Il modello Svezia

Un paio d’anni fa ho tenuto alcune conferenze a Halmstad, capoluogo dell’Halland, sud-ovest della Svezia, per parlare dello sviluppo locale a base culturale e delle sue implicazioni in termini di politiche territoriali. Alle conferenze hanno assistito produttori culturali, politici e pubblici amministratori. Al termine, un dibattito composto ma vivace, con domande tecniche e contenutistiche.

Halmstad - photo Patrik Leonardsson

A distanza di poche settimane sono iniziati i contatti per verificare come il materiale potesse tradursi in un percorso di lavoro sul territorio. In pochi mesi siamo passati a ragionare sul budget e a predisporre un programma di formazione per i lavoratori socialmente utili locali che sarebbero stati coinvolti. Qualche altro mese e il progetto è partito. Nel frattempo hanno iniziato a tradurre i nostri lavori in svedese. Il libro è corredato da un’intervista portata avanti da un giornalista a partire da uno studio attento dei materiali, quindi condotta con domande appropriate e approfondite che hanno permesso di chiarire aspetti su cui non avevo sufficientemente riflettuto.
Mentre il progetto partiva, mi è stato chiesto di ripetere l’esperienza della presentazione a Göteborg. Tempo pochi mesi e una delegazione ci è venuta a trovare a Milano. Non solo i tecnici, ma anche i politici e gli amministratori locali hanno ascoltato con attenzione, prendendo appunti, facendo domande. Il nuovo progetto partirà anche lì. Nel frattempo, altre regioni svedesi iniziano a interessarsi. E iniziano ad arrivare i primi segnali di interesse anche dalla Norvegia. Lo confesso: non sembra quasi di lavorare.

Göteborg
Göteborg

Tutto si svolge come programmato, nei tempi stabiliti. Le amministrazioni hanno una chiara idea di quel che bisogna fare e degli obiettivi da perseguire, erogano le risorse nelle modalità concordate, attraverso procedure semplicissime. Rispetto al susseguirsi dei colpi di scena che allietano il rapporto con le tipiche amministrazioni locali italiane, c’è quasi da annoiarsi. È più o meno la differenza che c’è tra la commedia dell’arte e un manuale di istruzioni tecniche.
A proposito: la metodologia su cui si basa il nostro lavoro l’avevamo sviluppata in un progetto europeo pilota nella Regione Veneto, presentandola poi in varie conferenze in Regione ma anche in altri Paesi, tra cui la Svezia. È così che è partito tutto. E in Veneto, invece, com’è andata? Lascio la risposta alla vostra immaginazione.

Pier Luigi Sacco
docente di economia della cultura – università iulm di milano

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

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Pier Luigi Sacco
Preside della Facoltà di Arti, Mercati e Patrimoni della Cultura e professore ordinario di economia della cultura presso l’Università IULM di Milano. Professore di imprese creative presso l’USI di Lugano. Direttore di candidatura per Siena 2019 Capitale Europea della Cultura. Scrive per il Sole 24 Ore, per Saturno, per Arttribune e per Flash Art. Presidente dell’Osservatorio regionale della Cultura della Regione Marche. Autore di più di cento articoli pubblicati su riviste internazionali e su volumi collettanei peer reviewed con i principali editori scientifici internazionali sui temi della teoria economica, della teoria dei giochi, dell'economia della cultura e delle industrie culturali, del cultural welfare. Referee per varie riviste internazionali. Keynote speaker in convegni e simposi internazionali sui temi dello sviluppo a base culturale e delle industrie culturali e creative. Consulente di istituzioni e aziende a livello internazionale sui temi delle politiche culturali e delle industrie creative. Ha pubblicato di recente, con Christian Caliandro, il libro”Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino, Bologna), che è stato recensito e presentato presso molte delle principali testate giornalistiche e radio-televisive italiane.
  • Rosanna Bonavia

    L’Italia perderà tutte le opportunità. Anche quella della cultura!

  • Giorgio

    L’Italia ha perso il “treno” della cultura, secondo me, già da decenni. Come sempre le nostre punte culturali propongono le idee più brillanti, ma gli altri paesi le realizzano. Forse sarà per questioni numeriche, cioè la maggioranza degli italiani,al di là dalle punte, sembra prigioniera di ignoranza e qualunquismo; e rende prigioniera la minoranza fattiva. Credo una forte responsabilità sia delle politiche culturali di potere che da vent’anni tendono a massificare, verso il basso, per controllare meglio. Quello che non avviene in nazioni dove la cultura è un bene accessibile a tutti e viene sviluppata dove possibile, per l’avanzamento dell’intero paese.

  • marta jones

    l’afflusso in massa dei cittadini, di ogni ceto ed età, a programmi intelligenti proposti in città come Torino con Biennale Democrazia, Salone del Libro, del Gusto, Torino Film Festival, a Mantova con il Festival Letteratura, a Reggio Emilia con Fotografia Europea, a Siracusa le stagioni dedicate al teatro classico, dimostrano esattamente il contrario rispetto al discorso di ‘italiani prigionieri di ignoranza e qualunquismo’. Come per le questioni politiche generali vale il discorso che finché continueremo a pensare con convinzione che le ‘politiche ‘ culturali, sociali, istituzionali, fiscali ecc…siano cosa altra rispetto a noi, come se fossimo ospiti di un Paese che non ci riguarda, non andremo mai da nessuna parte! Unica domanda che resta è: come fare per mettere in atto questo cambiamento essenziale di mentalità?