Soglie del divenire

A Venezia, a Palazzo Fortuny, trecento opere adornano la ricca cornice delle stanze appartenute al grande stilista. Una collettiva ricercata e allo stesso tempo dispersiva. Un percorso espositivo denso, che nasconde fino al 27 novembre la propria identità nel segreto della scoperta.

Kimsooja - Bottari: the Island - 2011 - courtesy Axel Vervoordt Gallery & Raffaella Cortese Gallery, Milano / Alighiero Boetti - Alighiero Caterina e Giordano - 1992 - coll. Giordano Boetti, Roma - courtesy Fondazione Alighiero e Boetti, Roma

Venezia, da sempre al crocevia tra Est e Ovest, si conferma la cornice perfetta per registrare i punti d’intersezione fra diversi registri culturali. Immersa in una dimensione teatrale e rappresentativa, TRA – The edge of becoming, a distanza di due anni dalla precedente collettiva inaugurata nei medesimi spazi in occasione della Biennale, presenta una nuova selezione di artisti eccellenti. Autori-creatori di veri e propri passaggi, soglie che, tra inconscio e immaginario, esplorano il bilico del divenire.
L’imponente collettiva comprende l’allestimento di oltre trecento opere e si assiepa fra i drappeggi alle pareti di Palazzo Fortuny. Dal percorso non è stato escluso nessuno dei quattro piani dell’edificio antico e i visitatori, seguendo il percorso allestitivo, sono obbligati a osservare ogni angolo, in cerca di piccole o grandi opere, completamente integrate con gli arredi della dimora. Fra lavori di Lucio Fontana e Hiroshi Sugimoto, di Giulio Paolini e di Lygia Pape, di Mark Rothko e di Osvaldo Licini, di Marina Abramovic e di Auguste Rodin, di Francesco Candeloro e di Kimsooja, il museo offre anche l’opportunità di visitare alcune stanze chiuse al pubblico (tre nuove sale laterali al secondo piano e sette finestre tardo-gotiche rimaste chiuse dal lontano XVIII secolo) e anche l’Atelier di Mariano Fortuny al primo piano.

Scultura Dvaravati di Monaco - VII-VIII sec. - courtesy Vervoordt Foundation / Fujiko Shiraga - Untitled - 1955

La mostra è densissima. Durante la sera d’inaugurazione, solamente due sezioni (la sala dedicata ai fulmini di Sugimoto e l’installazione semi-permanente di James Turrell) hanno offerto uno spazio di fruizione delle opere adeguato e lontano da distrazioni. Da sottolineare infatti che, in alcuni casi (come nel caso del video di Hans Op de Beeck o dell’installazione anulare di Gianni Anselmo), l’eccessivo affastellamento di lavori ne disperde il tema (spesso forzato) e il senso complessivo.
Il ritmo espositivo eccessivamente serrato concede a chiunque si trovi di passaggio di evadere dal motivo del percorso con estrema rapidità, scambiando la mostra per la prosecuzione disintegrata di una Wunderkammer contemporanea.

TRA-EDGE OF BECOMING – Venice Biennale 2011 di ikonotv
Da ricordare, infatti, che il titolo della mostra, seppur laconico, implica una precisa scelta curatoriale. Una decisione che dovrebbe rappresentare un sistema di conoscenze unitario direttamente applicabile allo spazio del palazzo. Un meccanismo semantico che, attraverso i lavori proposti, dovrebbe far riconoscere allo spettatore due dimensioni immaginarie ed evidenziarne il momento di passaggio verso nuove visioni o esperienze artistiche.

Ginevra Bria

Venezia // fino al 27 novembre 2011
TRA – The edge of becoming
a cura di Daniela Ferretti, Rosa Martínez, Francesco Poli e Axel Vervoordt
www.tra-expo.com

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Giulia De Monte

    Brava Ginevra, condivido l’analisi: Palazzo Fortuny, per la natura stessa della sua collezione e della sua origine, presenta continuamente il problema espositivo; ci sono mostre che in uno spazio come questo hanno funzionato in modo eccelso (vedi Capucci, che pareva germinata direttamente in quel luogo), altre meno.

  • vitoc

    Grazie, fa piacere confrontare la propria visione con un’altra e mi ha aiutato la lettura coerente e il concetto di wunderkammer, del tutto appropriato. Credo che sia una caratteristica fondante di quell’operazione e ho avuto la sensazione che questa volta sia riuscita meglio rispetto alle precedenti. In buona parte, le conseguenze sono insite in questo tipo di impianto e gli accostamenti – affastellamenti dovrebbero (in più casi a mio avviso ci riescono) generare una ulteriore dimensione percettiva: quella Fortuny. La cosa che più mi ha lasciato perplesso invece sono alcune cadute di tono sulle opere, come nel caso di Spalletti. Ma questa è anche una questione di gusto personale.
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