L’idea degli anni Ottanta (II): Italia vs. Occidente

L’Italia è l’unico Paese del mondo occidentale in cui gli Anni Ottanta sono durati trent’anni (con ogni probabilità, si sono conclusi ufficialmente da qualche parte tra il 2011 e il 2012). Questo Paese ha dunque vissuto tutto questo tempo in una sorta di bolla spazio-temporale.

Depeche Mode, Black Celebration (1986)

The handshake
Seals the contract
From the contract
There’s no turning back
The turning point
Of a career

Depeche Mode, Everything Counts (1983)

No tengo dinero oh
No tengo dinero no, no, no, no
Los modernos lujos viven aquí
En el lugar más alto de mi ciudad
Se nutren de imágenes y de relais
Yo quisiera estar ahí más
Righeira, No tengo dinero (1983)

L’origine risiede in una differenza fondamentale tra gli Anni Ottanta italiani e quelli dell’Occidente anglosassone. L’evoluzione della migliore produzione musicale e culturale e dell’immaginario collettivo lungo l’inizio del decennio è infatti chiara: da un inizio molto dark e pessimistico, imbevuto di influssi anni Settanta (Simple Minds, Empires and Dance, 1980, e Sons and Fascination / Sister Feelings Call, 1981; Orchestral Manoeuvres in the Dark, Organisation, 1980; New Order, Movement, 1981, sulle ceneri dei Joy Division) si passa a una progressiva, apparente distensione, in ritmi al tempo stesso più morbidi e più sincopati (OMD, Architecture & Morality, 1981; Simple Minds, New Gold Dream 81-82-83-84, 1982 e Sparkle in the Rain, 1984;The Cure, Japanese Whispers, 1983; Ultravox, Lament, 1984).

Simple Minds, Sparkle In The Rain (1983)
Simple Minds, Sparkle In The Rain (1983)

Ma questa semplificazione, solo apparente, dei suoni e delle atmosfere non sarebbe mai esistita senza quegli esordi oscuri. Si nutre cioè costantemente di quella stessa malinconia, aggiornata e adattata ai tempi. Di una tristezza, di una depressione, di uno scoramento che risiedono al centro esatto dell’euforia esteriore e superficiale: un seme di oscurità, malinconia e disperazione avvolto dalla polpa dell’euforia. Questa tensione di fondo manca completamente nelle contemporanee produzioni italiane (Righeira, Gruppo Italiano). Nessun gruppo italiano, tranne forse i Franti, avrebbe mai scelto, nel 1986 – all’apice del suo successo – di introdurre una propria canzone con due versi come questi: “Death is everywhere / there are flies on the windscreen…” (o, se è per questo, di intitolare un proprio disco Celebrazione nera).
Il punto è che da noi non c’è quasi nessuna continuità: la continuità che lega e connette, per esempio, il krautrock agli Human League ai Depeche Mode. Gli Anni Ottanta italiani, cioè, non presuppongono gli Anni Settanta, ma li elidono, li rimuovono costantemente e ansiosamente. Hanno fretta di liberarsene, perché li vivono e li percepiscono unicamente come trauma. Quella musica, invece, è così potente perché non ha nessuna fretta, alcuna paura: non rimuove ma rielabora, si inserisce in un processo. Quando ancora i Depeche Mode cantano gloriosamente e ambiguamente “it’s a competitive world” (Everything Counts, 1983), accanto all’aspetto indubbiamente celebrativo di un’ideologia e di un’egemonia culturale che è ormai pienamente emersa c’è il medesimo senso di alienazione crescente che agiva alla base dei migliori Pink Floyd, riattivato e riappropriato da parte di ventenni che hanno proprio altri problemi e altri interessi, ma un gusto della sperimentazione non poi così lontano.

Beppe Grillo, Te la do io l'America (1981)
Beppe Grillo, Te la do io l’America (1981)

Così, mentre in pochi anni nella sola Inghilterra (dal 1975 ai primi Ottanta) sembrano musicalmente essere passati secoli, eoni, seguendo la scia (ri)fratta psichedelia-punk-postpunk-new wave-gothic, nel Belpaese quei suoni si presentano ipersemplificati, compressi, artificialissimi e del tutto sganciati da una ricerca condotta sulla propria identità. Da una ricerca di sé. Sono un dono avvelenato, pescato chissà dove, che serve la schizofrenia e la dissociazione dalla realtà.
Mentre altrove (Inghilterra, Usa) gli Anni Ottanta sono diventati un nutrimento per l’immaginario, una piattaforma di elaborazione e costruzione culturale, un’eredità finalmente trasmessa, qui sono soprattutto un peso che ci trascina giù. Da noi, gli Anni Ottanta non sono una base, un repertorio: sono un eterno ritorno, una presenza costante e continuativa. (Del resto, i protagonisti della scena spettacolare e pubblica tendono a essere ancora i medesimi: Ezio Greggio, Christian De Sica, Silvio Berlusconi, lo stesso Beppe Grillo).
Questo Paese è letteralmente posseduto dagli anni Ottanta. E dal loro spirito.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • emidio de albentiis

    Caro Christian, leggo sempre con grande interesse i tuoi articoli, lucidi, documentati e sempre ricchi di intelligenti considerazioni sia storico-artistiche che storico-dialettiche. Questo tuo articolo odierno, però, mi sembra lacunoso almeno in un punto: fermo restando il carattere sostanzialmente provinciale della nostra adesione al clima post-moderno (dagli anni ’80 ad oggi, peraltro non senza – in questo – qualche aspetto positivo, ma di questo un’altra volta), l’esigenza di scrollarsi di dosso gli anni ’70 come un peso e di segnare una cesura molto marcata, deriva senza alcun dubbio dai traumi del terrorismo, non solo da una bieco trionfo del “riflusso” politicamente disimpegnato. Inghilterra e USA non conobbero questa frattura tra i ’70 e gli ’80: bisognerebbe forse indagare cosa accadde in Germania, attraversata nei ’70 dall’azione cruenta della RAF, repressa con durissima violenza dallo stato: però non è facile, credo, indagare il clima delle culture giovanili tedesche degli anni postmoderni. Un caro saluto, con viva stima!

    • Paolo Emilio Antognoli

      Mi sembra che Emidio de Albertis abbia fatto un commento molto giusto ed equilibrato. Manca nel testo di Christian (che è un fine polemista e noto provocateur dico in senso affettuoso) una serie di nomi e fatti che sarebbe lungo elencare e che fanno parte del gran mare dell’underground italiano di quegli anni che molti di noi hanno vissuto in prima persona ma che non sono davvero i Righeira!!! :) un caro saluto a tutti p

  • L’Italia posseduta dagli anni Ottanta… Quanto è vero! Mi hai ricordato i Franti e i dischi della Blu Bus spediti usando i cartoni della pizza come imballaggio. Vado a riascoltare “Non classificato”.,,

  • DSK

    >>>ke faziosi gli interventi di Caliandro! C.C. si sente 1 ultraprovinciale e la sua condizione esistenziale ultrà-provinciale, tutta di testa, la proietta sugli altri.
    Degli Anni Ottanta, come si evince anche da suo “Italia Reloaded”, ne sa ben poco…

    >>>evidente la continuità tra i Settanta e la vastissima produzione culturale italiana degli Ottanta, attualmente in corso di riscoperta ovunque.
    La rottura ed il clash culturale del Paese avvengono dopo, tra gli Ottanta e i Novanta, passaggio in cui le istituzioni non si interfacciano più con l’underground autentico, preferendo simularne uno fittizio da sé (tutto interno al potere) fino ai mostri che abbiamo visto poi: la lista della spesa per musei “Italian Area – Museo Senza Centro”, l’inciucio DOCVA – MUSEO DEL NOVECENTO…
    Ad esempio il Maxxi, com’è oggi, non rappresenta assolutamente l’arte e la creatività italiana, rappresenta il circolo di potere che lo gestisce….

    >>>quando C.C. scrive di cinema e musica ragiona come se i generi cinematografici non esistessero. Invece di valorizzare chi, tra mille difficoltà, produce qualcosa di buono, preferisce citare il trash e gli z-movie, che da sempre si fanno ovunque. La vera differenza tra l’Italia e culture anglofone risiede nel fatto che queste hanno chi sa fare divulgazione e valorizzare i talenti e noi no.

    >>>il clash quindi deriva da una separazione tra istituzioni e contro-culture. Dopo aver chiuso la porta all’alterità, le istituzioni l’hanno aperta alle lobby, alle sub-culture universitarie-politiche, salotti ecc… L’omissione della vastissima, soprattutto originale produzione italiana degli Ottanta torna utile a Caliandro per legittimare lo status quo attuale, questo è il punto.

    >>>Italy: il paese della m****! Remember?

  • >>>caliandro, incapace di pensare per “generi” artistici – come da copione per i critici del Bel Paese – confonde dark con new wave, elettropop, italo disco.
    Gruppi da porre in parallelo ai Simple Minds sono Matia Bazar (ex Jet, heavy-prog, album “Fede Speranza Carità” molto stimato dai cultori del prog) e la corte Battiato – Camisasca (vedi album prog ’70), Krisma e tanti altri.

    >>>Righeira rientrano appieno nel gran calderone produzione dell’Italo Disco, movimento che ha fuso sound della disco dance, musica elettronica tedesca, new wave.

    >>>insomma C.C. appartiene alla categoria “critici” Piero The Swapper – Piero Scambista. Ne ho parlato in Cri-tic-ah!… peccato xò che le sue omissioni siano spesso intenzionali. Firma pezzi falsamente autorevoli, severissimi con chi produce, proni e supini verso i poteri forti. Shame!!!

  • In realtà credo che alcuni gruppi italiani di fine anni ’70 e inizio anni ’80 abbiano avuto molto seguito e anche contagiato gruppi successivi, hai fatto l’esempio dei Franti, ma io aggiungerei anche i CCCP, i Diaframma e anche i primissimi Litfiba.
    Ma questo solo per fare alcuni esempi.

    Ad ogni modo ho gradito l’articolo e concludo il mio commento dicendo

    “non si esce vivi dagli anni ’80” cantano gli Afterhours

  • >>>Chistian Caliandro (the mottolese) vs. Christian (the singer)
    Piero Scambista
    Da quando gli artisti fanno i divi come le star della musica, Scambista non riesce più a distinguere chi fa cosa. Confonde i New Romantics con Carlo Maria Mariani, l’Hard Rock con l’Art Brut, i Cure con i Righeira. Gutai non è un personaggio dei Manga… “Paragraphs e Sentences” non son Dogma… Insegnategli che Raffaella Carrà è soubrette non videoartista! Christian (singer) or Christian (from Mottola)?

    http://clip.dj/#v/n7_MRQTCOjo