Danh Vo: la sostanza di cui sono fatti i simboli

Sono settimane intense per Danh Vo: si sta chiudendo la personale al Guggenheim di New York e a breve lo troveremo al Musée de l’Art Moderne de la Ville de Paris. Inoltre, è in Laguna per la Biennale. Noi l’abbiamo intervistato a Bolzano, dove ha portato i suoi pezzi della Statua della Libertà e altro ancora. In una mostra visibile fino al 1° settembre.

Danh Vo - photo Othmar Seehauser

Al quarto piano di Museion Danh Vo allestisce un gigantesco cimitero di simboli. I frammenti della Statua della Libertà disposti nell’ampio spazio permettono di constatare la fisicità di quella che nella mente delle persone è semplicemente un’icona smaterializzata, un simbolo senza peso, un’ideale prima ancora che un oggetto. Qui si avverte la fisicità e la logica costruttiva di questi pezzi. Sopra la struttura metallica di supporto si stende una leggera epidermide di rame di cui, a causa della visione ravvicinata, si fatica a riconoscere il referente figurativo. L’ideale di libertà si condensa in questa sottile e fragile superficie, così preponderante nell’originale da farci dimenticare tutti gli aspetti pratici che ne assicurano l’effetto visivo finale.
Danh Vo, scorporando la Statua della Libertà, sembra interessarsi allo strano processo per cui alcuni oggetti, grazie alla loro carica simbolica, cessano di essere semplici oggetti per diventare icone, elementi che hanno caratteri più immateriali che fisici. Ma di fronte al dietro le quinte, alla materia nella sua semplicità, si è portati a pensare alla sostanza con cui si producono gli ideali e alla fragilità degli elementi su cui questi si basano, riflettendo sul rapporto tra concetto astratto e rappresentazione concreta.
Al lavoro We the people si aggiungono poi anche altri interventi-sorpresa, più discreti e spesso nascosti dai pezzi della Statua: la presentazione di frammenti di un crocifisso e di un altare ligneo, e alcuni vecchi scatoloni di birra Budweiser e acqua Evian impreziositi nel logo da inserti in foglia d’oro. Anche qui al significato di superficie e all’integrità è affidata la riconoscibilità ideale o commerciale dell’oggetto, ma la pratica frammentante di Danh Vo ci ricorda il peso di questi simboli, il loro essere parte di una finzione. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Danh Vo - Fabulous Muscles - veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 - © Danh Vo, courtesy Galerie Chantal Crousel. Foto Othmar Seehauser
Danh Vo – Fabulous Muscles – veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 – © Danh Vo, courtesy Galerie Chantal Crousel. Foto Othmar Seehauser

Come ti è venuta l’idea di riprodurre la Statua della Libertà a grandezza naturale?
Sai com’è, gli artisti hanno sempre queste stupide idee (ride). È stato qualcosa che si è creato col tempo, all’inizio non sapevo molto sulla Statua della Libertà eccetto qualche nozione di cultura generale. Poi quando ho scoperto che lo spessore della sua superficie era soltanto di due centimetri mi sono detto: “Ok, questo è stupendo!”. Pensando alla Statua della Libertà nella mia testa avevo un’idea monumentale, ma con l’informazione che la sua “pelle” era soltanto di due centimetri mi sono reso conto che c’era del potenziale. Ho capito che la Statua è qualcosa di gigante, è metaforica ma anche fisica e ha una consistenza realmente fragile.

Hai lavorato direttamente nella creazione dei nuovi pezzi della statua per We the people?
No, mi sono rivolto a una compagnia cinese che è in grado di utilizzare la tecnica a sbalzo, una tecnica ormai passata che al giorno d’oggi pochi impiegano. Ogni pezzo deve essere lavorato a forza di martello, la copertura deve essere quindi molto sottile proprio per essere modellata con questa tecnica.

Questo può forse essere collegato al fatto che il simbolo statunitense della Statua della Libertà era in realtà un regalo dei francesi, in maniera simile a come oggi gran parte dei simboli del benessere e del consumismo occidentale sono prodotti in Oriente. Ha un significato per te questo?
No, questa scelta è stata dettata da un discorso economico e pratico. In Europa non si utilizzano più queste tecniche così ho trovato laggiù una compagnia che avesse questa competenza, inoltre era meno costoso farlo in Cina. Ma questo non è l’aspetto più importante del lavoro perché se parliamo di outsourcing, Ikea l’ha già fatto perfettamente, producendo gran parte dei loro prodotti in Cina e abbattendo i costi di trasporto con sistemi di stivaggio che non sprecano neppure un millimetro cubico dei container. È qualcosa di brutale ma anche sofisticato, è un design, diciamo, brutalmente sofisticato. Ecco, io non potrei entrare in questo discorso perché non reggerei il confronto con compagnie come Ikea.

Danh Vo - Fabulous Muscles - veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 - © Danh Vo, courtesy Galerie Chantal Crousel. Foto Othmar Seehauser
Danh Vo – Fabulous Muscles – veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 – © Danh Vo, courtesy Galerie Chantal Crousel. Foto Othmar Seehauser

Lo consideri quindi un lavoro più scultoreo o concettuale? Ti piace che le persone guardino a questi pezzi semplicemente come a belle sculture astratte?
Io penso che sia un lavoro concettuale però, sai, non posso controllare quello che le persone vedono. L’intero progetto è sicuramente un lavoro concettuale ma penso che ci sia anche una bellezza in esso. La particolarità è che si tratta di un’idea con una massiccia quantità di materialità, quindi è diverso dal tradizionale lavoro di arte concettuale a cui siamo abituati a pensare. È un pensiero che dà luogo a un grande processo di produzione, questo è anche ciò che costituisce quella contraddizione dell’intero progetto che mi piace realmente. La domanda da porsi, anche in rapporto alla Statua della Libertà, è “qual è il significato di un’idea che nel suo processo di attuazione crea così tanta materialità?”. Non sono una persona costante, non ho insomma una visione stabilita a cui mi devo per forza attenere. Il concetto si crea ma poi scorre come acqua, come un fiume: semplicemente va e forma se stesso. Credo che questa sia la bellezza del progetto: poter incorporare questa dualità e contraddizione in esso.

A proposito di contraddizione, in mostra sono esposti anche altri progetti. Come dialogano tra loro tutti questi lavori?
Sono diverse parti del mio lavoro. Mettendole insieme non è mia intenzione creare necessariamente una relazione, c’è molta contraddizione, ma anche nella vita è lo stesso schifo (ride). Questa è la realtà che viviamo quotidianamente: ci sono idee di cristianità, libertà, interessi commerciali e altro, se vivi in questo stato di cose quello che viene fuori naturalmente da te non può essere che così. Non ho mai capito l’idea di arte come presentazione di oggetti con un’ovvia connessione, perché la vita è schizofrenia, ci sono un sacco di idee messe assieme alla rinfusa, quello che non capisco è perché l’arte dovrebbe essere diversa.

Tutti gli interventi sembrano però avere una relazione col passato, con la storia o comunque con qualcosa di già esistente. Cos’è per te la storia?
Per me la storia è comunque fiction, quindi perché non dovrei utilizzarla nel mio lavoro? In ogni caso quello che faccio non si ferma al passato ma parla del presente e mi aiuta a comprendere il presente. Poi, guardati intorno: non c’è altro che passato! È tutto quello che abbiamo.

Gabriele Salvaterra

Bolzano // fino al 1° settembre 2013
Danh Vo – Fabulous Muscles
a cura di Letizia Ragaglia
MUSEION
Via Dante 6
[email protected]

www.museion.it  

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Gabriele Salvaterra
Gabriele Salvaterra (Trento, 1984) è scrittore e mediatore culturale. Si laurea in Gestione e Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Trento con la tesi “Internet e nuove tecnologie nel settore museale. Ipotesi e strumenti per un approccio immateriale alla creazione del valore”. Lavora come collaboratore presso istituzioni museali e come redattore freelance per diverse riviste d’arte. Dopo aver collaborato con Exibart, attualmente scrive per Artribune e Espoarte. Ha curato e contribuito alla realizzazione di diverse mostre sia presso musei pubblici sia come curatore indipendente. Appassionato di storia dell’arte e della critica, equilibra le escursioni nel mondo artistico-culturale con una eterogenea militanza chitarristica nell’underground musicale tridentino.
  • Se ci pensate Dan Vo è un piccolo Gioni. Rappresenta in modo squisito una tendenza (direi una moda) che è nazionale e internazionale e che vede molti artisti che propongono una vera archeologia dell’arte pescando nell’immaginario privato e collettivo. Nel caso di Vo il fatto che sia esotico rispetto all’occidente, fornisce quel gradiente irresistibile (vorrei ricordare l’installazione della chiesa cattolica vietnamita alla biennale e degli oggetti appartenuti a sua nonna, sempre in Biennale).

    Si tratta sempre del medesimo artista. Sempre sulla scena internazionale abbiamo anche Ciprien Gaillard, Thomas Houseago e tanti altri; a livello nazionale i New Arcaic, la Terra di Mezzo e gli Story Story I lov Yu (Perrone, Cuoghi, Biscotti, Favelli, Arena, Di Massimo, ecc ecc). Non si tratta di dire che questa moda sia sbagliata ma di averne consapevolezza; di capire che si stanno sprecando opportunità, nel reiterare ossessivamente il medesimo artista e il medesimo lavoro.

    Suggerisco questo articolo: http://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/