Architettura nuda #6. Hans Ibelings

Proseguono le risposte all’invito formulato da Valerio Paolo Mosco, ovvero riflettere sulla “nuda architettura”. Dopo l’intervento di Luca Galofaro è il turno di Hans Ibelings, noto critico e storico di architettura olandese, che pone una interessante differenziazione della nudità in architettura. “Nude” è quella architettura pura e antidecorativa che fa riferimento all’architettura rivoluzionaria del Settecento. “Naked” è invece un’architettura denudata e tendenzialmente brutalista, tipica del tardo-moderno, la cui fascinazione permane ai nostri giorni.

Felix Candela, Cappella Lomas de Cuernavaca, Messico

Ogni categoria implica l’esistenza di una categoria complementare. Se c’è un’architettura nuda, ci deve essere allora un’architettura non nuda. Se accettassimo allora che c’è un’architettura nuda e una vestita, la domanda allora diventa: gli edifici nascono nudi (come afferma architetto olandese Willem Jan Neutelings) o devono essere svestiti per rivelare la loro nudità? Considerato in senso stretto, il termine ‘nudo’ implica quello di essere “completo in se stesso”, ma gran parte degli edifici che possiamo considerare nudi appaiono più che altro non finiti. Gran parte degli edifici nudi non si presentano solo come costruzione, ma la loro presenza spoglia ci suggerisce la sensazione che siano in costruzione. Ciò che è in costruzione non è definitivo e suggerisce una sensazione di apertura, che implica quindi un’architettura meno intrusiva e dominante rispetto a quella degli edifici che si rifanno al precetto di Leon Battista Alberti della bellezza come un tutto armonico, in cui nulla può essere tolto o aggiunto senza distruggere la presenza stessa dell’edificio.

Rudy Ricciotti, Centro di danza, Aix en Provence, 1999
Rudy Ricciotti, Centro di danza, Aix en Provence, 1999

Una delle prospettive che intravedo nell’idea di Valerio Paolo Mosco di una nuda architettura è che è possibile fare una distinzione tra nude e naked. L’architettura naked è di forte presenza e tende a mettere in mostra, in maniera decente o indecente, le parti private dell’edificio. Insieme a questa interpretazione c’è ne è un’altra, il nude, che fa riferimento alla tradizione iconografica del nudo. I progetti che afferiscono a questa interpretazione presentano una venerazione per una materialità atmosferica e tattile, indipendentemente da ciò che è dietro la loro pelle.
È una questione che riguarda il gusto se questa interpretazione sensoriale ed estetica opera sullo stesso livello e ha la stessa intensità rispetto ai progetti naked, di sicuro meno delicati ma senza dubbio più nudi. Così è una questione che riguarda la moralità se si apprezza di più l’innocente messa in mostra della nudità o la nudità sensuale, se si apprezza di più in definitiva il lavoro naked di Lacaton & Vassal o quello nude di Aires Mateus.

Hans Sharoun, Acquerello fantastico, anni ’40
Hans Sharoun, Acquerello fantastico, anni ’40

L’architettura nude intende colpire la percezione, mentre l’architettura naked è incapace di far finta, in quanto pretende di essere onesta e, in alcuni casi, anche priva di pretenziosità. L’architettura nude riguarda quindi la bellezza, l’architettura naked l’onestà. Da un punto di vista razionale, sarebbe più semplice apprezzare l’onestà; da un punto di vista emozionale, invece, non è difficile lasciarsi sedurre dalla bellezza. Nel caso ideale, l’onestà e la bellezza vanno insieme. Nella vita, nell’arte e chiaramente nell’architettura.

Hans Ibelings

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Hans Ibelings
Hans Ibelings è autore di diversi libri, fra i quali vanno ricordati il fortunatissimo Supermodernism, the architecture in the age of globalization (1998), European archietcture since 1890 (2010), Un-modern architecture (2004), 20th century architecture in Netherlands (1996). Dopo essere stato a lungo direttore della rivista a10 dedicata all’architettura europea, oggi è il direttore di The architecture observer.