Una collezione relazionale

Massimo Minini, e s’è detto tutto. S’è detto di uno dei più grandi galleristi del nostro Paese, di una passione portata avanti per decenni, di un amore per l’arte in tutti i suoi aspetti. Commerciale, personale, amicale, sensuale. La sua collezione, in mostra a Brescia.

Presentazione di Massimo Minini (a sinistra) al Festival di Faenza - photo Benedetta Gaiani

La mostra dedicata ad alcuni esempi della collezione di Massimo Minini, allestita in uno spazio piuttosto dimesso nel centro di Brescia, propone un interessante hub di espressioni diverse tra loro, dall’arte minimale a quella concettuale alla fotografia alla scultura/architettura. Le opere esposte, accompagnate da brevi considerazioni del titolare, dove peraltro l’idea del centone è rivendicata (“Io faccio elenchi di pittori e scultori ed architetti del passato e del presente, elenchi di cose da fare”), rispondono a un appello dato dalle occasioni della vita e in particolare di una vita da commerciante in arte.
È questo a rendere interessante la collezione di Massimo Minini rispetto a quella di un collezionista tradizionale, ed emerge proprio dai piccoli testi con i quali, per ogni opera, il gallerista racconta la relazione vissuta con l’autore. Siamo infatti abituati a concepire la collezione come il frutto di una ricerca o comunque di un processo di appropriazione (di capitali, di significati, di poetiche).

Veduta dell’allestimento con opere di Alighiero Boetti, Sol LeWitt e Nicola De Maria - photo Ken Damy

Qui invece il motore è l’attività professionale del gallerista e la sua capacità di intessere relazioni umane: “Lo scrittore (che sarebbe poi il gallerista) ha un amico pittore con una speciale predilezione per il disegno”; “Alberto ha sempre caldo: d’inverno porta il paltò mezzo su e mezzo giù”. I pensieri espressi nei testi sono quasi sempre privati, talvolta commerciali, e non sono accompagnati da una descrizione precisa dell’opera, probabilmente perché l’aspetto tecnico viene qui superato da un’altra dimensione e l’opera ci si presenta davanti più nuda, ad aspettare e a rispondere alla nostra personale capacità di lettura.
Così succede al grande quadro di Jo Baer, il cui bianco è alterato dal tempo e forse dalla polvere e sfuma in un grigio piuttosto denso verso la parete, in alto. Sta nello spazio forse più suggestivo della mostra, dove vediamo opere importanti, non necessariamente rappresentative degli autori, però capaci di esprimerne la capacità creativa in modo convincente. Oltre al quadro della Baer, che colpisce per le vibrazioni sorde con le quali le piccole strisce azzurre pallide mettono in relazione il bianco ormai datato dal tempo con le bande laterali nere, c’è un dipinto di Alighiero Boetti, uno di Sol LeWitt e uno di Nicola De Maria, tutti accomunati da una densa opacità, come se la luce fosse nascosta dentro ciascuno dei quattro quadri.

Jo Baer - Senza titolo - 1962

La mancanza di una relazione deterministica fra questi quadri e i loro autori, i quali hanno prodotto risultati così diversi, si collega bene all’approccio che vediamo nella mostra e che leggiamo nei brevi testi di Massimo Minini: un approccio decostruito, dove c’è spazio per livelli di intervento molto diversi tra loro e dove forse la guida del percorso ci è data dalla curiosità, e forse anche dall’ironia.

Vito Calabretta

dal 19 febbraio al 16 aprile 2011
Massimo Minini: una storia contemporanea
a cura di Ken Damy
Spazio Contemporanea
Corsetto Sant’Agata, 22 – 25122 Brescia
Orario: da martedì a domenica ore 15.30-19.30 o su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 0303758370;
[email protected]; www.museokendamy.com

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Vito Calabretta
Sono nato in un paese di ottocento abitanti in provincia di Catanzaro, cresciuto a Ventimiglia e ho avuto una prima formazione scolastica a Mentone, in Costa Azzurra, dove ho frequentato anche il Conservatorio Municipale. Mi sono trasferito a Milano per iscrivermi a un corso universitario di Discipline Economiche e Sociali, mi ci sono laureato, ho vinto dopo anni di tentativi un dottorato di ricerca in storia della società europea. Mi è stato impedito di discutere la tesi di dottorato con l'accusa di non voler «fare lo storico, ma il Carlo Ginzburg, il Derridà, 'naltro po' il Rolanbàrt». Ne ho preso atto; nel frattempo avevo iniziato a frequentare i Seminari in Antropologia dei Poteri della École Française di Roma, avevo iniziato a collaborare con Il Manifesto e con L'Unità, a scrivere in versi e a lavorare sull'arte. Già da allora, in ogni caso, avevo iniziato a occuparmi delle stesse attività: affrontare realtà, cercare di capire qualcosa, raccontarlo. Spero di riuscire a continuare ancora.