Un’ora a Macao. E pare solo un giochino

Mentre continua la vicenda Macao, dalla Torre Galfa a Palazzo Citterio sino a destinazioni ulteriori, pubblichiamo il reportage, le riflessioni, l’impressione di chi in quel grattacielo ci è andato per capire cosa stava succedendo. E più di qualcosa non convince.

Macao - Milano

Macao è una mina antiuomo. Una bomba al fosforo bianco. Macao è una trappola. A tenderla è, involontariamente, una retorica dei luoghi comuni che è difficile aggirare. Perché Macao è un’azione tanto radicale da chiedere una presa di posizione, da avvicinare allo zero la schiera dei non sa / non risponde.  Anche se ogni plauso suona come l’incoraggiamento a un Sessantotto in ritardo; anche se ogni censura, di contro, è suscettibile di accuse di cecità. Entro a Macao per raccogliere l’intervista ad E., che in un’idea di condivisione collettiva del progetto non vuole rivelare il suo cognome e dopo aver balbettato un paio di minuti buoni alla domanda “ma tu che lavoro fai?”, mi chiede di non pubblicare la risposta. Sempre in nome di una esibita volontà di anonimato, a garanzia che Macao non è vetrina per le velleità del singolo ma processo condiviso; un segreto da mantenere, “altrimenti mi vendico con Artribune”. E che fai? Ci occupi?
Entro a Macao per un’intervista. Ci passo un’oretta. Esco che non ho capito granché di cosa Macao vuole essere. Forse avrei dovuto partecipare alle riunioni, agli incontri, ai dibattiti che hanno preceduto l’occupazione; perché presa così, Macao non convince. E non per il facile snobismo che mi fa drizzare i peli sulle braccia, io che non sono mai stato in campeggio, all’idea che si possa dormire buttati per terra senza nemmeno un cesso degno di questo nome; non per il gusto saccente di trovare il pelo nell’uovo sempre e comunque. Ma perché dietro a fenomeni così forti mi aspetto di trovare una limpidezza di idee, una freschezza di pensiero che a Macao, certamente per demeriti miei, non ho visto.

Macao - Milano

Mi incuriosisce scoprire che Milano ha così tanta sete di spazi per l’arte e la cultura da aver bisogno dell’appropriazione indebita di un edificio privato. Parliamo di una città che conta una quarantina di musei e almeno altrettanti teatri, circa sessanta gallerie d’arte private; un’accademia che, magari oggi un po’ appannata, resta punto di riferimento a livello nazionale. Trattasi di spazi istituzionali o istituzionalizzati, ovvio. Spazi anche privati. Spazi che non è facile permeare, nei quali non è immediato entrare. Spazi che rispondono a logiche che non è sempre agevole sposare o condividere. Spazi che ci sono, però. Spazi negati da Macao, che si propone come un’alternativa onestamente poco chiara: come ci si muove al suo interno? Cosa si può fare? E chi lo decide? Quale credito ha un’azione artistica che nasce in Macao? Sprezzante la pagina locale di Libero, che nel definire gli occupanti pone sdegnose virgolette attorno alla parola artista: non ci spingiamo fino alla maldicenza (nel caso di Libero certamente ideologica) ma ci poniamo il dubbio che gli artisti di Macao non trovino spazi perché non sanno trovarne. Perché non sono abbastanza bravi, o semplicemente scaltri e paraculi, per ottenere riconoscimento per il proprio lavoro; amara verità, triste realtà, darwinismo dell’arte insomma. Gli individui che sanno adattarsi al mercato sopravvivono: per gli altri c’è Macao, piazza libera dove esercitare il proprio livore di rifiutati.

Macao - Milano

Macao mette il dito nella piaga di un’urbanizzazione che, a Milano come altrove, si è sviluppata con il disordine e l’illogica propria di un cancro: seminando metastasi mefitiche, senza soluzione di continuità. Il caso della Torre Galfa, aborto di uno tra gli immobiliaristi meno limpidi (l’affermazione contiene eufemismo) oggi in attività, è senza dubbio calzante: e bene ha fatto Macao, nel perseguimento dei propri scopi, a interessarsi a quest’area. Anche se, la storia recente di Milano insegna, il successo di operazioni artistiche che operano fuori dai canali tradizionali e anche con modi non sempre ortodossi è legato a doppio filo con il tessuto sociale in cui attecchiscono. Una piccola rivoluzione dal basso è stata, dal 2003, l’avventura dell’Isola Art Center: una comunità di artisti intrecciata con il quartiere, la condivisione delle sue necessità, azioni di arte relazionale in favore della cittadinanza, una battaglia legale inutile – considerato l’abbattimento della Stecca – ma vincente, con il Tribunale Amministrativo Regionale che dichiara illegittima e blocca una vigorosa speculazione edilizia ai danni dei giardini della Stecca stessa. Macao ha sicuramente nei geni esperienze del genere: ma ne è versione chiassosa e disordinata. Insomma: Macao fusione a freddo di individui che non sono una comunità, ma corpuscoli in qualche modo raccolti insieme; capaci di un’onda d’urto che deflagra con successo, ma sembra al momento piantare schegge e non semi.

Strenua la difesa del mio interlocutore in Macao, acceso nella sua dichiarata presa di distanza dalla politica. Errore. Perché Macao è politica. E non in un senso planetario che sottintende a un vago e meritorio interesse nella cosa pubblica. Macao è politica nel senso più partitico del termine, nelle dichiarazioni di Manuel Agnelli (Afterhours) e Mengoni (Elio e le Storie Tese) che affermano come i manifestanti siano  gli elettori di Pisapia e come tali debbano essere ascoltati: piccolo errore di ingenuità, per come la vedo io. Diciamo che sono tra gli elettori di Pisapia: che al primo turno ha preso 4mila voti meno di quanto fece Ferrante cinque anni prima e che al ballottaggio ha goduto, in modo forse determinante, delle frizioni interne al centrodestra. Disarmanti le dichiarazioni di queste giorni di Stefano Boeri, che quasi attonito – via Facebook – si felicita per le problematiche svelate da Macao: quasi fosse un osservatore esterno e non l’assessore che quelle problematiche dovrebbe contribuire a risolvere. Stucchevoli le manifestazioni di solidarietà da parte di altri autorevoli rappresentanti del centrosinistra: inermi di fronte a eventi che avrebbero dovuto governare, ma che li vedono spettatori svogliati. Una stilettata Macao, per una giunta che a un anno dall’insediamento dimostra (e il monito serva ad altri, da Parma in giù) come passare dalla critica all’amministrazione sia fenomeno complesso, a volte troppo grande per le fragili spalle gonfiate da vaghe idee di rinnovamento.

Macao - Milano

La giunta Pisapia figlia delle civiche e della rivoluzione arancione, quella dell’intellettuale Majorino e del baby Maran –  fresco di premio “qualità” assegnato dal Forum della Meritocrazia – è la stessa che, per stare in piedi, ha dovuto appioppare la delega più pesante e onerosa a Bruno Tabacci. Ex presidente della Lombardia imposto negli Anni Ottanta da De Mita, ex parlamentare nella maggioranza di centrodestra, riadattato insieme a Follini a uomo di centrosinistra: oggi assessore al bilancio e unico nome spendibile, in quota PD, per il dopo Formigoni.  La giunta Pisapia, mitragliata dal fuoco amico di Macao, palesa difficoltà sui temi forti per la Milano di domani: che non sono certo l’Area C, restyling dell’Ecopass, né tanto meno i pretesi spazi per la cultura. Ma Expo 2015: fattore su cui non solo non sono state diradate le nubi addensate dalla fangosa gestione Moratti, ma che ancora sconta le gomitate fra lo stesso sindaco e Stefano Boeri. Macao, con la sua azione di forza e il rifiuto di accettare la soluzione di un trasferimento all’Ansaldo, ha svelato come il re di Milano sia nudo. E ha creato un precedente che, di questi tempi, suona come allarmante: in città, chi vuole qualcosa, se lo prenda. Perché la base della contrattazione è questa, parte dall’effrazione: prima occupo, prima spacco. Poi, semmai, parliamo.

Macao - Milano

In campagna elettorale Pisapia aveva promesso, tra le altre, la risoluzione della questione moschea. Considerata la gestione imbarazzata dell’affare Macao cosa possiamo aspettarci se, domani mattina, una comunità islamica esacerbata dalle tensioni di viale Jenner decidesse di occupare uno qualsiasi degli spazi derelitti e abbandonati della città?
Nella mia ora a Macao non ho visto molta arte, ma è certo colpa mia: avrei dovuto fermarmi di più. Nella mia ora a Macao ho visto molto caos, ma è sicuramente un mio difetto. La mia ora a Macao è finita con E., il mio interlocutore, che stoppa la registrazione della nostra chiacchierata interrotto dal cellulare: “Scusa, devo andare: è per un’intervista”. E noi che stavamo facendo, scusa? Forse giocando. Sarà mica questo il vero spirito di Macao?

Francesco Sala

www.macao.mi.it

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • KisArgo

    Articolo sensazionale. Non so mica se ridere o piangere. PIANGO!”

  • Il Macaco

    Ue perché non l’avete titolato FIGURA DI MERDA A MACAO

  • Valerio

    L’articolo rende molto bene l’idea. Finalmente cominciano ad emergere un po’ di visioni lucide. Fino alla scorsa settimana sembrava davvero che macao fosse la vera rivoluzione: il fascino di ciò che appare nuovo, nell’arte come nella moda, dura poco. Al massimo una stagione. A volte un paio di settimane…

  • Cinzia

    Complimenti per l’articolo. L’unica cosa che non condivido è la critica a Boeri e a Pisapia che, mi sembra, si sono interessati parecchio alla questione, proponendo soluzioni, ascoltando e tendendo inutilmente la mano agli occupanti.

  • Xavier

    L’unico articolo su Macao che dica qualcosa su Macao. EVVIVA

  • Ottimo articolo. Il punto secondo centrale è questo: “ci poniamo il dubbio che gli artisti di Macao non trovino spazi perché non sanno trovarne. Perché non sono abbastanza bravi, o semplicemente scaltri e paraculi, per ottenere riconoscimento per il proprio lavoro; amara verità, triste realtà, darwinismo dell’arte insomma. Gli individui che sanno adattarsi al mercato sopravvivono: per gli altri c’è Macao, piazza libera dove esercitare il proprio livore di rifiutati.” E’ la verità e prima o poi dovranno rendersene conto: troppo comodo barricarsi dietro al “sono tutti raccomandati, amici di politici”, bisogna cercare vie, terze vie! E poi come pensavano di sopravvivere? Chi li avrebbe pagati per quello che facevano? Se lo sono mai chiesto?

    Un unico appunto: non hanno rifiutato il trasferimento all’Ex Ansaldo, ma la partecipazione al bando per l’assegnazione, ennesima dimostrazione che non avevano reali idee e progetti.

  • ospite

    potevi rimanerci qualche ora in più e capire meglio. per esempio renderti conto di come funzionava bene il meccanismo orizzontale e delle competenze e professionalità che trovavi dentro la torre.
    maliziosamente mi viene da pensare che voi dell’arte ufficiale, abbastanza paraculo per avere i contatti giusti, con i vostri aperitivi di lavoro, cominciate a temere che il mondo sta cambiando e che macao vede già lontano: questo vi fa paura.
    la prossima volta rimani più a lungo, parla con più persone, confrontati. una storia così complessa in un’ora non la capisci, ti serve almeno un giorno

    • Un classico: se ci fosse rimasto un giorno avresti detto “doveva rimanerci una settimana”, se fosse rimasto tutto il tempo dell’occupazione avresti detto “è inutile, tanto ha i paraocchi”. Magari “loro” dell’arte ufficiale avevano da lavorare. “Lavoro”: partiamo dalle parole concrete!

      • ospite

        ok, allora la prossima volta rimani una settimana ;) sei il benvenuto
        lavoro, come mi piacerebbe lavorare così tanto da poter vivere solo di arte e cultura….

    • Stray

      In un giorno riesci ad empatizzarla, per capirla molto di più, Macao non ha un manifesto, ha un’identità fluida ed è un processo in divenire. Quel che ha fatto fino ad’ora in soli 17 giorni di attività non si può negare. Non ci saranno state grande installazioni artistiche (sfido io a farle in 17 giorni con 3 occupazioni di luoghi completamente diversi tra loro) ma ha scosso l’Italia. Sgomberi in tempo record direttamente dai ministri? Forse abbiamo toccato qualche tastino dolente, non siamo così innoqui. Inoltre se si parla così del mondo dell’arte ( meglio mondo della creatività e dello spettacolo) dicendo che chi non lavora è solo incapace a trovare lavoro significa che si è lontani anni luce dalla realtà di questi giorni!!

      • federica

        dato che si sta parlando di cultura, innocuo si scrive con la c

    • piera

      sono daccordo con te!

  • dust

    Ottimo e lucido dalla prima all’ultima riga. Potevate mandarcelo prima Francesco Sala a constatare de visu, voi di Artribune, invece di schierarvi subito ed entusiasticamente con gli OKKUPANTI! A volte date l’impressione di non avere una linea editoriale e che siate una specie di contenitore dove chiunque scrive quello che gli pare

    • “una specie di contenitore dove chiunque scrive quello che gli pare”: sostituendo “dire” con “fare” mi sembra la definizione pefetta per Macao

    • Osvalda

      sempre d’accordo con te

  • Francesco

    Salvatore Ligresti è stato per decenni il vero “uomo forte” di Milano: nelle riunioni del consiglio e della giunta comunali, addirittura si aveva il timore di pronunciare il suo nome; anche oggi, malgrado il suo gruppo (immobiliare e assicurativo) rischi la bancarotta, ci vuole, per contrastarlo adeguatamente, ben altro che un’ennesima occupazione folkloristica e inconcludente.

  • Roberto

    Personalmente non trovo questo articolo molto rilevante. Dopotutto che cosa dice? E poi, com’è che viene pubblicato oggi, 24 Maggio, quando Macao è sicuramente qualcosa d’altro, se esiste ancora; quando Macao si è trasferita a Palazzo Citterio (tanto per volar… basso) e quando da lì il movimento è stato ancora sgomberato.

    Prima di tutto chi scrive un articolo che viene definito reportage (“… pubblichiamo il reportage, le riflessioni, l’impressione di chi in quel grattacielo ci è andato per capire cosa stava succedendo. E più di qualcosa non convince”) dovrebbe passarci magari un pochino più di un’ora sul luogo del reportage, o per lo meno non ribadire con orgoglio di averci passato solo un’ora! Dopo magari può permettersi di mettere on-line uno scritto che verrà letto e definito – da qualche sprovveduto – come un “articolo sensazionale”. Non critico la sacrosanta libertà d’opinione (no?), ma un minimo di etica professionale e personale: pensaci su un po’ di più.

    Quello che mi ha lasciato personalmente stranito di tutto questo è che con il pretesto di fare arte e cultura (quale? Come? domande a cui non hanno trovato risposta, e in questo sono d’accordo con chi scrive) i detti “lavoratori dell’arte” hanno STRUMENTALIZZATO l’arte e la cultura per mobilitare un sacco di gente ed opinionisti. Io mi ci sono trovato – assolutamente contro volere – a MARCIARE con i ragazzi del movimento da Torre Galfa a Palazzo CItterio. Una marcia, una mobilitazione in cui i Leader gentilmente ti urlavano: “abbiamo deciso di pagare il biglietto in metrò” – grazie, ho l’abbonamento! (sì, perché adesso le marce si fanno in metrò). Dove stava andando quella gente? A palazzo Citterio? Troppo facile. Sicuramente non s’andava verso un’idea di arte e cultura di alcun tipo, o per lo meno un tipo di arte e cultura che non possiamo accettare e che i lavoratori dell’arte non dovrebbero specialmente accettare. La paura marciava. Con il pretesto (facile) di fare qualcosa che definiscono arte e cultura!

    E va bene portare luce su chiari problemi occupazionali di questo settore. Ma scusate, vi sembra che ci abbiano davvero aperto gli occhi? O che li abbiano aperti veramente al governo di Milano? No, chiaramente!

    E in tutto questo, che fine ha fatto l’arte?
    Ha perso. Ancora!

  • Ottimo articolo, era tutto evidente dopo due ore dalla prima occupazione, molto incidente questo report del deboscio di 10 GIORNI FA’:

    .ildeboscio.com/2012/05/15/occupy-torre-galfa/

    Peccato che si arrivi a capire certe cose sempre in ritardo, peccato che gli stessi giornalisti CRITICI seguano le dinamiche sbagliate da cui nasce Macao stesso…perchè dare subito tutto quello spazio a Macao??? Perchè c’era Dario Fo? La Bignardi? Ci fanno ancor effetto i “personaggi” (a quando i contenuti???) o le occupazioni da centro sociale di seconda categoria??? Quindi ottima critica, ma Artribune (come molta stampa) è ugualmente corresponsabile rispetto il grande contenitore vuoto di Macao, rispetto la Grande Fuffa di Macao.

    Macao è un totem perfetto per questa fase storica: non a caso viviamo in un paese per vecchi, i giovani si fanno abbindolare e comprare dalla Nonni Genitori Foundation perchè il paese ha un grande risparmio privato…vorrei sapere di cosa vivono i ragazzi di Macao, di cosa vivono molti GIORNALISTI GGGIOVANI DI ARTRIBUNE…quel risparmio- paradossalmente- è la condanna del futuro dell’italia. E non critico i giovani perchè mantenuti, ma la loro arrendevolezza e stupidità nel seguire ancora Macao ed, entusiasti, le notizie relative a Macao. Questa è la vera droga di un paese per vecchi!

    Consiglio l’intervista a Luca Beatrice su whitehouse e questo articolo che parla anche di Macao in modo più argomentato ma breve: http://www.whlr.blogspot.it/2012/05/nr-kassel-2012.html

    LR

    • Ermione

      Caro Luca Rossi, molti giornalisti ggiovani di Artribune e molti giovani che si occupano d’arte vivono facendosi un mazzo così, lavorando durante il giorno e nel restante tempo dedicandosi a scrivere recensioni o creare arte. “Non critico i giovani perchè mantenuti”…Ma ci mancherebbe altro…Al giorno d’oggi c’è chi non trova lavoro e se lo trova viene retribuito 400 euro al mese, quindi se ha la fortuna di avere dei genitori o nonni che lo possono aiutare a vivere decentemente, non vedo che male ci sia.

      • Appunto…sono d’accordo, cosa di paglia? :-D

        Non faccio pubblicità al blog (potremo dire la stessa cosa di molta stampa rispetto a Macao…o no, Ermione???) ma cerco di approfondire il dibattito con contenuti, esattamente come questo articolo di Sala…che però arriva in ritardo, dopo che questa stessa rivista e altre riviste, con molta leggerezza, c’hanno ammorbato con l’apertura dell’ennesimo centro sociale per 15 giorni….ecco un sintomo dei problemi dell’italia. Io credo che la realtà (vedi Macao) rifletti le persone e gli italiani….

        Munari diceva: saper vedere per saper progettare….seguire Macao vuol dire NON SAPER VEDERE

        • adolfo rever

          ma l’hai pagato poi beatrice per l’intervista? perchè secondo me fai troppi blabla e non centri il punto . tipo la nonni genitori foundation di morsiani quanto gli sgancia al mese per permettergli i corsi d’arte non retribuiti alle lavandaie di imola?

          • ahahaha morsiani lavora e la sera fa i corsi, mentre la sera prima prepariamo la lezione via skype….le lavandaie di imola, faenza e bologna sono meravigliose. :-D

        • una di macao

          caro whitehouse, non entro nell’ambito delle basse discussioni qui riportate ma certo c’è qualcosa che mi fa sorridere e che ti chiedo:
          perché hai più volte contattato Macao (il primo in assoluto) per chiedere di fare una mostra prima al Galfa e poi a Citterio?
          Saper vedere per saper progettare, insisteva Munari.

          • Gentile “una di macao”,

            se non si entra nelle basse discussioni, difficilmente si arriva poi alle “alte discussioni” (partire dal basso, no?).

            -A parte il suo anonimato, e la citazione (non aveva parole sue?);
            -A parte la violazione della privacy dell’operato del “whitehouse”;
            -A parte la vostra sbandierata “apertura” (infatti si è visto…);

            le chiedo:

            che fastidio o quale danno, le ha provocato l’essere “contattata”? Sa com’è, può anche capitare che qualcuno creda davvero in quello che diciate, riguardo la condivisione della cultura, degli spazi, dei cittadini, ecc. ecc.

            Oppure, avete già i vostri programmi escludendo partecipazioni esterne?

    • Ermione

      Ah, piantala di far pubblicità al tuo blog su Artribune.

    • Lino Bansky

      Grande Zio.

  • Michela

    Quella famosa ora a Macao con Francesco Sala c’ero anch’io.
    E’ un reportage perchè è stato riportato con immagini e parole quello che abbiamo visto e sentito.
    E’ durato un’ora perchè quello è stato il tempo necessario a visitare i due piani occupati, fare l’intervista e scattare fotografie. Nessuno se ne è vantato, è solo un dato di fatto.
    Restare di più avrebbe potuto essere piacevole (appena rifornito il Macao-bar e iniziato il Macao-concerto in programma), ma non sarebbe stato utile: se un’idea è forte la si capisce al volo e se si arriva ad occupare un palazzo quell’idea la si vuol comunicare con chiarezza. Semplicemente l’idea non c’è.

    E poi ospite (che dici, scriviamo un nome nel prossimo commento?): è vero, il mondo sta cambiando, cambia tutti i giorni e di certo cambierebbe anche senza Macao. Non credo che ci sia qualcuno impaurito da Macao, tutt’al più ho visto turisti e passanti incuriositi scattare fotografie-ricordo dell’avvenimento.
    Per quanto le tue accuse nei confronti di Francesco non siano degne di risposta, proverò comunque a dartene una: scrive bene e ha concetti da esprimere, tu puoi condividerli o no, ma il tuo sterile attacco lascia trasparire la delusione di uno che, per ora, non ha combinato granchè… viene da chiedersi: non sarà per scarso talento???

    • CTRL

      Reportage? Un’ora?! E queste sarebbero foto di reportage?
      Ragazzi, fareste meglio a dare una ripassata alla roba di cui parlate, perchè secondo me non ci avete capito molto.
      Nè del reportage, nè di Macao.
      In un’ora si fa cronaca, il reportage è un’approfondimento, e io di approfondimenti non ne vedo qui.
      E se devo essere onesto nn mi sembra neanche cronaca, più opinionismo, che in Italia va tanto di moda, per la fortuna di tutti quei copy rimasti senza lavoro nella comunicazione, causa crisi.
      Leggo solo un sacco di critiche senza alcuna proposta alternativa, e per di più con una decina di giorni di ritardo…
      Eddai!

      • Ciao CTRL,
        forse ti sono sfuggiti tutti gli altri articoli dedicati alla questione, così come quelli dedicati a situazioni simili, dal Valle a Napoli.
        Quanto al taglio dell’articolo, è ovviamente un editoriale maturato sul campo. Reportage di un’ora è un paradosso, è palese e palesato. Suvvia, l’interpretazione letterale lasciamola a certe teologie estreme e switchiamo su ON i neuroni

        • CTRL

          Ti ringrazio dei complimenti, siete proprio forti qui ad Artribune.
          Non ti preoccupare che i miei neuroni son sempre accesi (al contrario di altri…), e infatti sono sempre pronto a captare le mille critiche di chi alla meglio passa un’ora in una situazione nuova e ne esce buttando merda, senza nemmeno aver lasciato (ed essersi dato) il tempo di capire che cosa sta succedendo sul serio.
          Visto che è pieno di gente tanto brava e competente, mi domando perchè a Milano sembra di stare in un limbo dove di nuovo non succede nulla.
          Mi domando come mai al posto di tutte queste critiche al vetriolo non ci siano anche delle proposte concrete per migliorare, perchè non ci si metta in gioco al posto di trincerarsi dietro una tastiera ed un’opinione precostruita.
          Te lo dico io perchè Marco : perchè è comodo, si fa in fretta e non ci vuole lo sbatta di crederci, di farsi insultare aggratis e di tirarsi nuovamente in piedi imparando dai propri errori.
          Basta arrivare un’ora, fare due domande, un commento sarcastico e poi scrivere un “reportage”.
          Iniziate ad imparare a fare decentemente quel che state combinando, prima di darvi i toni di chi la sa più lunga, commentando un progetto nato da 15 giorni e tra mille difficoltà.
          E poi magari fateci un giro come si deve, si sa mai che vi giri anche di dare qualche contributo al miglioramento…

          • Gentile CTRL, non sia ingeneroso. Artribune – e io personalmente – ha seguito sempre con molta attenzione le vicende delle occupazioni nazionali, dimostrando grande supporto, anche laddove c’è stata qualche critica. Se il collega ha voluto mettere in evidenza alcuni errori o debolezze – rispecchiando, per altro, il parere di molti – non c’è nulla di male. Anzi, si chiama dibattito.
            Di Macao io stessa ho scritto più volte (con tanto di interviste agli occupanti) e ho cercato di tirar fuori il senso della protesta e le possibili direzioni da perseguire. Idem per il Valle, il Garibaldi, il Cinema Palazzo, i Cantieri, etc.
            E’ di oggi un altro articolo sul caso La Balena, a Napoli, in cui la vicenda milanese viene ripresa.
            Qui nessuno vuol dare lezioncine e nessuno crede di saperla lunga. Si prova piuttosto a capire e a valutare, come in un laboratorio critico aperto a più visioni. Dando voce, sempre, anche ai lettori.

          • CTRL

            Grazie della risposta pacata, Helga.
            Il mio problema non sono le critiche, ma il fatto che vengano fatte in modo costruttivo, che ci sia un fine propositivo.
            Ci tengo a precisare che non ce l’ho su con Artribune o tutta la redazione, semplicemente credo che chi scrive un articolo su qualcosa dovrebbe prendersi la responsabilità di passarci più di un’ora.
            Altrimenti su cosa informa?
            Sono anche io del mestiere, e mi fa sinceramente infuriare la gente che si mette a farlo senza le dovute cautele…
            Finisco qui la polemica, che nonostante i toni accesi possiamo passarla come uno spunto di riflessione riguardo allo scrivere e all’informare.
            Saluti.

  • Luca

    Macao… Come diceva il grande toto’ : il vaso che ha fatto traboccare la goccia!
    Il vero macaco? Stefano boeri.
    Il paradosso? La mostra indecente di dario fo a palazzo reale..!!

  • Peccato per MACAO, speravo durasse di più.

    • Stray

      chi ha detto che è morto?

  • Per il resto, semplicemente separare i fatti dalle opinioni.

  • Giovanni De Donà

    Hahaha “livore di rifiutati” . Non posso esimermi dall’accomunare questa posizione a quella lucida e doverosa che dipinge la musica “alternativa” senza vesti: roba scopiazzata, confusa, suonata e/o mixata male, performata e masterizzata ancor peggio, che non può che fare del “livore di rifiutati” la propria bandiera, rifugiandosi in qualche spazio “libero” dove gli attori delle macerie culturali possono esprimere liberamente ingenui prolungamenti adolescenziali spacciati per espressione artistica.
    E pensare che lo slogan del punk era “only for money”: nato da un progetto di McLaren messo in scena per fare soldi utilizzando i media di massa e sbeffeggiando tutti, mentre spillette, borchiette, teschietti metal ripassati in brodo da Damien Hirst, non fanno che il gioco di H&M. Credo che intendesse riferirsi a questo meccanismo usando nell’articolo l’espressione ” ’68 in ritardo”… I romantici e i fashion victims in fondo hanno qualcosa in comune, se non altro “poche idee, ma belle confuse”.

    • Giovanni De Donà

      Haaaahaha minimalgida! Maxibon, gigi e la cremeria.
      Uno degli effetti collaterali del successo dell’elettronica popolare, trainato dai transatlantici tedeschi della produzione di software musicale, è stato il creare volutamente l’illusione nell’uomo comune di poter suonare qualcosa e divenire dunque aspirante attore dello spettacolo.e
      Questo può avvenire con la predisposizione di vari automatismi, tali da creare l’illusione nell’aspirante musicista di essere artefice di un qualche cosa.
      Ciò non toglie che come accade da sempre, nonostante tutto, qualcuno abbia potuto creare qualcosa di rivelante con i mezzi che aveva a disposizione. Questa rilevanza è ciò che permette di smarcarsi da posizioni banalmente ambivalenti, o ancor peggio relativiste.

  • G.M.

    In queste critiche c’è sicuramente maggior discernimento rispetto ai miseri epigoni del Deboscio – il “buon” Davide Colombo mi fa tanto ridere, ma io uno che scrive su Panorama non riesco proprio a considerarlo degno di stare al mondo. Quelli che ancora persistono nel cavalcare quella facile onda di cinismo à la c’han-tutti-il-mac.

    Detto ciò, sticazzi. E’ incredibile come anche le più critiche più avvedute – ed anche tante adesioni -, qualora vengano dall’esterno, si dimostrino sostanzialmente ignoranti rispetto a quel che è davvero successo in questi venti giorni di fuoco, impazienti di mettere un punto, etichettare l’esperienza e cacciarla in archivio. E via col resto. Non è così facile.
    Gli unici ad aver veramente ragione di criticare selvaggiamente (cosa che ho fatto più e più volte) sono i ragazzi che prima dentro la Galfa, poi su strada e infine (meno contenti che mai!) a palazzo Citterio, hanno lavorato spalla a spalla, cercando di capire se fosse ancora possibile intravedere la luce alla fine del tunnel, smarcandosi dalle Darie Bignardi, dalla retorica bieca nella quale si andava scadendo, nella cecità nel seguire una linea politica condivisibile ma ormai ottusa e forzata. Se fosse ancora possibile restituire dignità all’arte e dignità al gesto politico, se fosse possibile disintegrare quell’orrenda dicotomia tra estetica ed etica che era andata creandosi mentre ci si raccontava la fregnaccia di agire in nome di entrambe le cose.

    Personalmente, dopo innumerevoli travasi di bile, sono arrivata alla conclusione che è bene sospendere il giudizio. Consiglierei a voi di fare lo stesso. Di non essere impazienti. Macao tornerà perchè ha smosso qualcosa di troppo importante. Macao tornerà e non sarà lo stesso. Se non sarà così, vorrà dire che centinaia di belle teste sono state prese e buttate in un tritacarne.
    Pregherei solo chi si limita ad osservare, di non alimentarlo, il tritacarne.

    G.

  • gabriele

    Cara redazione cattivella, perché metti il libero commentario e poi censuri? Cosa avevo detto, in fondo? Né ingiurie, né denigrazioni. Raccontavo semplicemente lo stato delle cose, replicando ad Ermione: Artribune (come altre testate del settore) è fatta di gente che presta la propria opera a titolo gratuito, così come lavorano gratuitamente i direttori e la redazione. Insomma, tutto volontariato nel Sacro Nome dell’Arte, ma anche con una sorta di compromesso: ti diamo una bella vetrina, il tuo nome inizia a girare e magari un domani qualche gallerista ti chiamerà a curare una mostra (gratis, è ovvio). Ermione cara, sbagli a commiserare i poveri gggiovani che accettano questo ricatto. Lo fanno perché vogliono farlo. Possono dire di no. Perché? Semplicemente lavoro=compenso. Se si ribellassero tutti, o iniziassero a chiedere il DOVUTO, molti siti e riviste dovrebbero chiudere o quanto meno smettere (se non altro per una questione di eleganza) di fare i giustizieri delle cause perse e CAPIRE che l’ETICA inizia innanzitutto da una giusta retribuzione di chi ti permette di tenere aperto. Confido che prima o poi questi ggggiovani alzino la testa e, oltre ai no, fiocchino le cause di lavoro. Poi vediamo se avete ancora voglia di dire che siete il nuovo che avanza. Censuratemi anche stavolta, va’.

    • Ciao Gabriele,
      un commentario moderato non censura, modera. E lo facciamo eccome, ci mancherebbe altro.
      Quanto alla tua descrizione della situazione interna ad Artribune, è errata al 70-80%. Vivaddio!

      • raffaella

        Giacomelli, capisco la coda di paglia ma non so se ti rendi conto di quello che hai scritto. Dichiarare apertamente l’esistenza di un 20-30% (ah, complimenti, da uno che dirige una testata mi aspetterei cifre meno approssimative) di situazioni “non errate” non è certo una bella mossa. Cioè, non lo è se non consideri “normale” avere un 20-30% di collaboratori non retribuiti (e scommetto che in questa piccola quota non rientri tu). Ma parliamo, più che del 20-30% (è la solita triste storia di sfruttamento a tutti nota), del fortunato 70-80%… una vera e propria “casta”, a questo punto. Quanto viene retribuita? In base a quali criteri? I compensi sono equi? Quali profili contrattuali avete?
        Facciamo finta che io voglia iniziare una collaborazione con la vostra testata, come corrispondente: quanto mi pagate? Mi pagate ad articolo? Vengo inquadrato con un contratto in base al quale mi impegno a fornire un tot di materiale per tot euro? Oppure entro nel 20-30% di “non errati”? E perché proprio io?
        P. S. In quanto alla moderazione, uno che poco più sopra ha dato del decerebrato a un lettore (pensando di farlo con raffinata arguzia) non può certo dar lezioni in materia…

        • Cara Raffaella,
          più che risponderti punto per punto, ti invito a mandare un CV e due pezzi di prova in redazione, così riceverai tutte le risposte alle domande che poni. Ovviamente puoi farlo a titolo di indagine, così da soddisfare le tue curiosità.
          Il sottoscritto non ha alcun segreto: ho un contratto a progetto, come in tutte le start up del mondo civilizzato. Se ritieni che in tal modo io appartenga a una casta, sarà come dici. Non capisco però a questo punto chi è fuori dalla casta!
          Quanto al compenso, nel mio caso non lo ritengo mai equo. Altrimenti vorrebbe dire che mi sto annoiando, e a 36 anni sarebbe triste. E quando capita cambio lavoro.
          Cos’altro? Ah, le collaborazioni a titolo gratuito. Non le ordina il medico e ognuno fa le valutazioni del caso. Io ad esempio scrivo gratis per doppiozero: mi è stato proposto con molta chiarezza (come facciamo noi, d’altra parte) e ho accettato perché ritengo mi “convenga” da altri punti di vista.
          Se hai altri dubbi o domande, sono a disposizione.

          • dust

            e dai Giacomelli, non tergiversare… ti è stata posta una domanda precisa in pubblico, perché non rispondi in pubblico? o c’è il segreto di stato? su su

  • G.M.

    Gabriele, ti sottoscrivo in tutto e per tutto – mettendo da parte la questione Macao.

  • Angelov

    Questo articolo, scritto molto professionalmente, dimostra che oltre gli avvocati ora anche i giornalisti si possono fregiare del titolo di “Passacarte”.
    A tempo scaduto, è come una Autopsia di un fenomeno la cui dinamicità ha impedito fino all’ultimo di poter essere messo a fuoco.
    Leggendolo si può comunque fare tesoro di un pensiero di sintesi sulla situazione della Milano di oggi: il che non è poco.

  • Caro dust, scusa se ti rispondo qui, ma dopo un certo numero di repliche dirette il sistema non ne accetta più. A quale domanda non ho risposto? Mi pare a tutte. Almeno a quelle alle quali posso rispondere.
    Forse c’è un vizio di fondo che non è chiaro: Artribune non è una rivista che assomma il ruolo di proprietario, editore e direttore, come capita spesso nel “nostro” ambiente. Per cui alcune domande vanno poste all’editore: si trovano i contatti nella sezione omonima e nel colophon del magazine.

  • Questo non sarebbe il luogo deputato, perché l’articolo parlava d’altro: perchè non apriamo una discussione a parte (mi rivolgo soprattutto alla redazione) sull’annosa e spinosa questione ‘collaborazioni’ e ‘retribuzioni’?
    Come molti di voi sapranno sono anch’io un editore e conosco bene le difficoltà, per cui posso dire che non sempre è così semplice tenere in vita una testata e pagare tutti (nel caso nostro tipografie comprese): ma questa non è una giustificazione.
    Abbiamo fatto un’interessante tavola rotonda a Bolzano in occasione di Kunstart (organizzata da Silvia Conta) per affrontare questo genere di problematiche ma, ovviamente, le testate maggiori non c’erano e anche Artribune ed Exibart hanno mandato due persone che non potevano fare altro che una breve presentazione (del tutto inutile) della rivista.
    Perché non proviamo a sederci tutti dietro un tavolo (editori, direttori e collaboratori) per provare a trovare delle soluzioni ‘eque’ per tutti?
    Credo che noi operatori dell’arte dovremmo lavorare tutti nella stessa direzione… in questa direzione!

    • Beh certo, se non si pagano le tipografie i giornali non si stampano, lo abbiamo visto anche di recente

      • raffaella

        Giacomelli… un autista dovrebbe conoscere la propria macchina, anche quando non ne è il proprietario. E lei è il direttore responsabile di questa testata. Che però ignora se e quanto i collaboratori vengano pagati. Davvero anomalo. Così come ignora che nella sezione contatti ci sono i contatti per i comunicati, gli adv ma non quelli per porre le fatidiche domande all’editore (ma come? non era sufficiente mandare due pezzi e un curriculum per ricevere soddisfazione?). Se posso permettermi un consiglio: la prossima volta faccia il direttore responsabile e vada alla tavola rotonda di Fienga, che mi pare abbia posto una questione seria (e magari insospettabilmente vicina alle istanze di Macao). O magari ci mandi qualche collaboratore. Di quelli che hanno mandato i due pezzi, il curriculum e si sono sentiti rispondere che…

        • Cara Raffaella,
          conosco bene l’auto, ma se me la rubano la denuncia deve farla il proprietario.
          Sono il direttore responsabile di Artribune Magazine, non di Artribune.com
          Non ignoro se e quanto i collaboratori vengono pagati, ma non posso rispondere a questa domanda. E’ la legge, e proprio in quanto direttore responsabile mi deve attenere a essa. Per questo invitavo a inviare i due pezzi di prova e il cv, in maniera tale che la risposta venga fornita in termini di legge (l’indirizzo è semplice: [email protected])
          La tavola rotonda di cui parla Fienga se non erro si è tenuta a KunstArt e per impegni inderogabili non ho potuto partecipare. Ma in vece della direzione ha partecipato Martina Gambillara, la quale – al contrario di quanto mi pare ritenga Fienga – gode di tutta la nostra stima e in quel frangente parlava a nome della testata. La stessa Martina ha inviato i suoi articoli di prova e il CV, a quanto ricordo, anche se si tratta di una collaborazione di vecchia data.
          Resto a sua disposizione per altre domande.

          PS: Se posso permettermi un consiglio anche io: poiché credo che non vi siano tante redazioni che si interfacciano così volenterosamente con i propri lettori, credo che la redazione stessa meriterebbe un minimo di rispetto. Capisco che con un interlocutore muto sia difficile attaccare briga, ma ciò non significa che per frustrazione lo si debba fare con l’unico o quasi che risponde.

        • Lorenzo Marras

          Scusi Giacomelli se mi intrometto ma la cosa scritta da questa Raffaella mi ha fatto perdere la pazienza.
          Raffaella guardi che un direttore editoriale deve occuparsi dei contenuti della Rivista verso cui è responsabile , NON è il commercialista di Lei o del primo che si alza la mattina con la luna storta.
          Se c è qualcuno a cui non sta bene scrivere , come dicono qui, gratis, libero di occuparsi d’altro.
          Eppoi un altra cosa , ma non saranno fatti personali del Giacomelli aderire o no ad una tavola rotonda del Fienga? Non è che andiamo tutti d’accordo e per forza di cose dobbiamo dire sempre si. A me personalmente , ho letto il commento di Fienga e devo dire che mi è sembrato (ma posso sbagliarmi) molto vago perche’ a quanto ho capito io, ci sono riviste che hanno piu’ problemi delle altre, insomma che vengono seguite meno ma mi chiedo Artribune o Exibart citate , che cosa centrano ?

          boh.

          • Gentile Lorenzo,
            ho citato Artribune e Exibart perché sono state le uniche testate ‘maggiori’ che hanno inviato un loro referente, anche se si trattava di persone che non potevano fare altro che ‘presentare’ i numeri e le finalità della rivista senza poter entrare nel merito di questioni più ‘importanti’ perchè ‘semplici’ redattori. Sarebbe sicuramente stato più interessante e costruttivo se fosse stato presente il direttore e/o l’editore. Non ne faccio una colpa a Giacomelli, anzi, chiunque ha diritto ad avere ‘impegni inderogabili’ o semplicemente preferire di fare altro.
            Il mio voleva essere semplicemente un invito a tutti gli addetti ai lavori a sedersi ad un tavolo e affrontare una volta per tutte determinate problematiche comuni a tutti e vedere se insieme ci possa essere maggiore possibilità di trovare soluzioni.
            Oggi è quanto mai importante fare rete e lo sarebbe soprattutto a beneficio del mondo della cultura e di tutte le persone che vi lavorano.

  • Lorenzo Marras

    Ecco , con tutto il rispetto per Lei Fienga ma non riesco proprio a “immaginare” queste problematiche comuni che possano giustificare un sedersi intorno al tavolo e discutere.
    Sara’ pure una mia pecca personale perche’ molto individualista , puo’ essere altrettanto gentile ed indicarmi qualcuna (quelle piu’ significative) di dette problematiche comuni?
    La ringrazio e con l’occasione porgo obbligate scuse per le impulsivita’ di prima.
    distintamente.

    • raffaella

      Gentile Marras, spero voglia scusarsi anche con me della sua impulsività, ma in caso contrario non fa niente. Fatto salvo il diritto di ciascuno a partecipare agli eventi che più gli aggradano (ma partecipare a quelli che non si condividono è una sfida molto più eccitante, a parer mio), ritengo sia necessario qualche chiarimento in merito. Chiarimento che lei stesso avrebbe potuto trovare sul sito della Federazione Nazionale della Stampa, dove si può consultare il contratto di lavoro giornalistico.
      Premesso che la figura del direttore responsabile va distinta da quella del direttore editoriale, all’articolo 6 si legge infatti: “È il direttore che propone le assunzioni e, per motivi tecnico-professionali, i licenziamenti dei giornalisti.” Quindi un direttore non si occupa solo dei contenuti, ma “guida” per l’appunto l’autobus e imbarca i passeggeri, controllando che tutti abbiano regolare biglietto. Per il resto, il contratto parla di tariffe, retribuzioni, compensi e – ma forse è stata una mia distrazione, non ho motivo di credere che in questo paese di Azzeccarbugli non ci sia una legge che tuteli il nero e gli abusi – non mi pare che questi siano coperti da segreto d’ufficio. Spero che il direttore Giacomelli possa colmare la mia ignoranza in materia con gli appositi riferimenti normativi.
      Mi dispiace che questa discussione abbia preso una piega “personale”, e per quanto mi riguarda chiedo scusa, ma quel che è stato posto all’attenzione dei lettori è un principio, cioé quello di una retribuzione del lavoro. Ma è chiaro che ci si è arenati su questo: c’è chi considera “normale” una cosa che io ed altri riteniamo “anormale”, cioé dedicare il proprio tempo e le proprie energie a prestazioni di lavoro gratuite, ed è ormai chiaro che da qui non ci si sposterà di un millimetro.
      Per quanto riguarda le “frustrazioni”, non tutti hanno la fortuna di poter fare bilanci della propria vita su una pagina web. Eventualmente, il mio senso del pudore guarderà ad appositi studi di professionisti (retribuiti e con fattura).

      • Cara Raffella,
        una chiara norma sulla privacy vieta a terzi di divulgare i contenuti dei contratti. Se il “lavoratore” vuol farlo, non ha alcun impedimento (a meno che non sia prevista una clausola di riservatezza). Ma ovviamente non può farlo il datore di lavoro. Anche se non esistesse questa norma, non farei mai una cosa del genere: perché dovrei dire a te quanto guadagna tizio o caio?
        Quanto al ruolo del direttore responsabile, citi correttamente ma interpreti male: propone assunzioni e licenziamenti, ma non stabilisce l’entità degli emolumenti né la forma contrattuale. Questa parte concerne il rapporto fra lavoratore ed editore, eventualmente mediato dalla rappresentanza sindacale.
        L’ultimo punto che tocchi, se non erro, è la questione tabellare. Qui il discorso si fa interessante. Siamo l’unico Paese europeo che ha vincoli di questo genere, così come siamo gli unici (insieme al Portogallo) ad avere un Ordine dei Giornalisti. Cosa comporta tutto ciò? Semplice: nei quotidiani nazionali (parlo di realtà con numeri importanti, noi siamo minuscoli) non si fanno praticamente più contratti giornalistici (credimi, faccio questo lavoro da qualche tempo e conosco un certo numero di colleghi). Si usa il contratto dei grafici, o una delle mille forme di contratto a progetto. Per capirci: la tutela portata a certi estremi ha trasformato i tutelati in casta e “costretto” chi è arrivato “tardi” a subirne le conseguenze. E’ una questione per certi versi generazionale, sulla quale occorre riflettere con attenzione.
        Io come vedi sono dispostissimo a confrontarmi, ma ti rinnovo l’invito a non impostare la discussione come se io (non ho ancora capito perché) stessi al banco degli imputati e tu (non ho ancora capito perché) rivestissi quelli di accusa, giuria e giudice.

        • Sarebbe in effetti interessante che ci fosse un post specifico su questa discussione (che sta raggiungendo un livello tra l’esilarante e il patetico). Non credo – ma forse sbaglio – che Raffaella volesse sapere quanto guadagna l’articolista X o il redattore Y, ma semplicemente quanto e se viene retribuito un articolo di n. battute e per farlo non serve un commercialista e neppure andare a spulciare il contratto del direttore. Basterebbe la volontà. Dato che Artribune si presenta come un magazine “diverso”, dichiarare esplicitamente i compensi a servizio vi farebbe secondo me guadagnare in stima. Non mi è mai stata chiara poi la questione dei pezzi di prova. Devono essere scritti ad hoc o va bene qualcosa “di repertorio”? Sono pezzi per la sola visione interna (come parrebbe ovvio) o possono essere pubblicati? Suppongo vengano richiesti solo a chi poi viene retribuito, no? Chiedere 2 prove per lavorare gratis, mi sembra veramente assurdo… Certo, se voglio scrivere per una rivista, la rivista ha il diritto di chiedersi e verificare se sono adatta per loro, ma per capire il mio stile può benissimo farlo da ciò che ho scritto in passato. Altrimenti viene il dubbio – solo dubbio per carità – che sia un modo per “tirar su” pezzi gratuiti.

          Ecco sarebbe bello poter discutere di tutto ciò.

    • Mah, in realtà i problemi ‘comuni’ sono venuti fuori, in parte, alla tavola rotonda di Bolzano (vedi articolo su mio blog http://www.ginofienga.com/blog/verso-un-osservatorio-permanente-sulleditoria-darte-contemporanea/ ) e sono sia di natura editoriale e commerciale che di natura ‘morale’.
      Sicuramente uno dei problemi principali è quello di cui si è parlato fin’ora: le riviste non pagano i collaboratori non perché non vogliono, ma perché quasi sempre non ce la fanno. Questo è sicuramente un problema comune a tutti (ma proprio a tutti!).
      Poi ci sono i rapporti (più o meno ‘limpidi’ con le gallerie, con gli uffici stampa e non ultimi quelli con il ‘pubblico dell’arte’ che si sta allontanando sempre di più dalle riviste (soprattutto dalla carta stampata) a causa di una sfiducia che si è venuta a creare a causa della mancanza di ‘sincerità’ delle scelte editoriali dell’ultimo decennio, sempre di più mosse dal denaro che non dalla necessità di ricerca e di approfondimento.
      E questo investe sia la sfera commerciale (quindi la sopravvivenza stessa) che quella morale (quindi la necessità di un cambiamento di rotta verso politiche editoriali più ‘serie’).
      Poi ci sono tutta una serie di questioni legate alla distribuzione, alla ‘concorrenza sleale’, alla tutela delle testate culturali, ai finanziamenti alla cultura ecc. ma si potrebbe parlare per ore e forse non è questa la sede più adatta.
      Spero tuttavia di essere stato un po’ meno ‘vago’…

  • Lorenzo Marras

    Fienga, con la sua Lei ora è stato chiarissimo e gia’ che ci siamo Non possiamo non rivelare che l’approccio alle problematiche elencate è quello SETTORIALE. Certo, un settore decisamente particolarissimo perche’ riguardante un oggetto , quello “CULTURALE” che si presta ad essere interpretato in molteplici modi , con sfumature diversissime tra loro (interessanti anche per questo) perche’ c è chi lo vede legato come destino al momento ECONOMICO in modo prevalente e chi invece questo lo nasconde sotto piu’ o meno collaudate formule linguistiche di mero compromesso.
    Le Riviste vivono di vendita , di pubblicita’ e di , lo so che è brutto dirlo, di RElAZIONI sul campo. Un assets oggi piu’ che mai ambito perche’ pur non avendo una misurazione valoriale immediata genera opportunita’ future : le informazioni, che poi non sono altro che il carburante piu’ prezioso delle stesse.
    Certo , un momento, mettere in comune queste non è che sia una cosa che possa essere mandata giu’ facilmente ma anche discorrerne credo che sia una questione invero delicata (forse imbarazzante).
    Poi per le collaborazioni che a quanto ho capito non vengono remunerate come dovrebbero o che non lo sono affatto nei casi piu’ critici, considerato l’oggetto della attivita’ e per la sua complessita’ e per la formazione di chi la espleta non posso non fare notare che costoro non sono degli stupidi. Se sapessi fare il giornalista, io personalmente non lavorerei facendo sfruttare ad altri il mio lavoro ne’ tanto meno gratis. Lo vedo piu’ come un fatto tipicamente personale, ecco.
    La saluto Fienga.

    • raffaella

      Caro Marras, ero stata altrettanto chiara anch’io in una successiva risposta al suo intervento. Risposta argomentata con precisi riferimenti normativi e l’invito alla redazione a fornirmene altrettanti. Purtroppo lei non ha potuto e non potrà leggerla perché la redazione ha ritenuto opportuno censurarla (mi si perdoni se non uso fastidiosi eufemismi), per motivi incomprensibili. Divulgavo semplicemente una regolamentazione che è possibile reperire sul sito della federazione nazionale della stampa, non informazioni sensibili del Pentagono. La saluto Marras, e saluto anche Fienga, al quale va tutta la mia stima.

      • Lorenzo Marras

        Raffaella mi scusi perche’ si ostina a rivolgere alla Redazione delle domande che riguardano un fatto privato tra la medesima ed i propri collaboratori ? sono informulabili.
        Lei non ha nessun rapporto lavorativo con Artribune e se anche lo avesse sarebbe estremamente scorretto rendere di dominio pubblico, eventuali accordi.
        Un rapporto di collaborazione è non solo un rapporto a contenuto lavorativo ma anche di fiducia reciproca , nel senso che si suppone che tra le due parti siano avvenuti dei precisi accordi tra parti consapevoli.
        Detto tutto questo tra noi, si intende.
        Il tenore dei suoi commenti, quelli che ho commentato, non erano senza dubbio riflessivi ma trovavano nel direttore editoriale , l’ideale parafulmine a cui porre indebite domande e secondo me anche ingiuste conclusioni e sono esattamente queste che ho trovato ingiuste.
        Io vedo la cosa cosi’ e se ha trovato il mio commento offensivo, mi dispiace, ma la causa sono state le parole che ha rivolto a Giacomelli.
        La saluto.