Quando l’arte è invisibile

Il mondo dell’arte ne ha pensata un’altra delle sue. Questa volta, a dare almeno apparentemente i numeri, sono gli inglesi. Invisible: Art about the Unseen 1957-2012 è una mostra che fa parlare di sé prima ancora dell’inaugurazione. Prevista alla Hayward Gallery di Londra il 12 giugno.

Le Vide di Yves Klein - 1958

Dov’è la stranezza della mostra londinese? In un dettaglio molto semplice. Pensavate che per comprendere l’arte fosse necessario servirsi di occhi per vedere e di orecchi per ascoltare? Magari qualche volta anche di mani per sfiorare la materia? Niente di più sbagliato, almeno stando al curatore. In Invisible: Art about the Unseen trovano spazio cinquanta opere d’arte invisibili “realizzate” da artisti famosi.
Il catalogo è folto e variegato. Il piedistallo su cui una volta si è appoggiato Andy Warhol che permetterà al pubblico di entrare in contatto con quel “non so che”, l’aura di Andy. Di Tom Friedman è esposto un foglietto bianco, 1.000 Hours of Staring, che egli stesso ha guardato, probabilmente solo ogni tanto, durante cinque lunghissimi anni. Di Gianni Motti sono esposti disegni invisibili, dipinti con un inchiostro magico e racchiusi in cornici, queste visibilissime, che danno corpo a quadri apparentemente uguali, ma che l’artista pretende diversi.
Inutile andare a Londra – a questo punto penserà qualcuno – tanto, se le opere sono invisibili, ce le possiamo immaginare anche da casa, stando comodamente rilassati sul divano ed evitando la calca dei visitatori che, presumibilmente, si affanneranno per vedere qualcosa che non c’è.
In realtà non è proprio così, nel senso che, a saperla cogliere, c’è una logica in questa follia. Per comprenderla facciamo a un passo indietro e domandiamoci due cose: intanto che cosa è diventata l’arte e poi per quale ragione foglietti bianchi, quadri vuoti, piedistalli abbandonati dovrebbero avere a che fare con le opere d’arte.

Tom Friedman - 1.000 Hours of Staring

Parrà strano, ma l’arte è sempre stata e sempre sarà la stessa cosa, anche se i rivolgimenti delle avanguardie e l’arte contemporanea ci hanno costretto a ripensare la sua identità in chiave filosofica e ontologica. Non è allora un caso che i filosofi siano tornati a interrogarsi con sempre maggiore insistenza sulle questioni che appartengono all’ambito della definizione di “opera d’arte”. Lo faranno, ad esempio, congiuntamente ad artisti e a critici d’arte, dal 18 al 23 giugno nell’ambito del ciclo di incontri: Dialoghi di estetica. Che cos’è un’opera d’arte?, promossi dalla Summer School del Castello di Rivoli, con il coordinamento scientifico del Labont (Università di Torino). Filosofi, artisti e critici discuteranno queste e altre apparenti bizzarrie legate all’arte contemporanea.
La filosofia, dicevamo, ci mostra che, al di là di tutte le apparenze, le opere sono sempre lo stesso tipo di cosa; poi, certo, alcune sono belle, altre bruttissime, talune imitano la realtà e ci stupiscono per la bravura del loro artefice, altre ne disvelano tratti sorprendenti, altre ancora – come i quadri di Motti – ci fanno arrovellare intorno a una qualche idea, magari al concetto di “assenza”.
Torniamo dunque alla mostra londinese: davvero, qualcuno penserà, anche quella è arte? Ebbene sì, arte che si serve di aggiunte sceniche e di orpelli, per richiamare l’attenzione, ma anche questa è arte, visibilissima, e addirittura queste opere sono lo stesso tipo di cosa di un quadro di Giotto.

Gianni Motti - Ink drawings

L’idea del curatore londinese, a ben guardare, non così originale: nel 1958 Yves Klein ne Il vuoto aveva avuto una intuizione simile. Propone infatti come opera l’assenza totale di manufatti in una galleria vuota. Decide di rappresentare il vuoto. L’operazione non è semplice da realizzare: si tratta di dare un’espressione semantica al vuoto, di mostrarlo e, nel farlo, di fargli dire tutto quello che deve e che può dire.
Ci avete mai pensato? Il vuoto non è sempre solo nulla, assenza totale, non essere in quanto negazione dell’essere. In tantissime circostanze esso è traccia di qualcosa che non c’è perché non c’è più o non c’è mai stato, ma che pure vorremmo ci fosse o sentiamo che ci dovrebbe essere. Quel vuoto mostra una mancanza proprio perché è traccia di una mancata presenza e quella mancanza ci dice un’infinità di cose. È un vuoto ricco di una semantica incompleta il cui completamento è lasciato molto opportunamente agli spettatori.
E così il palco esprime tutto il vuoto dell’assenza di Warhol e della sua sublime superficialità: e ci viene in mente quanto avesse ragione Benjamin a considerare nel processo di trasfigurazione di alcuni oggetti la grandiosa potenza dell’aura espressa dall’arte. Solo che quell’aura non si è persa, come pensava Benjamin, ma è tutta lì, ripristinata da quell’assenza, ricreata dall’artista.
Non è stato Warhol a fare di quell’oggetto banalissimo e comune un’opera, ma chi lo ha messo lì chiedendoci di guardarlo in un modo particolare, di aggiungere la nostra concettualità alla sua.

Teresa Margolles - Plancha - 2010 - veduta dell’allestimento presso Museion, Bolzano 2011 - courtesy l’artista - photo Othmar Seehauser

La stessa concettulità che accompagna il foglietto lasciato in bianco da Friedman. Da quel foglio mancano le parole, mentre è affollato di sguardi. Le parole ci mancano spessissimo, migliaia di volte ci sono mancate anche dove gli occhi non mancavano di vedere. Spesso mancano perché sono faticose, perché significano ricerca di chiarezza, la volontà di esprimere una forma, e il pericolo che quella forma venga poi frustrata, fraintesa, offesa da chi riceve le nostre parole. E allora il foglio scegliamo di lasciarlo bianco, di accartocciarlo e di buttarlo via.
L’opera che forse ha più corpo e più potenza semantica tra tutte quelle che sono esposte alla mostra londinese ha a che fare con l’acqua. Dire acqua significa dire vita: vita che nasce, che cresce, che dilaga. Eppure la vita è così profondamente legata alla sua assenza, alla sua privazione, che l’una contiene già l’altra, che nell’una si dà l’altra. Nella vita la morte e nella morte la vita. Lo sappiamo bene, è un’idea che ci accompagna confusamente, ma costantemente, come una nebbia di sfondo. Teresa Margolles ci riporta esattamente al centro di quella presente assenza, servendosi di un’acqua che è stata fisicamente in contatto con la morte. Nella sua opera l’acqua, nebulizzata e spruzzata nell’aria, accompagna tutti coloro che la attraversano, ricade sui loro corpi, li accarezza. E tuttavia quell’acqua nebulizzata è stata a contatto con i corpi di uomini vittime di assassinio a Città del Messico e chi attraversa quella nebbia di sfondo lo sa. Corpi straziati e nebulizzati da quell’acqua che è stata manifestamente incapace di riportarli alla vita, ma ha potuto soltanto lavarli.
Dite che si tratta davvero di opere invisibili? Tutto il contrario: la loro ricchezza semantica è così esuberante che addirittura l’avvertiamo sulla pelle anche solo a pensarci.

Tiziana Andina

labont.it/dialoghi-di-estetica-ii-che-cose-unopera-darte

Londra // fino al 6 agosto 2012
Invisible: Art about the Unseen 1957-2012
THE HAYWARD
Southbank Centre, Belvedere Road
+44 0871 6632519
www.haywardgallery.org.uk

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Tiziana Andina
Tiziana Andina è ricercatrice di filosofia teoretica nella Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni, oltre a numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali, ricordiamo: Il volto americano di Nietzsche (La Città del Sole, 1999), Il problema della percezione nella filosofia di Nietzsche (AlboVersorio, 2005), Percezione e rappresentazione. Alcune ipotesi tra Gombrich e Arnheim (Aesthtica Preprint, 2005), Confini sfumati. I problemi dell’arte, le soluzioni della percezione (Mimesis, 2009) e Arthur Danto: filosofo pop (Carocci, 2009; edizione inglese, Arthur Danto. Philosopher of Pop Cambridge Scholars Publishing, 2011), Filosofie dell’arte. Da Danto a Hegel (Carocci, 2012; edizione inglese, Continuum, London-New York, in corso di stampa).
  • Articolo molto bello!!

  • Francesco

    E’ l’arte concettuale portata alla sua logica e stringente conclusione.