Transavanguardia, ieri

Mentre il dibattito si concentra sulla possibile fine del Postmoderno, continua la lunga scia di interesse attorno agli Anni Ottanta. Quel decennio in Italia fa rima con Transavanguardia, il movimento che ha riportato trionfalmente la pittura al centro della scena. Ne parliamo con il “padre critico” Achille Bonito Oliva, che ha appena chiuso il ciclo delle cinque mostre che sono tornate sui passi dei “fabulous five”.

Achille Bonito Oliva

Partiamo, come è d’uopo, dall’inizio…
Dopo aver scritto, nel 1969, Il Territorio Magico, che era già una lettura antropologica, multimediale e interdisciplinare di quegli anni – spaziava infatti dalla musica al teatro, alla politica, al teatro, al cinema ecc. – avevo curato, nel 1973, Contemporanea, nel parcheggio di Villa Borghese appena costruito dal grande architetto Moretti. E anche quella mostra prendeva in considerazione tutti i linguaggi, facendo il punto della situazione sull’arte che dalla seconda metà degli Anni Sessanta era scesa dalla parete, aveva abbandonato la cornice, aveva occupato anche spazi alternativi e in qualche modo era passata dall’oggetto all’evento, introducendo l’elemento performativo, vitale, che coinvolgeva nell’interattività lo spettatore. Le forme si moltiplicavano e c’era una grande attenzione e sintonia con il discorso politico, perché le avanguardie si sentivano garantite dall’appartenenza a una sinistra progressista.

Francesco Clemente - Winter Woman III - 2011 - courtesy Galleria Lorcan O’Neill, Roma

C’era con la politica un problema di rapporti di forze…
Esatto. Contemporaneamente notavo, però, come l’artista fosse diventato l’angelo custode del ciclostile, sottomesso alla parola forte del politico: l’arte, una domanda sul mondo, si sottometteva al primato della politica, che pensava di essere una risposta ai problemi del mondo. E quindi si affermava un’eteronomia dell’arte. A quel punto, anche grazie ai miei studi sul Manierismo, con i quali avevo vinto il concorso per diventare ordinario di Storia dell’arte medievale e moderna, capii che era giunto il momento di affermare l’autonomia dell’arte, anche utilizzando questo modello.

Come sei giunto a individuare i cinque artisti che hanno poi costituito il movimento?
Cominciai con il realizzare una mostra nel 1976 sul disegno (si chiamava Disegno/ Trasparenza) alla Galleria Cannaviello che all’epoca aveva sede a Roma, alla quale invitai per la prima volta Francesco Clemente, Sandro Chia e tanti americani che vedevano nel disegno non tanto una preparazione all’opera, come nella pratica minimalista, ma un tratto e un linguaggio autonomi, in cui si poteva recuperare il piacere della manualità. Così cominciai a indagare e a scoprire artisti come Enzo Cucchi, che veniva dalla Marche, Chia da Firenze, con il quale avevo già un rapporto, Clemente e Mimmo Paladino da Napoli.

Nicola De Maria - I miei dipinti s'inchinano a Dio - 2011 - courtesy l’artista

Chi è stato il primo con il quale hai cominciato a instaurare uno scambio?
Direi Paladino. Nel 1968 ho presentato a Napoli la sua prima mostra personale alla Galleria la Carolina di Portici, poi ho conosciuto Clemente a Capri nel 1971 insieme a Lucio Amelio, Chia sempre nel ‘68 a Firenze e poi Nicola De Maria nei primi Anni Settanta.  Tutti loro venivano da un’esperienza post-concettuale attraverso la fotografia: possiamo dire che la loro fosse una Narrative Art. Ma nacque questo dialogo e mentre io condizionai il loro passaggio alla pittura, da parte loro ci fu un’influenza sulle mie teorie attraverso la produzione artistica. Possiamo dire che ci fu un vero e proprio scambio tra compagni di strada.  Quindi ci fu nel ‘78 la prima mostra da Emilio Mazzoli a Modena e poi Opere fatte ad arte, ad Acireale, la prima esposizione che comprendeva tutti e cinque gli artisti supportata dalla teoria pubblicata su Flash Art nel 1979; quindi, nel 1980, la mostra Aperto80 con Harald Szeemann, che fu il sigillo in una visione internazionale, ma rappresentò anche il riconoscimento di un linguaggio che era diffuso non solo in America e in Europa.

Sandro Chia - Insane Art - 2009 - courtesy Akira Ikeda Gallery, Berlino

Quando si guarda a questo passaggio dagli Anni Settanta agli Anni Ottanta, dal concettuale alla pittura, si afferma sempre la grande importanza del mercato. Che ruolo ha avuto nella nascita e nell’affermazione della Transavanguardia?
La Transavanguardia ha avuto immediatamente un successo straordinario, si è trattato di un vero e proprio boom, da lì cominciò la moda degli artisti giovani in gruppo, però io sono partito da Modena, da un piccolo centro dunque, così come la Ferrari è nata a Maranello. Quindi è l’estro storico e la produzione di questi artisti, che aveva una sua qualità, a determinare il riconoscimento da parte dei collezionisti europei e dei musei, anche americani. Fu un linguaggio che riuscì a superare quella sorta di interdizione per l’arte italiana ed europea: i movimenti precedenti, come l’Arte Povera, venivano accettati perché visti in una sorta di ascendenza statunitense, mentre la Transavanguardia, frutto di una memoria storica, aveva un’originalità che, pure nella loro mentalità puritana e protestante, i galleristi, i direttori di musei, i critici nordamericani dovettero riconoscere.

Enzo Cucchi - Senza titolo - 2010

Il successo ti stupì?
No, perché nel 1972 avevo già teorizzato il sistema dell’arte come una catena di sant’Antonio in cui ci sono soggetti produttori di un’autonomia professionale e tutti insieme realizzano un risultato. D’altra parte, adesso si parla tanto del successo dell’Arte Povera, ma io non credo dipenda solo dal mercato: allora però colpì molto perché si passava dall’anoressia, dalla smaterializzazione dell’arte, al piacere della pittura e a quello della contemplazione, al recupero della soggettività sia dell’artista che del collezionista e del pubblico.

Parli di postmodernità, ma in questo periodo non facciamo altro che sentir parlare di fine della postmodernità e di un’epoca più legata al reale, al fare…
Sì, alcuni filosofi vogliono utilizzare gli indignados per trasformare il pensiero debole in pensiero forte, ma questa è un’ingenuità: gli indignados protestano per avere un futuro, ma vengono visti come portatori di una nuova ideologia. C’è, perciò, un tentativo di giungere attraverso di loro alla fine del postmodernismo. Ma la crisi economica, dell’ideologia e la globalizzazione dei problemi ci sono oggi come allora, anzi la radicalizzazione dello scontro tra Paesi poveri e Paesi ricchi ora è aggravata da un fondamentalismo religioso che rischia di generare una guerra di civiltà. Dunque, viviamo ancora in un’era di postmodernità, in cui non c’è lo spiraglio di un futuro.

Mimmo Paladino - La città che sale - 2011 - Piazza Reale, Milano - photo Lorenzo Palmieri

E la Transavanguardia, in tutto ciò?
Lo dice anche il nome, che indica un movimento di transizione, un’arte che parte ma non ha ancora un’idea dell’approdo. Mentre prima, con le neoavanguardie, c’era, per ideologia, un risultato da raggiungere, ora, con il transito, svanisce la garanzia del risultato. Si tratta, quindi, di un atteggiamento eroico, vitale, di spostamento e di conquista perenni del presente. D’altra parte, questa mancanza di garanzia del futuro è quello che ha portato gli artisti della Transavanguardia a utilizzare il passato per poter vivere l’oggi. Non è dunque un atteggiamento regressivo e nostalgico. È al contrario del Manierismo storico, che aveva nostalgia per l’apogeo irraggiungibile rappresentato dal Rinascimento… Da qui l’ipocondria del Pontormo e il suicidio del Bronzino. Questi artisti utilizzano, invece, l’ironia, quello che Goethe definiva la passione che si libera nel distacco, l’oscillazione, non l’identificazione.

Elena Del Drago

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

  • Achille Bonito Oliva ha costruito buona parte della sua carriera sulla Transavanguardia, quindi capisco che faccia fatica a scorgere all’orizzonte la fine della postmodernità. Eppure, ciò che condanna inevitabilmente il postmoderno in un’epoca di crisi è proprio l’assenza dell’idea dell’approdo, quell’eterna sensazione di transito evocata nell’ultima risposta dell’intervista. Gli anni Ottanta rappresentano l’apice di una parabola di crescita economica iniziata con il boom del dopoguerra. Un decennio spensierato, in cui era piacevole navigare senza meta. Da allora le cose sono cambiate, in peggio purtroppo. Non è concesso divagare, si cerca disperatamente una via d’uscita: un approdo, appunto. Il relativismo senza regole ha i giorni contati.
    Dice Achille Bonito Oliva: “questa mancanza di garanzia del futuro è quello che ha portato gli artisti della Transavanguardia a utilizzare il passato per poter vivere l’oggi”. Poi aggiunge: “Questi artisti utilizzano l’ironia, quello che Goethe definiva la passione che si libera nel distacco, l’oscillazione, non l’identificazione”. Vi invito a visitare, presso il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo di Villa Frigerj a Chieti, la nuova sala permanente del Guerriero di Capestrano realizzata da Mimmo Paladino. Non vedo nulla di ironico o di distaccato nel suo relazionarsi al passato. Dice Paladino a proposito della sua scultura “Guerriero” del 2011: “Nella mia opera c’è una netta impostazione geometrica che si concretizza chiaramente nel copricapo. Nel complesso la scultura è quasi una struttura architettonica, una casa, richiamata dall’uso ripetuto delle tegole e dal cappello che diventa una sorta di tetto. La tegola in alto, che si incorcia con la mano, traccia una diagonale che dal corpo arriva idealmente fino al copricapo. In definitiva il mio guerriero è disarmato”. Casa, riparo, protezione, approdo. Come i suoi elmi sanniti. Il guerriero ha deposto le armi per trasformarsi in positivo edificatore.

  • SAVINO MARSEGLIA

    La transavanguardia sa avere tutta l’apparenza di essere un movimento innovatore, tanto che chi lo mette in dubbio viene molto spesso considerato più un retrogrado dell’arte contemporanea che un critico sensato, più un rompipalle che un esperto di linguaggi visivi serio.

    Ciò avviene perchè la demagogia dell’arte mediatica, fin dagli anni ottanta, incide molto sul marchio “transavanguardia”, più del suo reale contenuto effettivo in termini di linguaggio innovativo e di istanze di trasformazione del reale.

    • alessando barga

      Savino Marseglia non ne ingarra una. come si fa a dire che la transavanguardia appare come un movimento innovatore e chi lo nega sembra un retrogrado. ma se la transavanguardia nasce come reazione e conservazione, al punto tale da recuperare forme, momenti, sensazioni, estetica del passato. Matisse, se non le grotte d’Altamira e le radici. Il genius loci etc etc….
      La transavanguardia purtroppo ha avuto un solo problema. E grande. Che e’ stato un movimento senza artisti. Ma con una sola figura protagonista. ABO. Che ha schiacciato ogni possibile crescita sul nascere scegliendo figure, tranne Cucchi, probabilmente, poco raffinate (sebbene Clemente venga dall’alta borghesia napoletana) e che non hanno avuto la forza di andare oltre il mero istinto: il solo motore che anima il loro procedere. Paladino e’ una delle persone piu’ ignoranti in circolazione e Chia un reazionario che produce brutta pittura post picassiana del primo momento. Di chi disegna fiorellini, come De Maria, inutile anche parlare…
      Non hanno personalita’. Negli anni 70, anni di sperimentazione fotografia facevano tutti i fotografi!!!! Andate a guardare la mostra curata da Flaminio Gualdoni alla Palazzina dei Giardini di Modena. Addirittura Maraniello (padre, Giuseppe) Carlo Maria Mariani facevano gli sperimentatori concettuali usando la foto…

      • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

        Buon dì Barga, la nostra conoscenza sull’Arte o su altre discipline dipende, sì, dai risultati delle nostre esperienze personali in materia, ma forse ancora di più dalla chiarezza e dall’ACCETTAZIONE del punto di vista e delle idee valide degli altri. ACCETTAZIONE, di cui spesso, l’intolleranza è la nemica più irriducible.

        • alessando barga

          Concordo, osservazione acuta, profonda e di grande spessore.
          La democrazia e’ un bene prezioso e tale deve rimanere anche qui, tra i commentatori ufficiali del blog.
          Io a lei, Marseglia, la stimo davvero tanto. Credo rappresenti una delle vere possibilita’ teoriche, un saggio intellettuale, un fine conoscitore del mondo, dell’arte e della vita in generale. Bene! (qui ci sta il punto esclamativo Marras.)
          Altro che Luca Rossi.

          • Lorenzo Marras

            oh Barga non si sara’ mica offeso? quello di prima era un consiglio le giuro disinteressato.
            D’altra parte in quel “bene!” ( e osservo che ha colto) si percepisce un portato di autorita’ che non avevo colto in quel “taccia” buttato li, oziosamente, come quando si dice …eh canta canta.

          • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

            Grazie per la stima Alessandro.
            L”umanità ha grave e urgente bisogno di democrazia. Su questo non puoi che essere d’accordo co me.
            Un caro saluto

  • Lorenzo Marras

    Barga la sua è un osservazione di superficie.
    Se prendiamo per buono quello che dice dovremmo “dedurre” che Olivo Bonito Achille ha consegnato la sua “creatura” ad una forma inedita di controllato “passatismo” ed i suoi “operatori” a degli attardati.
    Stranamente quando il medesimo scrive di Lateralita’ dellartista e conseguente tradimento (tradimento verso pratiche del fare arte riconosciute, si intende) fa capire , forse ambiguamente, che rottura implichi INNOVAZIONE… o come dice Savino Apparenza di INNOVAZIONE, perche’ in fondo anche il nome attribuito …che contiene avanguardia ..lo tradisce ampiamente.
    Giuste invece le sue osservazioni in merito all’unico grande problema che lei ha efficacemente descritto.

    • alessando barga

      un’osservazione con l’apostrofo.
      si chiama Achille Bonito Oliva.
      Dell’artista con l’apostrofo.
      grazie.
      sei dislessico o ignorante marras?

      • Lorenzo Marras

        Ignorante Barga , ignorante . Dopotutto esserlo non ha mai rappresentato per il sottoscritto quella negativita’ che l’opinione comune (compresa la sua) gli ha cosi’ attribuito. Ricordo che autorevoli pensatori del passato, come Kieerkegard ad esempio, avevano verso l’ignoranza quella sensibilita’ spirituale ignota ai piu’ , perche’ la declinavano nella agognata innocenza .
        Ovverosia il non sapere implicava l’impossibilita’ di fare conoscenza del “MALE” e dunque nella impossibilita’ dell’evento PECCATO.
        Ma tornando a noi, è vero che non uso gli apostrofi per IGNORANZA ma lo faccio in piena liberta’ ignorando le spiacevoli conseguenze derivanti da giudizi avventati come il suo.
        Stessa cosa per BONITO OLIVO , gia’ detto e stradetto e anche ora .

        Barga non dico di affondare in superficie ma sperimenti un pochino di apnea che ne ha urgente bisogno.

        Non le do la buonasera.

        • alessando barga

          allora taccia marras

  • Lorenzo Marras

    Barga , ha dimenticato il rafforzativo punto esclamativo. Quando ingiunge con un imperativo sia risoluto.
    Ecchediamine che figure, farsi riprendere da un ignorante.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Caro Lorenzo, lasciamo stare questa sterile polemica sulla punteggiatura o sulle fottute norme grammaticali. Consoliamoci con “Ulysses” di James Joyce – dove nel monologo con Molly Bloom, non c’è nessuna traccia di punteggiatura o rafforzativi di punti esclamativi.

      Saluti alla tua bella Sardegna