Palermo, oh santa! Primavera senza rose?

Il festino della Santa Patrona a Palermo? L’evento per eccellenza. Che nel degrado e nel torpore generale, ultimamente s’era spento pure lui. L’inviso ex primo cittadino, al riparo da fischi e sassaiole, nemmeno presenziava più. Oggi, si riparte. Il neoeletto sindaco Orlando confeziona una festa economica, che punta sul coinvolgimento. Tanti studenti, tanti volontari. Un mosaico un poco fragile di piccole iniziative, ma l’euforia è alta. Ottimismo? Speranza? Nell’attesa di un grande festival che riqualifichi l’agonizzante metropoli, mai abbassare la guardia. Tutto va bene? Ma quando mai…

Van Dyck, Santa Rosalia incoronata dagli angeli

C’è odore di festa, a Palermo. Anzi di Festino. Come da 388 anni, ogni torrido 14-15 luglio. Nulla di più galvanizzante, per il palermitano doc, delle celebrazioni in onore di Santa Rosalia, la pulzella coronata di rose che mise a morte la peste e dalla morte salvò il popolo stremato, qualche secolo fa. Metafora perfetta. Palermo, ancora oggi moribonda-pestifera-mortifera, invischiata nella propria bubbonica agonia. Palermo in attesa del miracolo, prima che il mare opaco se la inghiotta.
Ma non era sbocciata la primavera? In effetti sì. La politica dell’imprevisto ha spalancato i cancelli della speranza, consegnando la mesta polis nelle mani dell’osannato condottiero. Al sindaco avrebbero voluto farla la statua, quest’anno, da portare a spalla tra la folla: Leoluca Orlando, è lui l’arma segreta, l’antidoto alla peste, l’ultima chance da giocarsi al tavolo degli eterni perdenti, sperando di fare, per una volta, la mossa giusta. Leoluca dei miracoli.
Così, pare tutta una letizia diffusa, attendendo il trionfo pirotecnico della notte sacra, metafora di un incipit che a forza d’aspettarlo c’eravamo scordati d’essere sul punto di schiattare. Perché in questa cosa, noi siciliani, siamo bravissimi. Dimenticare. Pure quello che ti brucia tra lo spirito e la carne: cose come la fame, la paura, la disperazione. O come il fetore di monnezza, democratico arredo urbano che, a periodi, sommerge e idealmente congiunge case popolari e auguste dimore. Ce ne scordiamo, ci abituiamo, ci passiamo sopra. E tutto va bene, in fondo. Anche adesso, al netto dell’innegabile scossone politico, serpeggia un’euforia che rimane misteriosa.

Antoon Van Dyck, Santa Rosalia incoronata dagli angeli

La città non esiste. È immobile, spenta, schiacciata sotto il peso degli ultimi cinque anni di irresponsabilità governativa (da Lombardo a Cammarata, in un unico, tragico piano sequenza), della crisi nazionale ed europea, della cura Monti (Giano bifronte della Terza Repubblica, metà mostro e metà super eroe), del dissesto e della recessione: macigni che ci hanno ridotti al lumicino. Un lume talmente piccino che però, alla fine, ce lo siamo fatto bastare. E nella notte abbiamo imparato a vedere: come se quella fiammella fosse il sole, come se il buio fosse un’alba di primavera.
Il Festino? Potrebbe essere occasione per un evento internazionale, un festival con bravi artisti dei Paesi del Mediterraneo, che dia spazio alla ricerca contemporanea, tra arti visive, cinema, teatro, musica. Un modello di co-produzione che porti investimenti e turismo, oltre il folk vecchia maniera, oltre un’idea del sacro come intrattenimento popolare a buon mercato. Un giorno, chissà.

Salvatore Rizzuti modella la sua Santuzza – foto Rosellina Garbo

Oggi invece con questi (pochi?) 500.000 euro tirati fuori in corner, a soli due mesi dalla partita elettorale, non s’è potuto combinare granché. Il tema di quest’anno – perfetto – è Dedicato a chi fa miracoli. Con la solita scorpacciata di cabaret, cover band, musica etnica e rock, si opta per un mosaico di piccole iniziative locali. Austerity, ma in armonia: strategica gratificazione della meglio gioventù palermitana, per fare festa tutti insieme e riprendersi la città. Politicamente un senso c’è.
L’intellighenzia, intanto, pare felice di una felicità moderata, ma palpabile: Palermo è tremendamente freakettona e diligentemente di sinistra, per ora. La romantica primavera contagia tutti e tutti collaborano: qualcuno gratis, qualcuno no, ma quel che conta è la fede.
E allora non sarà il festival del Mediterraneo, ma qualcosa si fa. Per esempio c’è la danza contemporanea. Come ai tempi di Pina Bausch? Macchè, con 500.000 euro? Facciamo un flash mob sotto il solleone, di coppola muniti. Coreografia dell’ottima Giovanna Velardi, tramutata però in rituale collettivo, con le mosse da imparare e replicare. Villaggio turistico style.

E poi l’arte, certamente. Cominciando dalla Gam. A parte la bella mostra in corso di Adalberto Abbate, per l’occasione si arrangia un puzzle di micro-spot sul tema. C’è la pittura di quattro giovanissimi proposti da Alessandro Bazan, ci sono un po’ di decorazione e un po’ di design, con vesti auree in omaggio alla Santa e biciclette luminose, per santi d’oggi col pallino eco-tech. Mentre i personaggi del mondo del volontariato cittadino vengono sublimati in “santini” dagli allievi fotografi di Sandro Scalia: immaginette pop, coi loro miracoli di quotidiana beneficenza, da distribuire anche durante la sacra parata, quest’anno in chiave politically correct grazie alle corsie preferenziali per disabili.
Molti i latitanti. Riso? D’estate i dipendenti regionali vanno in ferie e i custodi, beati loro, a custodire il silenzio ci sono abituati. Lo Spasimo? Morto, probabilmente evaporato, l’avranno prelevato gli alieni. Sant’Elia? Niente festino per l’ormai mediocre mostrificio, che definire “di provincia” sarebbe un azzeccato gioco di parole: in assenza di un direttore, il programma lo fa la dirigenza provinciale. E infine Palazzo Branciforte. Un museo tutto nuovo, una fondazione bancaria, il restyling di Gae Aulenti, le collezioni antiche. E poi? Finora poco, a parte le ottime cene, i laboratori di didattica e un po’ di jazz. A gestire il pacchetto c’è Civita, che ancora forse aspetta il rodaggio. E attendiamo anche noi, confidando che la bella struttura non diventi un altro mausoleo.

Fondamentale è il carro, scultura sacra che l’arte torna a reinventare. Come quando lo progettò Kounellis? Eddai, sono sempre quei 500.000. Per stavolta ci teniamo il maestro Salvatore Rizzuti, storico docente di tecniche scultoree all’Accademia. Con lui gli studenti, esercito di volontari, sformano un’aggraziata Santuzza e alla fine salvano carro e corteo. Idea ingegnosa.
Finissage per canecapovolto e Zoltan Fazekas nel coworking space Neu, con una proiezione di video storici. Qui niente santi né omaggi alla città: si fanno un po’ i fatti loro i cani disobbedienti della video-sperimentazione catanese, sempre con quel pizzico di esprit underground.
Nel decadente Palazzo Costantino c’è La Peste, mostra che per soli due giorni mette insieme oltre cinquanta artisti, plotone di studenti, emergenti e qualche nome noto. Effetto calderone? Il rischio c’è. A prescindere dalla qualità dei singoli lavori, ci si chiede: che bisogno c’era? A Palermo, una mostra-lampo sulla realtà di Palermo, fatta da tutti i palermitani in blocco. Effetto ce la cantiamo e ce la suoniamo? Sì, da troppo tempo, ammettiamolo. Ma il palazzo è bello e l’evento è occasione per valorizzarlo, oltre che per denunciarne lo stato di degrado. Perché l’importante, come s’è detto fino alla nausea, è “aprire”.
Apriamo i teatri, apriamo i Cantieri Culturali alla Zisa, apriamo i musei, apriamo gli spazi abbandonati. Sacrosanto, almeno si tira via l’odore di muffa. Ma aprire per far cosa? L’Italia affonda, con in testa la Sicilia, e noi apriamo camminando su tappeti di rose. Budget per la cultura, a Palermo, pari a zero. La Regione? Ridotta a un teatrino del grottesco.

Allestimento a Palazzo Costantino

Così accade che la prima consulente di Orlando sia al lavoro – a titolo gratuito – su un progetto per un centro internazionale di fotografia ai Cantieri. Donna eccezionale, Letizia Battaglia, con i suoi ottant’anni d’esperienza e di passione, con la sua capacità di coinvolgere volontari, amici, supporter morali. Lei, Messia della Fotografia, camminerà sulle acque torbide della Zisa, riuscendo nel miracolo della moltiplicazione degli euro? Perché al momento, pare, di soldi manco l’ombra.
Al Teatro Garibaldi Aperto, intanto, si prova a intravedere un futuro. Che ne sarà degli occupanti, delle assemblee, degli spettacoli a budget zero? A oggi, tutto tace.
E tace Palermo, in questo pomeriggio d’estate rovente. Quaranta gradi, il Festino alle porte e un rumore sordo che pervade i muri, le strade, i pensieri.

“Che cosa sono le nuvole”, Pier Paolo Pasolini, 1967

Che queste pagine non evochino, però, il solito disfattismo, la solita disillusione. Il futuro è tutto da progettare. Certo, basterebbe una pacca sulla spalla, un sorriso e poi godersi la festa, facendo finta che sì, è di nuovo primavera. Ma le cose facili a volte sono insidiose. Ad assuefarci a quel lumicino, dimenticandoci della notte, ci mettiamo poco, noi altri. Per difesa? Per pigrizia? Per debolezza? È uguale. Una dose di realismo è quello che ci salverebbe, a noi palermitani. Che siamo figli di Guttuso, ma viviamo sempre con la capa per aria, a chiederci inermi “che cosa sono le nuvole”. Come pupazzi, gettati in un covo di monnezza, contempliamo il cielo e la straziante, meravigliosa bellezza che abbiamo avuto in sorte. Nell’attesa che il sipario cali.

Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • simone tulumello

    Il quadro è questo, dipinto con precisione. Mi si lasci credere che il cambiamento sta, in qualche maniera iniziando. Certo, ancora ci si affida a troppi incompetenti bravi come comunicatori e non certo come artisti (e che, nel letargo decennale della capacità critica, hanno potuto spacciarsi per tali solo grazie all’assenza di alcuna richiesta di qualità). Forse perché la gente capace, veramente, è ancora sfiduciata. O perché non si è avuto il coraggio di dire a certi soliti noti, “suvvia, fatevi da parte”. Ma possiamo ricostruire valutazione e, quindi, qualità se vigileremo. A voi critici, il compito più arduo, nei prossimi anni. Continuare così

  • winston smith

    Il festino, inteso non come efento folkloristico-religioso ma come evento artistico-culturale,può rappresentare una risorsa per la città. Il vero problema, che è stato colto in modo preciso nell’articolo, riguarda il provincialismo che ci affligge, insensibile ad ogni cambiamento politico ed amministrativo. Un po’ come mondello,che è e rimane la spiaggia del palermitani, così il festino sembra l’occasione per chiuderci ancora più a riccio, specchiandoci nella nostra gloriosa tradizione. Salvo poi affidare la gestione della parte più festaiola a pseudo manager che di europeo hanno solo il formato del curriculum, e che troppo spesso affidano il palco a valvassori e valvassini del vincitore di turno.
    Affinchè qualcosa cambi è necessario che il festino diventi un evento da pubblicizzare non a Palermo,visto che lo sappiamo già quand’è e cosa si fa,ma soprattutto all’estero,in modo da dare una visione davvero europea ad un momento che può dare davvero lustro alla nostra città.

  • lowen

    io credo sia semplicemente una lettura cruda,ma assolutamente reale, dell’adolescenza collettiva in cui siamo caduti dal ’94,e dalla quale fatichiamo a venire fuori..

  • vincenzo

    ci trovo un sottile odore di zolfo in questo volontario tutti uniti con Orlando, una città che vuole dare un immagine di se perfettina ed un po ipocrita (il mio quartiere ieri sera era ancora al buio stile i prefestini cammarateschi…) e come dici tu fricchettona, ma ricordiamoci tutti che fricchettone era pure Chales Manson e le foto di famigliole perfette sono le più inquietanti, in quanto agli artisti i triti e ritriti Ciprì e Maresco e la vegliarda e seppur brava Letizaia Battaglia non sono il futuro, sono il passato, i buoni propositi quelli non mancano, si ha più voglia di ascoltare i giovani e questo è positivo però, anche perchè come dici tu, ormai i soldi sono finiti…Preghiamo.

  • vincenzo

    in oltre aggiungo che la politica dell’apriamo mi sa veramente di pezzente, sono del parere che prima di aprire un spazio ci debba essere un adeguato progetto culturale sotto o almeno una politica di gestione dedita a farlo funzionare economicamente, poichè non diventi un peso per l’economia della città.Spero che in futuro l’amministrazione si accorga che non è importante aprire e tenere aperto uno spazio, è importante quello che ci metti dentro, altrimenti finisce a gara a chi fa la furbata di occuparlo per primo o a chi beato lui c’ha agganci.

    • Concordo. E in merito alle occupazioni, che ho puntualmente raccontato e anche sostenuto (da Milano a Palermo, da Roma a Napoli), sono stata sempre chiara: per me si tratta di esperienze che devono rappresentare la prima fase di un processo, gesti di rottura con cui provare a sbloccare situazioni di stallo o di emergenza, innescando un dibattito (in primis con le amministrazioni).
      L’obiettivo non è autogestire, non è avere uno spazio piuttosto che un altro, ma stimolare la consapevolezza delle cose, risvegliare l’attenzione e il desiderio, proporre nuovi modelli. Non servono quattro mura per fare mostre e concerti, ma processi culturali.
      Se così non è si scivola nella retorica dell’occupazione che, quasi sempre, conduce a una inutile deriva. Finendo magari, paradossalmente, per avallare il disinteresse di chi ha il dovere di governare. Non possiamo e non dobbiamo sostituirci agli amministratori.

      • antonio

        Sulla questione delle occupazioni che secondo Helga sono un primo momento di un processo, condivido solo in parte. E’ vero che devono servire a sbloccare lo stallo e ad attirare l’attenzione, però credo anche che rappresentino il nucleo di trasformazioni più profonde che stanno avvenendo. E’ la conquista di una maggiore autonomia dei cittadini variamente organizzati e riuniti in gruppi, movimenti ecc. che secondo me significa anche liberarsi di un’idea di welfare che ha finito per renderci passivi, affidando troppo ai politici di professione. Occorre secondo me una dialettica più viva e alla pari. Il momento di crisi da questo punto di vista apre un varco.

  • Piero La Barbera

    Scenario apocalittico, macerie e sorrisi, sangue e speranza, le tue parole vere, reali, sanno di picconata al cuore, suscitano un nodo alla gola d’emozione e di rabbia, ma mai e poi mai di rassegnazione. La metafora di Orlando, visto come ultimo baluardo, sarà lui a salvarci dalla peste del nuovo millennio? Sarà lui a salvarci dall’agonìa? Basterà sapere che lui il sindaco lo sa fare? Ai posteri l’ardua sentenza, nel frattempo mi godo la spietata, cinica ma avvolgente raffica di Helga, alla quale rispondo con un binomio che sembra uno slogan: chapeau & toucheé!

  • alessandro bazan

    solo una cosa a proposito dell’avventura di palazzo costantino di napoli. ci tengo a difendere questo lavoro che indipendentemente da tutto e da tutti, abbiamo costruito in un ambiente ostile, non climatizzato come sono, palazzo Riso o la Gam anche nei giorni di chiusura. Noi pensiamo di avere fatto un ottimo lavoro, in questo palazzo che uno deve vedere, assolutamente! Non pensare che io e i miei coinquilini (per 4 giorni) ci vogliamo sottrarre ad una giusta critica al nostro lavoro artistico, mi piacerebbe tuttavia capire in che modo tu, helga possa avere la capacità di giudicare criticamente una cosa che non hai visto. Da questo punto una serie di riflessioni ve le risparmio sennò ci addormentiamo definitivamente nello scontentino recalcitrante che secondo me è il problema massimo e che vuole prevedere una palermo colta dalla solita allucinazione collettiva del festino. Nel tuo articolo, alcune analisi sono assolutamente condivisibili e come sempre straordinariamente espresse dalla tua dialettica, però non accetto che si parli male del lavoro in una città dove ognuno vuole “sgubbare” soldi per progettoni avveniristici, con artisti che vengono da lontano, biennali e festival che sono la chimera di chi ha prodotto questa crisi. Noi abbiamo pensato che partecipare sarebbe stato divertente e lo abbiamo fatto, ma prima di giudicare una cosa, per piacere, la prossima volta, aspetta di vederla. ciao

  • Ciao Alessandro. Solo per dirti che qui non ho fatto una recensione della mostra, dunque mi sono astenuta – da professionista quale ritengo di essere – dal dare giudizi sulle opere e sull’allestimento (l’ho anche detto).
    La mia unica nota critica era relativa al concept e a un aspetto specifico di natura teorica, che riguarda in genere il contesto che viviamo e tutti noi. Non ho parlato in termini positivi né negativi di una mostra, che, appunto, non ho visto. L’articolo è infatti uscito prima, come pezzo di attualità e di presentazione, non è un’analisi critica di un singolo progetto espositivo (quelle giustamente si fanno a posteriori, ma giornalisticamente è proprio un’altra tipologia di articolo).
    Ho anche sottolineato l’intenzione alla base de “La Peste”, cioè la volontà di valorizzare un posto bello e degradato, attuando anzi una denuncia dello stato delle cose.
    Bene avete fatto a fare una cosa divertente e stimolante, e io so con quanto amore l’avete portata avanti, perchè molti di voi li conosco. Il mio discorso è un po’ più ampio e la storia del festino era solo un pretesto per un’analisi generale, di taglio strettamente politico-culturale.
    Se rileggi, con un po’ di distacco, ti accorgerai che non ho parlato “male”: ho fatto delle riflessioni, disinteressate e sincere. Forse utili. E in un momento in cui la critica quasi non esiste più, io credo che questo possa solo fare bene. Più che altro, lo spero.

  • luana maiorana

    Analisi lucida, realistica e disincantata di una disastrosa e scoraggiante situazione politica, sociale e culturale…Misurata e arguta ironia, espressioni delicate e poetiche, voglia di un futuro diverso e migliore, speranza di un vero cambiamento, desiderio di riscatto per un popolo che sembra dormiente, inconsapevole e rassegnato…Ecco che cosa ho letto in questo bellissimo articolo…Brava Helga, anche questa volta hai fatto centro!!!

  • Da lontano posso metterci solo il cuore, che sanguina ogni volta che leggo della decadenza di Palermo. Il mio contributo l’ho dato negli anni ’80 nella musica. Poi sono andato via all’alba della prima primavera, Posso solo laicamente pregare che questa sia la primavera buona.

  • Leila Orlando

    Mi dispiace che Palermo si sia svegliata e ancora qualcuno stia dormendo. Che l’entusiasmo prima o poi vi contagi come la peste. W Palermo e Santa Rosalia.

    • tiziana r.
      • Chiara

        ecco, questo rappresenta esattamente la quintessenza della retorica: il testo di Scaldati non si reggeva per i contenuti stucchevoli e noiosamente affabulatori. Segue trionfo del sindaco che sale sul carro a omaggiare la Santa e a cui scappa un aggettivo possessivo di troppo: viva Palermo “mia”! e nella foga della fede miracolista inneggia a Rosalia, anche quella “sua” (ma forse voleva solo fare una rima baciata).

        • tiziana r.

          ci vuole coraggio ad “accusare” un uomo che definisce la cittá di cui é Sindaco MIA….
          Mah! non capisco……….

  • gilda terranova

    Però i palermitani!Quando erano troppi gli artisti che venivano da fuori ci si lamentava che qui c’erano talenti mai abbastanza valorizzati, quando lavorano gli artisti palermitani ci si lamenta che sono i soliti noti, gli amici etc…Insomma sciarriati ca cuntintizza!!!! Personalmente questa idea delle consulenze gratuite non mi piace per niente. Il lavoro è lavoro e va pagato, potrei accettarla se fossero gruppi di cittadini a farsi promotori di iniziative o collaborazioni ma che siano singoli non mi convince, mi sembra un sistema che rischia di diventare poco trasparente e di ritorcersi su chi se n’è fatto promotore, potrebbe poi diventare un modo veloce e furbo (non sarebbe il caso di persone del calibro di Letizia ovviamente!) per fare curriculum in alcuni ambiti e ingraziarsi incarichi futuri-magari anche a basso costo- ma pur sempre incarichi. Non so, non mi piace, mi sembra in contraddizione con i dibattiti sul quinto stato e altre iniziative del genere organizzate proprio ai Cantieri nei forum. Mi piacerebbe che la giunta, con i suoi tempi e con un progetto a lunga scadenza, si pronunciasse su questo spazio così come sul Teatro Garibaldi e su altri. No basta aprire(anche se è importante), bisogna costruire un progetto di città. Io amo soprattutto il teatro e rivoglio un teatro dove ci siano i palermitani ma dove ci sia anche un modo per far ritornare grandi artisti che lavorano lontano da qui e che mi hanno reso meno asfittico il vivere a Palermo. Diamo però a questo sindaco e alla giunta il tempo di organizzarsi, di affiatarsi come squadra,di rimettere in moto al meglio la macchina. Le critiche sono giuste e necessarie però cerchiamo di avere un atteggiamento costruttivo e partecipativo. Intato una buona notizia. Da oggi Villa Garibaldi è riaperta. E non è poco. Aspettavamp da un anno. Ora speriamo che dopo il festino faremo presto la festa per la riapertura della ludoteca. I bambini e i loro genitori non possono passare un’altra stagione senza.

  • Non m’i intendo molto del Festino palermitano per antonomasia, ne’ di festini palermitani in generale, io che (pur avendo sempre amato Palermo) vivo in un luogo che con Palermo ha in comune la stessa mitologia per la medesima santa patrona ma dove le processioni della santa si fanno attraversando un fitto e tortuoso bosco di querce secolari fino a sbucare sul pianoro dell’eremo della Quisquina, preceduti da una teoria di cavalieri a cavallo. Non vi sono, quì, tutte le implicazioni simbologiche (-e, si, molto pagane come scrive Helga-) che si innestano nella follia collettiva di essere mondati dal passaggio del carro della salvezza. Quì ognuno per senso della misura, non per egoismo, pensa alla propria, di salvezza, alla bene e meglio. E’ rimasto agli annali l’aneddoto di un vecchio pastore che, vent’anni fa, facendo “un viaggio scalzo” appresso alla santa lo fece a cavallo: “Io ci ho detto scalzo, alla santuzza, no a piedi!”. Magia dell’ironia paesana che ci salva dalla trionfale scaltrezza di città e dal mare di retorica che certamente non è stata estranea nemmeno a questo 388° Festino ne’ a tutta la nuova epopea orlandiana che (era inevitabile, quasi un programma) mette in scena se stessa. Lo sapevamo: ma i veri guai nun su’ chisti! Diciamocelo.
    Eppure quest’analisi di Helga, che sorvola con sguardo di commiserazione tutta la città nel di di festa, non è che sia scevro di una sua peculiare e irritante retorica. La retorica di chi sembra svegliarsi per la prima volta oggi a Palermo e scoprire che il festino può esserre un ottimo scenario allegorico per dirne quattro a tutti i superstiti del dopo elezioni: “basta che si muovano! ”
    Eppure, mi chiedo, provi un attimo ad immaginare come sarebbe stata questa città, questo festino e tutto il resto, questo 14 e 15 lugio, se a soli 2 mesi dall’elezione diciamo di Davide Faraone (o di qualunque altro concorrente a primo cittadino) avesse provato a sorvolare la città della peste nel suo giorno di grazia. E ci dica come, invero, sarebbe stato tutto più bello e vitale. Non voglio aggiungere altro sullo scenario di straordinaria vitalità che avrebbe preceduto questa neonata giunta Orlando, ma vorrei dire che forse non è proprio il caso di farsi venire qualche lacrimuccia di commozione, a pensarci.
    Non conoscendo bene personalmente Helga, non mi va di forare il muro del suono -come si suol dire- e cercherò di portare rispetto alla sua verve critica che riconosco e alla sua capacità di saper scrivere applicandosi all’arte contemporanea. Ma la retorica, no Helga, per favore nemmeno la tua pure incastonata in un bel cognegno lessicale e linguistico, si sopporta più.

    • Chiara

      Chapeau! Lei ha la grazia di toccare sempre il centro. Lei ha la grazia… Chiara

    • Alfonso, non è che ho capito bene quello che hai detto. Come sarebbe stata la città a soli due mesi dall’elezione di un altro candidato? E che ne so io! Magari saperlo! Penso più o meno uguale, francamente. Ma non era quello il punto. Orlando lasciamolo lavorare, che per giudicarlo davvero ci vuole un po’ di tempo. Mi pare prestino per fare questi discorsi.
      Quanto all’essermi “svegliata” di botto per fare qualche critica, beh non mi pare che tu questo lo possa affermare. Le critiche le ho sempre fatte, qui e su altre pagine. Detto ciò, il mio sguardo è privo di commiserazione, per carità, che cosa triste! Ho solo provato a mettere per iscritto un’analisi che in questi giorni/settimane ha preso forma nella mia mente e che ho pensato (sperato!) potesse essere utile o, non so, un poco interessante. Non mi è chiarissimo dove starebbe la retorica, ma va bene, se l’hai intravista ci sarà pure da qualche parte… Spero non sia stato nulla di troppo fastidioso per te.
      Grazie comunque per il rispetto e le parole carine.

      • maramao

        che gnocca

  • A latere, voglio però dire una cosa a favore dell’articolo di Helga: che in un momento di mimetismo e di trasformismo generalizzato di artisti, critici, faccendieri, nullafacenti e affini (per dirla con Totò) di varia taglia e visibilità, che oggi provano a cambiare carro in corsa e prendere posto in fretta nel tableau vivant allegorico di questo 388 Festino/e della nuova amministrazione, almeno lei si pone in un atteggiamento critico e non compiacente. Questo, di certo le fa onore.
    Lo dico io che ho firmato -credendoci- un documento a sostegno della candidatura Orlando, quando ancora la sua elezione era una forte incognita. Non vorrei ritrovarmi di nuovo con la stessa fauna a dare carte e a formare i nuovi cordoni sanitari della cultura a Palermo.!