Il mese della fotografia. Ma a Milano

Fino a pochi mesi fa, Milano sembrava indifferente al richiamo di un mezzo che, dopo una crescita verticale nel mondo dell’arte contemporanea, ha confermato la propria tenuta abbandonando uno scomodo complesso d’inferiorità. La prima edizione di MIA – Milano Image Art fair ha dimostrato una tesi significativa: la capitale mondiale della moda e del design ha fame di foto. Ne parliamo con il fondatore, Fabio Castelli.

MIA - Milano Image Art fair 2011

Facciamo un bilancio della prima edizione del MIA.
Abbiamo alcuni dati oggettivi, grazie a un questionario distribuito agli espositori. Il 92% vuole partecipare alla prossima edizione. Il restante non potrà esserci per motivi personali.

 

Praticamente un plebiscito!
È il frutto della freschezza di un formato che ha permesso a molti collezionisti di tornare a essere tali.

In che senso?
Erano tutti stufi delle cifre gigantesche richieste alle grandi fiere internazionali. In molti avevano perso il piacere puro di comprare arte, perché devi comunque avere in mente il business quando le cifre sono alte.

La formula è una novità, ospita gallerie, artisti, laboratori, case editrici, fondazioni, archivi e istituti di formazione tra i più qualificati. Le aspettative erano tante e controverse.
Abbiamo avuto oltre 15mila visitatori, 800 giornalisti accreditati e un’alta media di vendite. Alcuni stand hanno venduto fino a trenta opere, mentre alcuni hanno fatto errori di prezzo. Per i collezionisti è stato il piacere di un incontro a cui non erano più avvezzi in una fiera.

Fabio Castelli

A quale altra fiera la paragoneresti?
C’era un’atmosfera come ai tempi d’oro di Arles.

 

Nel 2012 resta la formula di un fotografo per galleria? Crea perplessità…
Le ha create nei galleristi meno sicuri di sé, perché gallerie come Minini o Continua sono stati contenti della scelta, anche di conoscere nuovi artisti. E poi avere un artista per stand ha permesso di creare progetti specifici in spazi uguali per tutti, eliminando le disparità.

Cosa avevi in mente costruendo questo format?
Volevo aiutare gli artisti. Mi sento molto vicino a loro, perché entrare nel mondo delle gallerie è difficile. Mi sono detto: devo dare loro visibilità, senza andare contro il sistema. È nata una fiera con un comitato scientifico e con proposte di talenti. I galleristi hanno capito. Continueremo così, abbiamo richieste di molto superiori all’offerta, faremo una selezione attenta.

Vi saranno sezioni nuove?
Quella dei video. Sono parte integrante del mondo della fotografia e si tratta di una forma espressiva importante. Nel video ci sono tutte le arti. Vorrei opere gradevoli, intelligenti e brillanti.

MIA - Milano Image Art fair 2011 - photo Michele Tarantini

Rapporti con l’estero?
MIA ha ospitato venti gallerie estere e vogliamo che aumentino. Ho stipulato un accordo con il consolato britannico che supporterà, con la UK Trade Investement, i propri artisti per farli venire a MIA.

 

Pagheranno loro gli stand ai fotografi inglesi?
Gli artisti avranno aiuti economici e promozionali.

Si danno da fare…
Sono venuti loro a cercarmi, dicendo: non vediamo molta presenza britannica, per il prossimo anno vorremmo incrementarla. Sono andato a Scope e Pulse a Basilea e ho scelto alcuni artisti e gallerie, dopo di che ho passato loro le mie idee.

Vedi un futuro internazionale per MIA?
No, credo che MIA sia la fiera che può convogliare tutti i grandi operatori della fotografia a Milano. Vorrei che la città avesse il mese della fotografia, come Parigi. Aiuterebbe anche il settore del turismo.

Avete già concordato qualcosa?
Stiamo parlando con le istituzioni.

Con MIA hai dimostrato che una fiera di fotografia contemporanea a Milano può avere successo. MiArt vive continue difficoltà. Come lo spieghi, è colpa della città?
Non credo, io stesso ho proposto un anno fa che MiArt si convertisse alla fotografia. Credo che Milano debba avere una fiera che la identifichi nel panorama internazionale.

Facile a dirsi…
Lo so, bisognerebbe togliere l’arte moderna che muove interessi molto forti, ma penso che così saremmo riusciti a identificare Milano come “città della fotografia”.

MIA - Milano Image Art fair 2011 - photo Michele Tarantini

Non tutti apprezzano la fotografia, però: presenta tante difficoltà.
È diventata un mezzo importante nel panorama dell’arte contemporanea e vorrei dimostrare che può entrare nel mondo commerciale, basta che abbia regole precise.

Come si fa?
Dobbiamo spiegare cos’è una tiratura, una open edition o come un reportage può entrare nel mercato del contemporaneo. Occorre rigore e tutto va regolamentato, anche se a molti operatori non conviene fare troppa chiarezza.

Come si risolve il problema?
Voglio organizzare tavole rotonde con esperti, desidero che il pubblico si avvicini con fiducia alla fotografia. Per questo ci sono i laboratori a MIA.

Come hai scelto il comitato scientifico? Cambierà nel 2012?
Nel mondo della fotografia c’è ancora una sensazione di essere uomini di frontiera, vige un rispetto reciproco che il mondo dell’arte contemporanea ha perduto, essendo più un sistema tipo “homo homini lupus”. Nella fotografia c’è il piacere di lavorare insieme, senza gelosia, con signorilità e passione condivisa. Ho messo insieme una squadra di persone che ho conosciuto negli anni e che stimo per la loro professionalità. Non cambierà.

Milano può diventare davvero la città della fotografia?
Certo, anche se non abbiamo la storia fotografica di certe città come Reggio Emilia o le zone marchigiane di Mario Giacomelli a Senigallia.

MIA - Milano Image Art fair 2011 - la sezione editoria - photo Michele Tarantini

Maestri che si stanno affermando adesso in campo internazionale…
La scuola di Luigi Ghirri potrebbe essere come la scuola di Düsseldorf. Non capisco perché Andreas Gursky o Candida Höfer siano così apprezzati e Ghirri e i suoi allievi no.

Appunto, come mai?
Non c’è stato il supporto istituzionale. Bisogna che gli artisti siano museificabili. Sono mancati gli accordi di scambio tra direttori dei musei italiani e quelli esteri, soprattutto americani. L’Inghilterra supporta i suoi artisti. Lo fanno anche i cileni, che si muovono con ambasciatori e consoli. I nostri invece sono fermi.

Farete sistema con istituzioni come Forma o Cinisello Balsamo?
Ho lanciato più volte questa idea, e in una tavola rotonda da Forma ho auspicato la cancellazione degli individualismi per fare qualcosa tutti insieme. Forma era presente a MIA e l’entrata come socio fondatore di Marco Antonetto potrebbe essere un ulteriore aiuto per mettere a punto una compagine comune per la fotografia a Milano. A Cinisello Balsamo, Roberta Valtorta è disponibile, con tutte le difficoltà di bilancio che i musei oggi hanno. Nella fotografia c’è voglia di fare insieme.

Come giudichi i giovani fotografi in Italia?
Molti vogliono raggiungere il mondo dell’arte senza sufficiente preparazione. Il mezzo è alla portata di tutti, oggi fai foto con il telefonino, ma mancano gli studi sul mezzo. Lo strumento è il filtro, è l’inconscio tecnologico di cui parlava Franco Vaccari.

La padronanza della tecnica non è più così necessaria.
Con il digitale fai quello che vuoi, però devi sapere cosa è la fotografia e quindi non puoi non aver letto Susan Sontag o Roland Barthes o Vaccari.

Michele Tarantini - Fabio Castelli - 2010 - photo Michele Tarantini

Ci sono fotografi interessanti in Italia?
Non sono pessimista, ne esistono molti bravi ma sono colpito dall’eccessiva presunzione di chi, affacciandosi al mondo del collezionismo, coglie facili successi occasionali.

La fotografia è slittata sempre più verso l’arte contemporanea. È un bene?
Il successo nasce dal connubio tra la fotografia classica ghirriana e quella di artisti che la usano come un mezzo tra i molti possibili. MIA congiunge questi due filoni e introduce anche il reportage che usa la tiratura. Non è un caso che ci fosse Pietro Masturzio con Mandeep.

Funziona?
Sì, è la chiave del valore di MIA, che ha trovato, grazie ai convegni, un modo per leggere chiaramente un mondo la cui complessità costituisce il suo fascino.

Cosa fa di MIA una fiera con un futuro?
La cultura fotografica che promuove sotto molteplici aspetti. Il motivo per cui le fiere non funzionano è perché non c’è un forte progetto culturale dietro.

Ma l’imperativo, dicono, è vendere…
Se non c’è cuore, non funziona. Se invece hai passione e professionalità arriva il successo. È un discorso esistenziale, se vuoi.

Nicola Davide Angerame

Milano // dal 4 al 6 maggio 2012
MIA – Milano Image Art fair
www.miafair.it

  • Augusta

    FabioCastelli: bravissimo.

  • Ottimo, era ora che qualcuno si occupasse di fotografia con competenza e chiarezza.
    Le tavole rotonde all’interno del MIA aiutano a creare un’unica strada alla quale tutti dovrebbero allinearsi soptattutto per l’aspetto “edizioni”.
    Credo che essere chiari e precisi su questo argomento aiuti alla credibilità e serietà della fotografia Italiana.

    Condivido pienamente i concetti generali su Ghirri e la Gurski ecc..