La “rivoluzione silenziosa” della Fenice

Arriva dalla Laguna una nuova prova della necessità di rivalutare i giornalisti, troppo spesso aggettivati come “pressapochisti”, se non addirittura come “pennivendoli”. Si è iniziata la stagione con Wagner e Verdi, e la programmazione è pronta fino a fine 2014. Che di questi tempi…

Giuseppe Verdi - Otello - Teatro La Fenice, Venezia 2012

Se è noto che Karl Otto Pöhl, Presidente della Bundesbank nel decennio 1980-91 – anni cruciali per l’integrazione monetaria europea – ha cominciato la propria carriera come giornalista, pochi sanno invece che anche l’attuale sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha fatto fortuna quando ha messo insieme la propria professionalità di giornalista (appresa da praticante a Baltimora) con quella di analista finanziario di Merrill Lynch (che lo licenziò con l’accusa di essere, appunto “troppo giornalista”) creando il Bloomberg News Service, rivelatosi una miniera d’oro.
Ancora meno numerosi sono coloro che sanno che l’attuale direttore generale del Festival di Salisburgo, Alexandre Pereira, per 26 anni alla guida dell’Opera di Zurigo, trasformata da teatro di provincia in uno dei maggiori templi mondiali del teatro in musica, ha fatto i primi passi come redattore di un quotidiano di Vienna e, prima di darsi alla lirica, è stato capo dell’ufficio stampa dell’Olivetti per il mondo di lingua germanica.
Ed è iscritto da decenni all’Ordine dei Giornalisti l’attuale Sovrintendente de La Fenice, Cristiano Chiarot, a lungo redattore e capo servizi cultura de Il Diario. Da lì, nel 1991 è passato allo storico teatro veneziano come capo dell’ufficio stampa, per diventare, poi, capo dell’archivio storico, direttore del marketing e ora guida dell’impresa, dove ha iniziato una vera e propria ‘rivoluzione silenziosa’. Per un economista melomane come il vostro chroniqueur, l’aspetto essenziale non consiste nell’aver riportato il bilancio in pareggio prima, e in leggero attivo poi, ma nell’aver aumentato la produttività comprimendo i costi e riportando il “semi-repertorio” in Italia. Oggi La Fenice è l’unico teatro di semi-repertorio del Paese: lo mostra la doppia inaugurazione con Tristan und Isolde di Wagner e Otello di Verdi, guidate dalla stessa bacchetta (Myung-Whun Chung) e in alternanza una sera dopo l’altra; la pubblicazione di un calendario dettagliato sino al 31 dicembre 2014 (con 122 alzate di sipario per opera e balletto l’anno, da confrontare con la media di 70 per tutte le 13 fondazioni liriche italiane); un cartellone costruito su tre “blocchi” ripresi ogni anno (trilogia popolare di Verdi, trilogia Mozart-Da Ponte, trilogia delle più amate opere pucciniane); cicli di novità e prime mondiali; Otello presente ogni anno o al chiuso o, in estate nel cortile di Palazzo Ducale. Inoltre, un nucleo duro di cantanti e regie innovative per attrarre i giovani, correndo il ragionevole rischio di scontentare qualche vecchio abbonato.

Giuseppe Verdi – Otello – Teatro La Fenice, Venezia 2012

Il semi-repertorio è tipico di teatri come il Covent Garden, l’Opéra e il Metropolitan, mentre i teatri d’area germanica e dell’Europa centrale e orientale seguono il sistema del repertorio: compagnie stabili (integrate da “artisti ospiti”, allestimenti pensati per essere rappresentati dai 10 ai 25 anni, maestri concertatori fissi che passano da Verdi all’avanguardia, 6 spettacoli la settimana da settembre a luglio). In Italia, per ragioni storiche, non si è mai avuto un vero sistema di repertorio. I teatri erano di proprietà reale/ducale o condominio di palchettisti. Né i Re/Duchi, né i condomini li gestivano in proprio ma,  tramite un sistema di concessioni, li affidavano a professionisti (gli impresari) per definire stagioni spesso legate agli eventi della Chiesa Cattolica (Natale, Carnevale) e quindi soggette a regole precise (ai dettami della Quaresima). Una legge del ‘36 impose una forma di semi-repertorio per i maggiori enti lirici comunali dell’epoca. Tutti dovevano rappresentare una prima mondiale di un lavoro italiano ogni anno, dieci erano destinati al repertorio, due avevano obiettivi “dedicati” (Venezia il teatro in musica contemporaneo, Firenze le riscoperte del passato). Nel dopoguerra, la “legge Corona” tentò di porre ordine in una situazione diventata caotica (ogni cartellone si proponeva come un festival e i debiti aumentavano pesando per lo più sulle casse comunali). Successivamente  la “legge Veltroni” li trasformò in fondazioni private: disavanzi, debiti e prassi festivaliere aumentarono. È presto per dirlo, ma la “rivoluzione silenziosa” de La Fenice potrebbe segnare una svolta.

Giuseppe Pennisi

www.teatrolafenice.it

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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.