“Denaro e Bellezza” ieri e oggi. Considerazioni a partire dalla mostra fiorentina

La rubrica Inpratica continua i suoi debordamenti. E, cogliendo l’occasione di una “grande mostra” al fiorentino Palazzo Strozzi, dà uno sguardo all’arte antica. Che parla di banche, finanza, danaro… Niente di più attuale.

Il Magnifico tra i suoi artisti

La mostra di Palazzo Strozzi (Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità) merita una visita. I problemi non mancano, ma ci sono almeno un paio di grossi pregi: trattandosi di una rassegna di taglio storico, le opere esposte non sono come al solito presentate unicamente come capolavori-feticci, ma inserite nei loro contesti di produzione; il racconto che risulta dalla successione dei pezzi è particolarmente ben narrato. Insomma si “rischia” di uscire dalla mostra avendo imparato qualcosa.
A incuriosire, oltre all’esposizione in sé, è il fatto che una rassegna sul ruolo svolto dalle banche nella società e nella cultura venga aperta nel momento in cui più acuta è la crisi del sistema finanziario internazionale e in cui una buona parte della popolazione mondiale ce l’ha con le istituzioni bancarie, come dimostrano il movimento Occupy Wall Street e i suoi affiliati.

Bini Smaghi tra Domenici e Renzi

D’altronde, sono gli stessi promotori della rassegna a suggerirne una lettura attualizzante: nel suo pezzo d’apertura in catalogo, Lorenzo Bini Smaghi (sì, proprio lui, qui nelle vesti di Presidente della Fondazione Palazzo Strozzi) parla di “una mostra che celebra l’invenzione dell’economia globalizzata in cui tutti noi oggi viviamo immersi”; nel comunicato stampa si afferma addirittura che la mostra “fornisce gli strumenti per guardare al nostro presente, in cui sono all’ordine del giorno le questioni dei rischi del mercato e le contraddizioni tra valori economici e spirituali”. Connessioni molto “fumose”, non c’è dubbio.
Due in realtà sono le chiavi di lettura che consentono di collegare in maniera un po’ più stringente questa rassegna alla nostra epoca. Innanzitutto, siamo davvero alle soglie di un “nuovo Rinascimento”, ma per una volta l’espressione va spogliata di ogni enfasi trionfalistica, e deve riferirsi al solo fatto che le banche vanno conquistando un ruolo sempre più centrale all’interno della società. L’emblematica ascesa della famiglia Medici, dallo sportello alla presa del potere nella Firenze del Quattrocento, si è riproposta su scala globale. Con la sola, enorme differenza che oggi non si ha più a che fare con un sistema finanziario funzionale all’espansione dell’economia reale, come avveniva cinque-seicento anni fa e fino a tempi recenti, ma con una finanza che si è sviluppata in maniera “patologicamente abnorme”, come scrive Luciano Gallino in Finanzcapitalismo, e ha assunto un ruolo preponderante su ogni altro aspetto della vita economica e politica.
Fatta salva questa differenza, quel che si trova scritto in uno dei pannelli della mostra a proposito della conquista del potere da parte dei Medici – “La banca diventa dittatura” – può essere tranquillamente riferito anche ai nostri giorni. E speriamo che per invertire la tendenza non occorra cadere nella brace messianica di un nuovo Savonarola.

Ludwig von Langenmantel - Savonarola predica contro il lusso - 1881 - olio su tela - Olean (NY), St. Bonaventure University

Ancora più stringente si fa il parallelo tra il XV e il XXI secolo se, dal piano politico-economico generale, passiamo a quello del mecenatismo. Come i banchieri fiorentini hanno (in buona misura) finanziato la fioritura artistica del Rinascimento, così le banche odierne sostengono la cultura attraverso lo strumento delle fondazioni di origine bancaria. Difficile non avvertire la natura paradossale dell’impegno delle banche in questo campo: da un lato il capitalismo finanziario sta mettendo in ginocchio il mondo, mediante lo sfruttamento selvaggio (“valorizzazione”) delle risorse umane e naturali e la sempre più accentuata polarizzazione della ricchezza; dall’altro è lo stesso capitalismo finanziario a sostenere attività che tendono a rendere migliore, più umana la vita dell’uomo nel mondo. Con una mano le banche prendono, con l’altra danno (le briciole di quanto hanno preso, per quanto possano essere enormi i loro investimenti in cultura). E in molti casi le fondazioni bancarie rappresentano l’unica speranza di vedersi finanziare un restauro, una mostra, un convegno: in perfetta sintonia con il complessivo arretramento della politica di fronte alla finanza, esse si stanno progressivamente sostituendo nel ruolo di mecenati allo Stato, le cui possibilità d’intervento, peraltro, sono ridimensionate anche a causa delle immense risorse destinate al salvataggio delle banche.

Gli zombie marciano su Wall Street

Oggi come svariati secoli fa, il solo amore per il Bello non basta a spiegare l’impiego di risorse finanziarie nel campo dell’arte e della cultura. Se i Medici e i loro colleghi si fecero splendidi mecenati per esigenze di autorappresentazione, consolidamento del potere e riscatto di fronte alla condanna dell’usura da parte della Chiesa, cosa spinge le banche, attraverso le fondazioni, a investire in cultura? Le motivazioni non sono poi tanto diverse: esigenze promozionali, creazione di consenso, desiderio di “rifarsi una verginità”, specialmente in un momento in cui molti, come si diceva, non vedono differenze tra un banchiere e uno strozzino. Può darsi che una signora che ammira estasiata un restauro finanziato dalla fondazione di una banca sia un po’ meno arrabbiata con quella stessa banca che continua ad aumentare le rate del mutuo di suo figlio.
Questo aspetto problematico di fondo ne porta con sé degli altri, legati alla trasparenza delle scelte e alla possibilità che progetti realmente critici nei confronti del sistema (di cui la finanza costituisce il pilastro fondante) vengano sostenuti. Alle banche una cultura addomesticata non fa certo schifo.

Sandro Botticelli - La calunnia - 1497 - tempera su tavola - Firenze, Galleria degli Uffizi

Non si vuol dire che con un mecenatismo pubblico sarebbero tutte rose e fiori, né tantomeno negare che all’interno delle fondazioni operino persone sensibili e sinceramente interessate alla cultura, e che numerosissime siano state le iniziative meritorie sostenute fino a oggi. Però gli aspetti problematici di cui si è detto ci sono, è bene approfondirli e parlarne. Eppure non mi sembra che se ne parli molto, o sbaglio? Non è che siamo tutti – nell’università, nei musei, nei festival – appesi al filo delle fondazioni, tutti a invocare un deus ex banca che ci schiuda luminose prospettive di finanziamento?

Fabrizio Federici

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Firenze // fino al 22 gennaio 2012
Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità

a cura di Ludovica Sebregondi e Tim Parks
Catalogo Giunti
PALAZZO STROZZI
Piazza Strozzi
055 2776461
[email protected]
www.palazzostrozzi.org

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.
  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    I FALSI MECENATI DELL’ARTE E DELLA CULTURA !

    La caratteristica essenziale del mecenatismo finanziario contemporaneo nel campo delle arti e della cultura è che esso non ha nessun ideale di trasformazione della società. Nel Rinascimento, se non altro, possedeva una carica utopica, un ideale del Bello: le opere d’arte si ammiravano con stupore, rispetto ad oggi, dove si fruiscono come merci di consumo che, a ragione o torto, vengono ritenute densi di significato solo da alcuni addetti ai lavori.

    Si fruisce di un’opera d’arte così come si possiede un pacchetto azionario. Questa situazione attesta con particolare drammaticità la trasformazione che ha subito negl’anni il finanziamento all’arte e alla cultura.

    Nel Rinascimento, nonostante i suoi lati oscuri celati in seno al potere politico, bancario e in quello ecclesiastico – c’è da osservare che questi, esercitavano sul terreno del pensiero e della creatività, una visione di società universale: un’ideale da realizzare attraverso la produzione del lavoro degl’artisti – capaci di trasformare e illuminare di luce l’intera organizzazione della società. Ossia: una società migliore fondata sul Vero, sul Giusto e sul Bello.

    Credo che questo ideale sia una verità così evidente, così inoppugnabile, che ogni protettore di arti, almeno nel suo intimo, non può fare a meno di riconoscerlo come tale e di esserne totalmente persuaso.

    Al contrario, le odierne speculazioni finanziarie sull’arte e la cultura, mettono in luce la volontà di impedire qualsiasi ipotesi di cambiamento della società. Non è un mistero che oggi la speculazione finanziaria sull’arte e la cultura ha raggiunto livelli inaccettabili e segna una frattura radicale rispetto ai mecenati, benefattori e protettori delle arti nel Rinascimento.

    • hm

      – Al contrario, le odierne speculazioni finanziarie sull’arte e la cultura, mettono in luce la volontà di impedire qualsiasi ipotesi di cambiamento della società. –

      certo si deve far restare la società in questa stasi perenne autodisgregante succube di notizie fake dei telegiornali, in modo da proteggere la finanza mondialista che deve continuare a fare i suoi giochi sporchi speculativi nell’ombra, si tratta solo di controllare le masse indirizzandole con fake rivoluzioni organizzate dai servizi segreti (compito sempre più difficile perchè internet ha svelato molti altarini, ma d’altra parte internet resta un mezzo imprescindibile per controllare e mantenere la stasi) . ogni corteo di sionistra è infiltrato di black bloc che lavorano per i servizi segreti proprio per indirizzare i soggetti più pericolosi e tenerli sotto controllo, tipo i ragazzini che hanno spaccato le vetrine e le auto a roma e sono stati subito denunciati e schedati, magari hanno seguito altri black bloc infiltrati che hanno dato l’esempio, d’altra parte lavorava nello stesso modo anche la strategia del terrorismo anni 70, tutta roba parastatale da governo ombra . ombra quindi nascosta e fake . l’opinione pubblica si condiziona con la propaganda mediatica continua, silvio è cattivo perchè si fa le donnacce e quindi la pensionata (fondamentale per un’italia di pensionati) non lo voterà, si scaricano sull’ultimo premier tutte le colpe e così ogni volta cade il governo, passano gli anni e le generazioni e si mantiene il potere ma soprattutto si continuano ad accumulare soldi, mossa essenziale per mantenere il potere . per fare questo però bisogna promuovere un sistema di informazione fake a tutti i livelli, e le propaggini di questo modo di agire si riflettono ovviamente anche nelle arti e nella musica, vince chi è più fake e innocuo, la boy band fashion e il copialand ironico fintoribelle e spigliato di turno esaltato da un curatore fake di turno, noto però che ora la situazione sta degenerando perchè il luca rossi fakeuratore è costretto addirittura a mantenere l’anonimato per non far cadere tutto il castello complottista . sempre più patetico e triste, ma questa situazione non durerà ancora molto .

  • And

    Perfettamente d’accordo con Savino: il pezzo è interessante, ma non dimentichiamo che all’epoca non esisteva il capitalismo ma l’oligarchia/tirannia dei Medici. Che poi sia stata migliore di tante altre, anche e soprattutto dal punto di vista del collezionismo, è un altro discorso. All’epoca, grazie ai granduchi toscani, sono fioriti artisti come Botticelli o Bronzino, oggi al massimo le fondazioni possono restaurare le loro opere, ma la cosa finisce lì. Ma è cmq radicalmente diverso dal sostenere-promuovere-valorizzare giovani artisti, dal momento che a nessuna banca interessa lanciare una nuova stella. Semmai, tutt’al più, faranno mostre sui soliti noti come Hirst, Viola, e via discorrendo…..oppure, vedi Milano, inaugurano nuovi musei con le opere d’arte di loro proprietà, quindi nessuna contraddizione come scrive Fabrizio: tanto è sempre roba loro, anzi, ci guadagnano facendo pagare la visita!

  • Salve Fabrizio, ho letto il commento che hai gentilmente lasciato da me, e sono passato a leggere il tuo articolo. Mi pare che sia tu ed io, e anche i commentatori, si concordi su molte questioni.

    ti cito “Non è che siamo tutti – nell’università, nei musei, nei festival – appesi al filo delle fondazioni, tutti a invocare un deus ex banca che ci schiuda luminose prospettive di finanziamento?”

    indubbiamente. E’ che poi il deus ex banca men che mai lascerà libertà di espressione, in linea di massima promuoverà, a parte i restauri (più che altro operazione di marketing per la banca stessa), artisti consentanei alla forma voluta del presente. Perciò mai liberi o rivoluzionari.

    Un esempio vicino: un ricercatore che conosco (filosofia) ottenne il patrocinio alla sua ricerca sulla “morte nella sensibilità contemporanea” da una multinazionale farmaceutica. Sì, di quelle che vendono i pacchetti eutanasici fai da te, tipo Olanda e Belgio. Sarà ancora libera la sua ricerca, o l’insinuare che “è somma libertà quella di decidere se vivere o farsi fuori, e in questo caso usate il tal prodotto” diventa un prodromo alla pubblicità di questo tipo di “farmacia”?

    Del resto, se togliamo i restauri, come è stato notato, molta arte trattata o promossa dalle banche è intesa alla stregua di un pacchetto azionario. O parte della contemporanea lanciata dalle banche è orrenda, si loda e s’imbroda criticamente da sè. E’ in fondo un’eutanasia dell’arte. Da quando è scomparso il vero valore, ne ha preso il posto il Mercato. Come evidente in tutti i settori “intellettuali”. E il Mercato ha le sue regole: vendere. Non la ragione, o la sensibilità o l’ispirazione o una chiave di lettura del presente o la consapevolezza, ma vendere.
    E per vendere schifezze, cosa che a quanto pare riesce benissimo, si arriva svuotando per una 70ina d’anni circa l’arte, la comunicazione, di ogni valore, trasformando ogni forma espressiva in un inferno informe, tabula rasa di ogni residuo d’identità: la chiamano “rivoluzione”. Di fatto è l’estremo capitolo di divorzio dalla Natura e dall’uomo.

    Poi sottoscrivo una tua considerazione:
    “Alle banche una cultura addomesticata non fa certo schifo.”
    Gli investimenti in cultura, servono a rendere di parvenza “più umana” il turbocapitalismo che inginocchia i popoli.
    E anche a controllare l’immagine della cultura, l’idea della cultura attuale. Finanziando alcune cose e altre ovviamente no, si vende anche una chiave critica del presente, a proprio uso e consumo, che diventa presto un “dover essere” imposto, come rilevano anche gli altri amici commentatori.

    Solo l’altro giorno, ad una convention in cui sono intervenuti i soliti, Monti e ovviamente il doctor subtilis rapa-conticorrenti Amato (oggi in Deutsche Bank, ma anche alla Treccani eh),
    a proposito di cultura addomesticata
    si rallegrava che tutti i libri di testo europei (anche quelli italiani, medie e licei) sono tutti uguali.
    Impostati uguali, amano le stesse cose, condannano le stesse cose, hanno lo stesso taglio critico.

    Della serie, w l’indipendenza intellettuale.
    Stanno lavorando per renderci “tutti uguali”
    Ma questi ultimi due vocaboli racchiudono in sè anche qualcosa di minaccioso.

    And the world will be as “One” cantava John Lennon, in quell’Imagine che sembra un inno massonico. Saremo tutti “One” ma non nel senso greco classico, nè mistico paolino, ma nel senso del pensiero unico, modello unico su scala mondiale. Una sorta di megaSoviet Universale, tutti ugualmente con le pezze, senza nemmeno la possibilità di esprimere un’idea. Ma tanto a vegliare su di noi ci saranno..le banche. In particolare alcune dinastie di esse, che nulla hanno a che spartire coi Medici, e che da 3 secoli in maniera imperterrita passano il testimone al successore dinastico.
    Ma, ci dice la cultura ufficiale, l’importante è che “saremo tutti uguali”.
    Tutti zeri, ma zeri uguali.

    • hm

      concordo, ottimo articolo e hai assolutamente ragione .

    • Ciao, concordo con molte delle cose che scrivi nel tuo commento. In effetti non c’è da stupirsi del fatto che la finanza metta sempre di più le mani sulla cultura, una volta che ha ormai fagocitato la politica: emblematica la soluzione praticamente identica che si sta prospettando in questi giorni per Grecia e Italia. Quello che è stato a lungo il vicepresidente della BCE al timone della Grecia, Monti (di cui pure non discuto la competenza, e l’alterità rispetto all’allupato di arcore), ovvero un professore di economia fautore del liberismo e advisor di Goldman Sachs, in Italia.
      E fai bene a citare anche il buon doctor subtilis, promotore di una riforma del Dizionario Biografico degli Italiani che prevede la partecipazione ‘agratisse’ all’impresa: gli autori delle voci devono scriverle per la sola gloria, senza ricevere un soldo. Al grido di “Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità!” banche e politica sono concordi sul fatto che chi già aveva poco deve avere ancora meno.

  • filippo

    proprio perchè citi Gallino, mi meraviglio come non si concluda rilevando che attraverso l’investimento in arte le “corporate” hanno detrazioni fiscali accumulando capitale e che i beni di lusso, e l’altre fra quelli, è un bene anticiclico; ovvero in momenti di crisi tende a dare più sicurezza e rendita di un medio titolo finanziario. Non mi sembra che il consenso si acquisti attraverso l’arte contemporanea, o restaurando un bene, ma al più con il controllo dei media (17 anni docet).