Un hotel al castello. Rivara ora è una residenza

Un castello. Otto stanze. Otto artisti. Otto ospiti a notte. Il 26 maggio apre a Rivara un luogo di residenza non solo per artisti, ma anche per il pubblico. Ne abbiamo parlato con Roberta Pagani, curatrice del progetto.

Hotel Rivara - stanza 5 - photo Roberta Pagani

Avviso per chi pensa le pubblicità degli alberghi. Io odio sentirmi a casa quando sono via”. Questo suggeriva George Bernard Shaw ai copy della sua epoca (suggerimento sempre valido), e come dargli torto? Il bello di una camera d’hotel sta proprio nel non essere tua. I comodini e gli armadi vuoti, i quadri di dubbio gusto, la moquette per terra, i cuscini o troppo molli o troppo duri, l’assenza dello spazzolino in bagno, le saponette mignon, il cottonfioc brandizzato. Tutto questo (e altri mille dettagli) generano quell’effetto di spaesamento che tanto piaceva al grande scrittore irlandese. E chissà cosa ne avrebbe detto il Nobel dell’Hotel che il 26 maggio apre al Castello di Rivara.
A uno dei maggiori creatori di aforismi del Novecento già sarebbe piaciuta la frase da cui è nato (o meglio ri-nato, visto che il nucleo centrale è del Cinquecento) il luogo di cui stiamo parlando: “Vieni qui, ho un castello”. Così nel 1984 Franz Paludetto (leggendario gallerista italiano) esortava l’amico Aldo Mondino a raggiungerlo in quello che negli anni, grazie al loro lavoro, sarebbe diventato una delle tappe d’obbligo degli artisti di mezzo mondo (fra i tanti: Gina Pane, Luigi Ontani, Alighiero Boetti, Joseph Beuys, Hermann Nitsch, Felix Gonzalez-Torres, Paul McCarthy, Charles Ray, Dan Graham, Gordon Matta-Clark, Maurizio Cattelan).
Ed è qui, nell’ala medievale del castello, che Roberta Pagani ha pensato di creare il “suo” Hotel. Otto stanze, riaperte per la prima volta dall’inizio degli Anni Novanta, in cui altrettanti artisti sono stati invitati a realizzare interventi site specific e dove il pubblico (secondo le date di un calendario che verrà pubblicato all’inaugurazione) potrà dormire per una notte.

Pasquale Di Donato, Senza Titolo, 2008
Pasquale Di Donato, Senza Titolo, 2008

Iniziamo dal principio. Com’è nata l’idea?
Anche se non si dovrebbe fare, rispondo con un’altra domanda: hai mai sognato di trovarti da solo davanti a una tela di Nitsch o magari di fronte a una fragilissima installazione di Tony Cragg o, perché no?, nella piscina di zucchero di Aldo Mondino? Ecco, al Castello di Rivara può succedere. Basta perdersi nei corridoi e nelle numerose sale per imbattersi in una tale quantità di opere da non sapere da che parte guardare e, diversamente da un qualsiasi museo o collezione privata, non c’è nessun cartello intimidatorio o quella freddezza asettica da white cube. Il Castello di Rivara è prima di tutto una casa, la casa di Franz Paludetto, sono uno lo specchio dell’altro.
La prima volta che mi sono trovata al Castello ho pensato che avrei voluto dormire lì, trascorrere una notte e aggirarmi come un fantasma nelle camere e nei saloni alla ricerca di altri fantasmi.

Come hai scelto gli artisti?
Ho visitato il Castello lo scorso luglio con Elisa Barrera e con lei ho condiviso la mia intuizione. Sono tornata a Rivara e ho chiesto a Franz Paludetto cosa ne pensasse di rimettere in ordine e affidare a otto giovani artisti le otto stanze dell’ala privata, la sua, e si è dimostrato subito entusiasta dell’idea, lasciandomi carta bianca su qualsiasi scelta. Nei mesi successivi ho cercato interlocutori curiosi e partecipi, mi sono confrontata con giovani professionisti e galleristi, ho interpellato amici e appassionati e ho proposto la mia idea a una rosa di nomi diversi per età, indirizzo e linguaggio. Volevo evitare di coinvolgere artisti che avessero già avuto a che fare con quello spazio, preferivo uno sguardo vergine, per ridare vita a una modalità di interazione tra location, artista e opera d’arte che fosse intima e partecipata come lo era stato in passato, senza filtri o preconcetti.
La capacità di mettersi in relazione con lo spazio, di costruire storie e di disegnare nuove prospettive, con un pizzico di ironia a volte e con uno sguardo critico in atri casi, mi ha fatto scegliere otto giovani artisti della scena contemporanea italiana. Con qualcuno di loro avevo già lavorato (Elisa Barrera, Matteo Vinti, Cristiano Tassinari, Pasquale Di Donato), con gli altri questa rappresenta la prima collaborazione insieme (Nicolò Degiorgis, Riccardo Beretta, Derek Di Fabio, Jacopo Mazzonelli) ed è stata per me una vera scoperta e un atto di fiducia, come credo sia stato per loro.

Jacopo Mazzonelli, In Affectionate Memory Of, 2011
Jacopo Mazzonelli, In Affectionate Memory Of, 2011

Come ti sei confrontata con uno spazio così pieno di memoria? E gli artisti come hanno interagito con lo spazio e con Franz, che ancora ci vive?
Confrontarsi con la memoria del Castello è stata la prima richiesta sollevata agli artisti: a Rivara è impossibile non sentire il peso della storia, quella di Franz Paludetto in primis, e poi quella dei “maestri” che prima di loro sono transitati di qui. Il modo più semplice per misurarsi con lo spazio è stato di invitare gli artisti a trascorrere una notte e un giorno con me e Franz al Castello. Ognuno ha assorbito l’impatto con la location in maniera differente, vivendo la sospensione spazio-temporale che aleggia al Castello come punto di partenza per il proprio lavoro.
Il Castello di Rivara è il nodo del progetto, intercetta passato, presente e futuro. Il suo bagaglio di contraddizioni, leggende, fasti e decadenze, amori e odi è stata la sfida più grande da accogliere, per me e per gli artisti. Confrontarsi con questo passato, sicuramente invadente, può intimorire per mille ragioni.

Hotel è un progetto di residenza in cui il termine, caso molto raro, vale sia per gli artisti che per il pubblico. Come pensi che i visitatori vivranno la loro “residenza”? E cosa pensi possano aggiungere al progetto?
Il progetto, di per sé, non inventa nulla di nuovo. Esistono altre esperienze, oggi, votate a un tipo di partecipazione attiva sia da parte degli artisti che del pubblico. Le residenze sono lo strumento che gli artisti hanno per realizzare progetti site specific che, di norma, hanno il plusvalore di sapersi relazionare con un dato spazio. La differenza del progetto Hotel, rispetto ad esempio al vicino Lira Hotel di Sonia Rosso, che a Torino invita a dormire in una stanza d’artista, è la location: Hotel non avrebbe senso da nessun’altra parte.
C’è poi da dire che la distinzione tra pubblico e artista, tra luogo e opera, credo sia una questione piuttosto irrilevante. L’arte è fatta di pubblico, non solo di opere, e l’opera è fatta di spazio. Le modalità d’intendere la sua fruizione sono spesso parte integrante del lavoro di un’artista. Nel progetto Hotel tutti questi livelli viaggiano all’unisono, non esistono separazioni tra le varie parti che conducono al senso dell’operazione, anzi, è la partecipazione di tutti gli attori a rendere lo “spettacolo” completo.

Nicolò Degiorgis, China Journey, 2007
Nicolò Degiorgis, China Journey, 2007

Come pensi che la fruizione dei lavori possa cambiare con una permanenza sia spaziale che temporale ben diversa da quella di un museo o una galleria? L’intimità cambia la fruizione?
Sono fermamente convinta che l’intimità modifica la fruizione, così come la location, e credo anche che l’opera d’arte debba saper vivere fuori dallo spazio protetto di una galleria o di un museo. Per chi non può permettersi di essere collezionista, benché aspiri a quel piacere di godere intimamente di un’opera, dormire al Castello potrà essere un assaggio di quella sensazione. Togliendo quella distanza fisica che di norma allontana dall’opera per ragioni anche di fruizione, spero d’invogliare il pubblico a vedere la “verità” che c’è nell’arte.

Cosa si devono aspettare i visitatori? Lusso sfrenato, comfort? Le stanze di Hotel saranno aperte a tutti?
Esistono tanti resort e hotel in Piemonte, posso consigliare vari indirizzi a chi sta cercando comfort e lusso. Noi offriamo un’esperienza diversa a chiunque avrà la curiosità di viverla.

Hotel Rivara - stanza 3 - photo Roberta Pagani
Hotel Rivara – stanza 3 – photo Roberta Pagani

Perchè il crowdfounding? Soprattutto, perché finanziare un progetto che verrà realizzato in uno spazio privato come quello del Castello di Rivara? Visto che succederà, cosa rispondi a quelli che obietteranno: “Ma i soldi non poteva tirarli fuori Paludetto?”.
Chi riuscirà a fare una visita a Rivara potrà rispondere da sé a quest’ultima domanda e, anzi, lo invito a venire al Castello per capire di cosa sto parlando. Per non sfuggire alla questione però posso dire che, insieme agli artisti, abbiamo preferito non vincolarci a un mercante (o mecenate) e optare per la strada dell’autoproduzione dei lavori. In questo modo, la proprietà non solo intellettuale dell’opera resta dell’artista.
L’era del mecenatismo in senso stretto è finita da tempo, il crowdfounding è adoperato in Europa con disinvoltura e comincia a funzionare anche in Italia, è una forma di finanziamento intelligente perché punta sulla partecipazione di un numero vasto di utenti che diventano sponsor ufficiali del progetto. Hotel è un racconto aperto e la scelta del crowdfounding è giustificata dal principio di complicità che Hotel intende stabilire con il suo pubblico. Non si tratta di beneficenza, offriamo qualcosa, un bene reale in cambio dell’interazione con il progetto, che si tratti del catalogo, del libro che ci prefiggiamo di pubblicare, del pernottamento o addirittura di un’opera.

Stefano Riba

www.castellodirivara.it
hotelrivara.tumblr.com
www.eppela.com/ita/projects/418/hotel-progetto-di-residenza-in-un-castello

  • effe esse

    quando la curatice descrive quelle che secondo lei sono le differenze fra il suo progetto rispetto al Lira Hotel di Sonia Rosso, pare di vederla mentre si arrampica sugli specchi..

    • Roberta

      Il commento riguardo a Lira hotel non nasconde alcun giudizio. Si dice solamente “Hotel non avrebbe senso da nessun’altra parte”. Le stanze al castello non sono state in alcun modo ricostruite. Tutto è rimasto come è stato trovato e gli interventi degli artisti si inseriscono nel contesto senza modificarlo, ma aggiungendo qualcosa alla percezione del luogo. Questa è la differenza con il progetto di Sonia Rosso che prevede invece la ricostruzione ex novo delle stanze.
      Si mette solo in luce una differenza di natura progettuale e nel puntualizzare questo non si sottointende alcuna presunzione di merito.