Il Madre ha un direttore. Intervista con Andrea Viliani

È stato nominato direttore del Museo Madre di Napoli da poche ore. Andrea Viliani racconta ad Artribune le sue carte vincenti: puntare su collezione, pubblico, integrazione, ascolto. E sulla buona reputazione.

Andrea Viliani

Ci racconti qual èla forte impronta curatoriale, così definita da Laura Cherubini su Artribune, che ti ha fatto vincere il concorso a direttore generale della Fondazione Donaregina e che vorresti imprimere al Madre?
Le linee curatoriali che ho esposto al comitato scientifico e al consiglio di amministrazione del Madre sono riassumibili in alcuni punti che sintetizzano degli assi d’azione.
Il primo: la collezione. Ovvero l’impegno nella valorizzazione dell’incremento del patrimonio pubblico e stabile del museo. Perché è nelle collezioni che un museo identifica la propria identità, sia nel loro portato materiale di opere, sia in quello immateriale di testimonianza e documentazione del contesto. C’è la volontà di articolare un racconto del museo, perché si trova qui, a Napoli, in Campania e non altrove, portando avanti un’indagine sulle modalità con cui e su cui impostare la collezione del museo.
Secondo asse d’azione è il pubblico. Portare il pubblico al centro del museo stesso, sviluppando articolate serie di servizi educativi, ricreativi, di mediazione, di approfondimento, di accompagnamento, di confronto e di stimolo reciproco in cui, in generale, i musei di oggi, quei musei messi nella prospettiva di una ri-discussione della funzione pubblica museale, trovano gran parte della loro identità. Quindi al centro vi è la relazione fra artisti e pubblico.

Ne mancano tre.
Ecco il terzo asse d’azione: abbinare. Abbinare passato e presente. Abbinare questo territorio con altri territori. Abbinare storia e ricerca. In un’ottica di collaborazione il più possibile inter-istituzionale. Ovvero fare del museo un luogo di confronto, di mediazione, tra la contemporaneità che vive di ricerca e di sperimentazione e il passato che vive di perlustrazione delle radici del contemporaneo, che ci spiega perché oggi l’arte riflette dubbi, ansie, visioni, ambizioni  dell’uomo contemporaneo. Fare del Madre il capofila di progetti e operazioni strategiche su scala metropolitana, regionale, extraregionale, mediterranea, europea.
Quarto punto: mettersi al servizio. Una parola che ho molto usato nella presentazione di queste linee. Mettersi al servizio del Madre, della città di Napoli e della regione Campania. Del loro essere crocevia storico della contemporaneità, non solo artistica, per contribuire a fare emergere di Napoli e della Campania l’eccellenza passata, presente e futura. Immaginando il Madre come una piattaforma di decollo per la creatività locale che è impregnata storicamente di relazioni internazionali, per permetterle di avere attraverso il Madre un affaccio sul mondo.
Ultimo punto: lavorare sulla reputazione e sulla affidabilità già raggiunte da questo museo, raccogliendo al contempo le tante nuove sfide che si pongono di fronte ai musei in generale in questo momento storico, con la società e il sistema dell’arte che vanno mutando sotto i nostri occhi. Il museo è come la società, in evoluzione, il museo è un organismo vivente. Quindi cercare di tenere salda la fiducia nel museo, affacciandolo alle nuove sfide che la società e la cultura ci impongono nella gestione di un museo come il Madre.

Il Museo Madre di Napoli – photo Giuseppe Piscopo

E le cosiddette “grandi mostre”?
La storia del Madre è anche la storia di quel tessuto connettivo di esperienze che hanno preceduto l’apertura del museo, come gli Annali delle Arti, dal 2003 in poi, o i progetti di Piazza del Plebiscito, dal 1995 in poi. Essi portano nella fisionomia stessa del Madre l’esigenza di proporre grandi mostre di artisti nazionali e internazionali. Una sfida che la mia generazione deve cogliere è quella di mantenere la qualità delle progettazioni che sono state fatte in anni recenti, gestendo però risorse che sono oggettivamente ridotte.
In tanti musei si sta cercando di trovare vie nuove di supporto, di articolazione dei progetti, in modo tale che si possa mantenere la qualità, il rigore scientifico, l’impatto di quei grandi progetti che per esempio hanno fatto del Madre il museo che tutti conosciamo. Quindi sicuramente la risposta è sì, interrogandosi, però, sulle modalità che dovranno essere aggiornate ai tempi che corrono.

Il Museo Madre e la Fondazione Donnaregina si vanno configurando come due poli operativi distinti, l’uno orientato su via Settembrini come fulcro e l’altra come centro di produzione di progetti a gittata regionale. Terrai viva questa doppia dimensione?
Sì, questo è secondo me un altro modo, un modo aggiornato di organizzare e di proporre progetti ambiziosi di arte contemporanea in linea con quella che può essere la tradizione culturale di questa regione. L’arte contemporanea in Campania è un’esperienza che si è storicamente calata nel quotidiano. La tradizione del contemporaneo è qui caratterizzata da un tessuto connettivo fatto di grandi mostre, grandi gallerie, grandi collezioni, di esperienze che in qualche modo sono sparse su tutto il territorio.
Non dimentichiamo che il Daily Telegraph ha dichiarato essere Napoli la città con la più bella stazione della metropolitana al mondo, ovvero la stazione appena inaugurata di via Toledo. La Fondazione Donnaregina, che ha in capo a sé la gestione del Museo Madre, nell’impostare il proprio lavoro, in un dialogo e un confronto fra via Settembrini e il territorio, aggiorna e presenta quella che è la storia del contemporaneo in questo luogo. In ciò non fa altro che tenere fede allo spirito con cui l’arte contemporanea è qui germogliata.

Napoli, 29 gennaio 2012 – Assemblea cittadina al Madre – foto Massimo Pastore

Con la conferma di Gianni Limone come direttore amministrativo, ti liberi da un grosso peso, quello della gestione amministrativa della Fondazione prevista nel bando di concorso. Sollevato?
Ne sono molto contento. Credo che la nomina del dottor Limone sia un importante segno di sostegno nei confronti del lavoro che andrò a fare. Perché il Madre è una macchina complessa che non si può sperare di conoscere in poche settimane. Essere affiancato dal dott. Limone è sicuramente un aiuto prezioso per l’articolazione dei progetti e della mia attività. Ci sarà tra noi un dialogo serrato e costante, poiché tutte le riflessioni di carattere artistico nei musei di contemporaneo diventano immediatamente riflessione ed elaborazione di regole amministrative.
Naturalmente tutti i direttori e i curatori oggi hanno delle competenze gestionali, quindi sanno capire quale può essere il lavoro di chi li accompagna nella loro progettazione culturale. I direttori di nuova generazione sono chiamati a uno sforzo comune di tradurre la possibilità di realizzare grandi progetti con modalità di supporto magari diverse, facendo riferimento a al management, al marketing, al found raising e a tutte quelle parole inglesi di cui abbiamo imparato non soltanto il significato ma anche la funzione. Sarà un dialogo in cui una grammatica comune esiste.

Facciamo un test. Che conoscenza hai della fervente realtà artistica campana? Sufficiente, buona, ottima?
Non sicuramente ottima, direi buona, ma è mia intenzione, nel primo periodo in cui sarò insediato Madre, di parlare meno e ascoltare di più. Vorrei chiedere la possibilità di realizzare una fitta serie di incontri, di relazioni con tutti i possibili interlocutori del Madre. Avviare un lavoro di rete, di sinergie e di collaborazioni. Incontrare, stringere la mano e proporre una collaborazione a chi ha le competenze per fare un discorso serio, scientificamente impostato, sulla produzione artistica napoletana e campana, a chi è stato testimone, a chi ha accompagnato gli artisti, ha prodotto i loro progetti, assecondato le loro visioni. Nella posizione di direttore una parte del lavoro è anche quella di saper dare lavoro ad altri, in modo particolare a chi ha quelle competenze che permettono ai progetti presentati di essere dei progetti scientificamente rigorosi.
È mia ambizione far sì che non si usi la parola “locale” perché è pregiudiziale alla creazione di un ghetto. Non c’è artista che può amare la definizione di locale, c’è un artista che opera su di un territorio ma il cui messaggio ha una potenzialità universale. Mio compito sarà quello di permettere che chi conosce meglio di me questa scena possa relazionarsi con il Museo e nello stesso tempo la mia azione sarà protesa a che questi progetti possano avere la massima visibilità, la massima eco e il massimo impatto possibile. Ma d’altronde conoscendo anch’io la storia dell’arte straordinaria che è stata prodotta nel passato più remoto, nel passato prossimo e nel recente contemporaneo a Napoli, è anche mia ambizione quella di occuparmi personalmente di questi temi e di questa scena.

Mimmo Paladino – La montagna di sale – Piazza Plebiscito, Napoli

A questo scopo pensi di riferirti a importanti realtà di ricerca storica presenti sul territorio come l’Università degli Studi Federico II, sempre sottovalutata dagli attori della scena artistica istituzionale partenopea?
Certamente! E credo che, interpretando il museo come luogo di ricerca sulla storia e sulla sperimentazione contemporanea, come luogo di produzione e mediazione del sapere, in qualche modo il museo abbia nell’università un referente importantissimo, direi cruciale.
Inoltre Napoli è una città storicamente importante per la produzione e l’articolazione del pensiero e ha nelle sue università, in particolare nella “Federico II”, nei dipartimenti di ricerca e nei ricercatori un’altra eccellenza, un giacimento culturale a cui credo il Madre debba assolutamente fare riferimento. Del resto è nella mia esperienza recente: quella di dOCUMENTA 13 è un’edizione in cui non sono mancate le partecipazioni di antropologi, filosofi, scrittori, scienziati, fisici quantistici, microbiologi, insieme al ruolo ovviamente prioritario avuto dagli artisti.
È nella realizzazione di questo dialogo, condiviso con il pubblico, che si può veramente quasi toccare con mano l’arte nella sua ambizione di ricerca. Nel momento in cui l’arte si spoglia di una veste autoreferenziale, essa produce di fatto una conoscenza che va al di là di una disciplina data e rigida. Quando si mettono in relazione questi diversi ambiti si vede proprio, come dire, il cervello aperto dell’arte, le potenzialità stesse dell’arte.

Sei cosciente che il ruolo che ricoprirai è esposto per sua stessa natura a pressioni derivanti da interessi di parte? Come pensi di gestirle?
Credo che il principio deontologico fondamentale per una carica come questa sia una assoluta autonomia di giudizio. Il direttore si assume l’onere e l’onore della regia di un programma di mostre, di attività per il pubblico, di approfondimenti, di progetti multidisciplinari. Questa autonomia non può essere in alcun modo messa in discussione perché è proprio il punto di partenza del suo operato. Non credo che in un’istituzione sana come questa la deontologia venga messa in discussione. Inoltre devo dire che, se il buon giorno si vede dal mattino. l’assoluto rigore con cui è stato condotto tutto l’iter concorsuale, dalla redazione del bando al colloquio finale, parla già di una trasparenza e chiarezza  su questioni deontologiche che fanno pensare che questo discorso sia veramente radicato all’interno del Madre.

Giovanna Procaccini

www.museomadre.it

 

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Giovanna Procaccini
Giovanna Procaccini, nata a Napoli, vive a Milano. È laureata in architettura e specializzata in storia dell’arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. È diplomata come addetto alla conservazione e restauro dei dipinti su tela. Critica e curatrice, si occupa d’arte contemporanea in ogni suo aspetto. Ha lavorato come assistente presso la Cardi Galleria d’Arte di Milano e la Galleria Alfonso Artiaco di Napoli. Ha svolto contratti a progetto con il PAN | Palazzo delle Arti Napoli e con la Fondazione Internazionale Studi Superiori di Architettura. Si è occupata di didattica per Progetto Museo e per gli Amici dei Musei - Sezione Giovanile di Napoli. Ha curato mostre di architettura e di artisti emergenti presso spazi pubblici e private gallerie d’arte. È stato consulente tecnico d’ufficio per il Tribunale di Napoli e svolge ruolo di consulente per collezionisti d’arte. Collabora con il tour operator dell’arte Elesta Travel di Milano. Ha collaborato con le piattaforme editoriali Exibart e Zero. Dalla sua fondazione, nel 2011, collabora con Artribune.
  • Finalmente una scelta qualificata e un direttore con ottime prospettive di sviluppo per un museo di grande tradizione culturale, sulla scia di Gianni Amelio.

  • speriamo bene, io metterei il pubblico al primo posto. Sarebbe come in una palestra mettere al primo posto ciclette e bilanceri, o in un laboratorio microscopi e scrivanie.

    Spero che si eviti il format di Museo Cattedrale nel Deserto. Semmai evitando di fare proposte trash o populiste per “fare i numeri”….i numeri fatti così non tengono sul lungo periodo.

    Oggi il direttore del museo è come un muratore: deve fare muri che proteggono l’arte ma che non la pongano su torri d’avorio, e che non la nascondono dietro l’alibi del “tutto può andare”. Non facile. Facile se nessuno ti controlla.

  • michelangelo merisi

    due cose. Ad Alfonso suggerirei di rimfrescare la memoria ed articolare l’intelletto. Forse stai parlando di Lucio Amelio. Gianni Amelio non c’entra nulla.
    Riguardo whitehouse. Che palle…, mamma mia sei capace di tentare di dire un sacco di cose ed alla fine mai nulla.

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