I restauri del Colosseo. Ecco perché Diego Della Valle sta per buttare 25 milioni

Stanno per partire i lavori di restauro del Colosseo. Ma il grande monumento romano, una volta ultimate le riqualificazioni, continuerà a trovarsi immerso nel degrado che il Comune di Roma – titolare dell’area immediatamente circostante – non può, ma soprattutto non vuole, combattere. Bene gli interventi dei privati-mecenati, ma prima di spendere un solo euro chiedano garanzie. Altrimenti sarà tutto inutile. Anzi, a livello di immagine, dannoso.

Diego Dalla Valle - (c) Contrasto

Ma come, proprio Artribune – che fa del coinvolgimento dei privati e delle poche grandi multinazionali che ancora il Paese può vantare un punto cruciale e strategico per il mondo della cultura italiana – fa un’affermazione simile? Proprio noi che riteniamo quel passaggio – l’entrata di mecenati (seppur interessati) – indispensabile e improrogabile se si vuole salvare l’offerta artistica del Paese, la tutela e lo sviluppo dei suoi beni? Ebbene sì.
Consideriamo che, allo stato attuale, i 25 milioni di euro che Diego Della Valle, con la sua Tod’s, la sua Hogan e tutto il resto, sta per investire per il restauro del Colosseo siano soldi buttati.
Per carità, lo scarparo a pallini – come lo scimmiotta Dagospia – troverà senz’altro il verso di far fruttare l’investimento in termini di immagine. Le pagine dei rotocalchi mondiali saranno invasi di pubblicità con l’Anfiteatro Flavio in restauro e il marchietto Tod’s e tutto il pianeta verrà a sapere dello storico atto di mecenatismo su uno dei monumenti più famosi in assoluto. Ma non basta. Non basta né per il Colosseo, né per Della Valle (o chi per lui, visto che l’auspicio, ribadiamo, è un aumento di episodi di mecenatismo interessato come questo).
Non basta, poiché per chiudere il cerchio occorre che i privati investano chiedendo delle garanzie al pubblico. Assicurandosi un grado zero di ingerenze, corruzioni, connivenze, clientele. Accertandosi che il ritorno d’immagine sia davvero impeccabile. Sia per il bene dei privati stessi (non bisogna fargli buttare soldi, perché poi non ripeteranno più operazioni simili e consiglieranno ai loro colleghi imprenditori di starne alla larga), sia per il bene dei monumenti. Per il Colosseo vi sono queste garanzie? Niente affatto. Non c’è alcuna assicurazione che, una volta completato il restauro, il monumento verrà sottratto all’anarchia, alla prepotenza e al degrado assoluto che ne rendono la visita uno sport estremo.

Il Colosseo

Certo, verranno riqualificati i prospetti, le facciate, magari la biglietteria. E verrà creato un centro servizi con bookshop e la superficie visitabile aumenterà del 25% e via così.  Ma poi? Questo nuovo gioiello dell’archeologia interplanetaria sarà inserito in un contesto adeguato al suo livello oppure tutt’attorno resterà immarcescibile e allergico ad ogni riforma il volgare e sconfinato suk che oggi circonda l’anfiteatro?
Ecco il punto: per il restauro, Della Valle firma un protocollo con strutture (soprintendenze, commissari) afferenti al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Strutture che governano il monumento e anche i Fori Imperiali, adiacenti. C’è tuttavia un’area, che poi è il piazzale tutto attorno al Colosseo, che è di spettanza del Comune di Roma. E lì casca l’asino. In quest’area – le cronache di questa estate si sono sbizzarrite e le inchieste sono fioccate su tutti i giornali del mondo – il lassismo ancestrale e le evidenti connivenze del Comune di Roma hanno consentito la nascita di una zona senza legge. Di una terra di nessuno dove proliferano guide turistiche abusive, energumeni (quasi tutti pregiudicati, e poi ci si sorprende se si azzuffano in memorabili risse) abbigliati da centurioni con una scopa in testa a imitare la cresta dell’elmo, camion-bar – con annesso gruppo elettrogeno a kerosene – gestiti da un noto clan zingaro, bancarelle d’ogni sorta. Il Comune di Roma o non è in grado di garantire la legalità o, più verosimilmente, non ha interesse a farlo. Un vero e proprio incubo per i turisti, che vedono compromessa l’esperienza di visita a uno dei landmark più celebri al mondo. E che vedranno compromessa l’esperienza anche quando questo landmark verrà restituito al vecchio splendore cromatico e architettonico. Una trappola che si mangerà fino all’ultimo cent i 25 milioni dell’imprenditore marchigiano.
Dunque, cosa fare? Semplice: i privati devono continuare a investire in arte, in cultura, in tutela, in sviluppo dei beni culturali. Devono sopperire laddove lo Stato non ce la fa. Devono sfruttare al massimo i ritorni d’immagine di questa azione per rientrare delle spese e magari guadagnarci, ma devono (devono!) chiedere ampie garanzie che il lavoro, alla fine, venga fatto bene, distante anni luce dalle logiche squallide che oggi sovraintendono alla politica in Italia. E il pubblico deve (dev!) concedere assicurare garanzie.

Un centurione da circo periferico al Colosseo

Non può Della Valle investire 25 milioni di euro su un quadrante di città e in quello stesso quadrante vedersi vanificati i suoi investimenti da Alemanno (con Veltroni sarebbe stata la stessa cosa, beninteso), che non riesce a svincolarsi dalle sue clientele, che non riesce a liberare neppure Colosseo e Fori dall’invasione di pre-potenti venditori abusivi (o, peggio, abusivamente autorizzati). Non può Della Valle stanziare grandi finanziamenti, interloquire con il Ministero e poi vedersi spuntare, tra lui e Galan, a mo’ di terzo incomodo, un Alemanno che, nel 2008, quando venne eletto, ospitò nelle sue liste il rampollo dei clan che gestiscono la gran parte delle postazioni di commercio ambulante. Quelle postazioni andrebbero immediatamente soppresse, senza la loro soppressione il decoro di tutta l’area archeologica non è un obbiettivo centrabile, ma il sindaco si è messo nelle condizioni di non poterlo fare, avendo accettato le migliaia di voti catalizzati dal sistema di potere che attorno a quelle concessioni ruota.
Il caso di Roma è un caso di scuola. Un modello su cui riflettere a fondo, perché è il primo vero caso di pesante e considerevole intervento privato per il recupero di un bene pubblico. Una felice circostanza che deve ripetersi sempre di più, ma che per farlo deve offrire ai privati delle regole certe che si basino su protocolli definiti e su buone pratiche inoppugnabili (e replicabili). La prima buona pratica? Dove arriva l’intervento decisivo dei privati si approfitta per eliminare clientele, ruberie, abusi, mafiette, truffe a turisti ignari e antiche & illecite consuetudini. Da Roma a Pompei, da Firenze ad Agrigento. Piazza pulita delle assurdità che esistono ormai solo da noi.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • marta jones

    ottime considerazioni, più che condivise!!! ma se anche lo ‘scarparo a pallini’ facesse parte del clan di clientele del sindaco ‘dalle scarpe ortopediche’ (cit. Dagospia)?????!!!!

  • Giovanna Torresin

    sono pienamente d’accordo!!!!!!!Precisa e analitica l’esposizione di Tonelli.

  • Disincantato

    Marta Jones ha capito tutto! IN ITALIA E’ TUTTO UNA CLIENTELA. Questo è il GRANDE PROBLEMA della nostra pubblica amministrazione. E non solo in campo archeologico! In tutti i campi!

    Guardate per esempio la “balzana idea” di non far valere più gli anni di laurea e di militare riscattati ai fini dell’età per andare in pensione. Se mi venissero riconosciuti gli anni di laurea e di militare (ormai riscattati da anni) potrei andare in pensione di anzianità al compimento del sessantesimo anno di età. Se invece così non fosse, non raggiungerei i quaranta anni di contributi neanche a 66 anni di età (non raggiungerei cioè il massimo della contribuzione neanche andando in pensione di vecchiaia, a 65 anni!).
    Paradossalmente per me sarebbe meglio se fosse portato a 45 anni il periodo di contribuzione necessario per andare in pensione di anzianità (almeno a 65 anni potrei andare in pensione di vecchiaia con il massimo della contribuzione!).

    Ma la “questione vera” non è la durata del periodo di lavoro! La questione vera è costituita dal fatto che, nella pubblica amministrazione, il lavoro è una vera “prigione”. Se fosse piacevole, nessuno vorrebbe terminarlo mai! Ma purtroppo la nostra pubblica amministrazione è costantemente retta da corrotti (tanto che ho dovuto portare in tribunale quella dove lavoro, per mobbing!), che fa desiderare di andare in pensione il prima possibile.
    Il problema non è perciò tanto quello della pensione quanto, appunto, quello della pubblica amministrazione in sé, che andrebbe “ripulita”. Ma questo è un vero “sogno futuribile”!

  • Franciscus Urbinas

    Gli imprenditori mecenati (nel caso Diego della Valle) prima di investire nel restauro delle opere d’arte (nel caso Colosseo) debbono assicurarsi il grado ZERO di ingerenze, corruzioni, connivenze, clientele. Questa l’affermazione di Massimiliano Tonelli che più mi piace perché esplicita un problema chiamando con nomi e cognomi i responsabili (a Roma/ Colosseo) di tanto degrado. Segnalo un caso, a Urbino, che ha qualche somiglianza: il Mausoleo dei Montefeltro che costituisce la continuazione ideologica del palazzo ducale coi celebri “torricini” da favola, noti in tutto il mondo poco meno del Colosseo. Il Mausoleo dei duchi del rinascimento urbinate giace in una condizione di degrado strutturale ed ambientale tale da temere per la sua resistenza statica. E’ proprietà del Comune ma la tutela è compito della Soprintendenza regionale. Comune e Soprintendenza fanno finta di niente.

  • Giusta osservazione quella dell’articolo. Se non sanno come mantenere simili monumenti architettonici vadano a studiare nella vicina Francia.

  • hm

    – il lassismo ancestrale e le evidenti connivenze del Comune di Roma hanno consentito la nascita di una zona senza legge. Di una terra di nessuno dove proliferano guide turistiche abusive, energumeni (quasi tutti pregiudicati, e poi ci si sorprende se si azzuffano in memorabili risse) abbigliati da centurioni con una scopa in testa a imitare la cresta dell’elmo –

    a me ne hanno raccontata anche un’altra sull’energumeno che raccoglie le monetine nella fontana di trevi (immergendosi ogni notte a qualsiasi condizione meteorologica), ha fatto centinaia di migliaia di euro passandole per anni agli uffici cambi ma stranamente continua a vivere in una topaia di tor bella merda, e anche se le guardie vicino alla fontana lo denunciano e lo sbattono dentro per qualche ora egli continua imperterrito a raccogliere no stop migliaia di monete . l’unico suo problema è che ora il comune di roma ha ben pensato di emettere una legge secondo cui tutto ciò che cade nel suolo della fontana è proprietà dello stesso comune, quindi l’ENERGumeno oltre a occupazione di suolo pubblico rischia anche l’aggravante del furto, ma non sembra tangerlo più di tanto visto che pare abbia sollevato e gettato dentro la fontana con foto e videocamera annessa un giornalista che ha tentato di avvicinarlo .