Sui tetti di Chelsea con Cecilia Alemani

Intervista con Cecilia Alemani, curatrice della High Line Art, il parco-passeggiata più artistico e in movimento di New York. Che sovrasta il quartiere più noto agli amanti dell’arte contemporanea. Una chiacchierata che inizia con il trasferimento nella Grande Mela e arriva, forse, all’Italia.

High Line - courtesy John Baldessari & Marian Goodman Gallery & Friends of the High Line - photo Austin Kennedy

Iniziamo da principio. Quando e perché ti sei trasferita a New York?
Nel 2003 per fare un master in studi curatoriali presso il Bard College. Avevo diverse scelte, tra cui Londra e Amsterdam, ma ho scelto di venire a New York perché all’epoca mi sembrava la città più interessante dal punto di vista delle opportunità per l’arte contemporanea.

Come è stato il percorso tra incarichi e lavori che ti ha portato fino ad oggi?
Dopo il master, nel 2005 ho iniziato a lavorare come assistente curatore per Francesco Bonami per grandi mostre in Italia come Human Game (2006) alla Fondazione Pitti di Firenze e Italics (2008), una grande retrospettiva di arte italiana dal 1968 a Palazzo Grassi a Venezia. Allo stesso tempo ho cercato di realizzare le mie mostre in spazi non profit a New York, come Artists Space e Art in General, e ho sempre collaborato con fiere d’arte, come Artissima a Torino e Frieze a Londra. Dal 2009 al 2010 ho diretto uno spazio espositivo a Chelsea chiamato X Initiative, dove ho curato più di dieci mostre e circa cinquanta eventi fra performance, seminari, concerti e discussioni. In questi ultimi 5-6 anni, dopo il Bard ho sempre cercato di lavorare come curatrice indipendente, senza mai connettermi a una sola istituzione, ma piuttosto cercando di lavorare a diversi progetti allo stesso tempo. Questo mi ha insegnato a essere flessibile e a lavorare con istituzioni e organizzazioni molto diverse.

Cecilia Alemani - photo Tom Medwell

Gli artisti con i quali collabori provengono solitamente dalle influenti gallerie di Chelsea?
No, anzi cerco sempre di mostrare e fare progetti con artisti che a New York non hanno tanta visibilità, o che non hanno mai fatto progetti per lo spazio pubblico. Chelsea è un distretto importante ma anche molto chiuso e per pochi eletti, la High Line viene invece visitata da 4 milioni di visitatori ogni anno.

Un artista emergente newyorchese o in fase di affermazione nel proprio Paese di origine, cosa deve fare per riuscire a beneficiare degli spazi espositivi della High Line?
Deve essere aperto e flessibile ad adattare il proprio progetto agli spazi pubblici: la High Line è un parco della città di New York come lo è Central Park e ci sono tante restrizioni uniche e complesse, intrinseche allo spazio. A parte questo, deve essere curioso e ambizioso e pronto a proporre progetti che siano possibili solo alla High Line e che siano in grado di parlare al grande pubblico e non solo a quello dell’arte.

Sarah Sze - Still Life with Landscape (Model for a Habitat) - 2011 - courtesy Friends of the High Line - photo Bill Orcutt

Per il 2012, quali sono gli eventi artistici più rilevanti che avranno luogo nella tua High Line Art?
Abbiamo quattro format diversi: High Line Billboard, una serie di installazioni su un cartellone pubblicitario accanto alla High Line, dove abbiamo avuto progetti di John  Baldessari e Anne Collier. Il prossimo sarà di David Shrigley. High Line Channel, un programma di video che proiettiamo ogni giorno dalla High Line su un palazzo accanto, e dove mostriamo artisti di tutte le generazioni: abbiamo incominciato con Gordon Matta-Clark e proseguito con una serie curata dall’artista Lisa Oppenheim. Poi ad aprile e maggio lanciamo una nuova serie che si chiama High Line Performances, per la quale trasformeremo la High Line in un teatro all’aria aperta per artisti che lavorano con la performance. Ad aprile faremo Alison Knowles, a maggio Simone Forti e Channa Horwitz. Infine, le installazioni più ambiziose e complesse faranno parte di High Line Commissions, una serie di interventi site specific che avvengono sulla High Line o attorno ad essa e per i quali invito artisti a rispondere all’unicità del luogo e a creare nuove installazioni che possono essere sculture, opere sonore o anche video – che rimarranno esibite per un anno. Una piccola anticipazione: una mostra di gruppo chiamata Lilliput con sei artisti emergenti da tutto il mondo che produrranno sculture di piccole dimensioni.

High Line - courtesy Friends of the High Line - photo Austin Kennedy

In futuro, quali sono i progetti architettonici in arrivo?
Finire il rinnovo della High Line nell’ultima parte che non e ancora stata restaurata e a cui ci riferiamo come Section 3 o High Line at the Railyards, dalla 30esima alla 34esima strada.

E in giro per il mondo quali sono gli eventi che in quest’anno rischiano di segnare la storia dell’arte o dell’architettura contemporanea?
Documenta a Kassel, la Biennale di Berlino e Manifesta a Genk.

Considerata l’unicità del paesaggio architettonico dell’High Line Art, esiste un luogo in Italia che assomiglia al posto dove lavori o potrebbe assomigliarvi?
Tante altre città in America stanno cercando di convertire vecchie ferrovie o ponti in parchi. Sono sicura che ci possano essere spazi simili anche in Italia, ma bisogna crederci: la High Line era un progetto impossibile, un sogno che ha richiesto più di dieci anni perche divenisse realtà.

Gordon Matta-Clark - City Slivers - 1976 - courtesy Electronic Arts Intermix (EAI), New York - © 2011 Estate of Gordon Matta-Clark / Artists Rights Society (ARS), New York - photo Austin Kennedy

L’High Line Art passa sopra le teste e le gallerie di Chelsea, il distretto artistico più prestigioso di New York e del mondo. Da questo punto di vista privilegiato, come vedi il presente dell’arte contemporanea del nostro Paese?
Penso che il presente in Italia sia pieno di prospettive e di attività interessanti che sgorgano in modo indipendente e alternativo alla rete dei musei e delle istituzioni più ufficiali, che sono ancora invischiate nella burocrazia italiana.

Qualche nome?
Per cominciare, mi vengono in mente spazi non profit come Peep Hole,  Kaleidoscope Project Space, Lucie Fontaine, Viafarini, Mars. Senza dimenticare le miriadi di attività promosse dalle riviste Mousse e Kaleidoscope a fianco delle loro attività editoriali.

Senza chiederti di scegliere per sempre fra l’Italia e New York, per quale città o progetti prenderesti in considerazione l’opportunità di come back in Italy for a while?
Non dipenderebbe tanto dalla città ma dalla mentalità dell’istituzione propositrice del progetto, burocrazia italiana permettendo…

Alessandro Berni

www.thehighline.org/about/public-art

  • Mi sembra utile capire quale sia il rapporto, e il confine, tra arte e arredo urbano. Difficile, nella città teatro di un certo picco visivo e performativo (11 settembre). Sembra quasi ci sia una centralità dell’arte ma una lateralità nella sua rappresentazione. Si tratta di recuperare il centro dell’opera.