culturali dedicati all’arte contemporanea per Canale 5 e Italia Uno (L’Angelo, 1994/95; Le notti dell’Angelo, 1995/97) e Rai Tre (Onda Anomala; 1998/99; Cenerentola, 1999/2000), e collabora tuttora con RadioRai Tre Suite. Ha curato diverse mostre d’arte contemporanea tra cui Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione, (maggio-giugno 2003), catalogo Libri Scheiwiller, Milano, 2003; Il marmo e la Celluloide – Arte contemporanea e visioni cinematografiche, Villa La Versiliana, Marina di Pietrasanta (catalogo Silvana editoriale, 2006); Paolo Gioli (in programmazione presso Treinale Bovisa), ottobre 2010. Da molti anni tiene conferenze e incontri in Italia e all’estero (Arte contemporanea e filosofia, Spazio Oberdan, Milano, maggio 2007; Art and Tv, Symposium “Visual Construction of Cultures”, Zagreb, nov. 2007; Festival Architettura, Roma, MACROfuture, 2010, ecc.). E' membro fondatore del gruppo di ricerca sull'immaginario contemporaneo GRICO; è membro della Società d'Estetica Italiana (SIE); fa parte delle reti accademiche Cinéma et Art contemporaine, Sorbonne Nouvelle Paris 3, e NECS European Network for Cinema and Media Studies.