#MeToo: come il mondo dell’arte guarda la rivolta delle donne che fa tremare lo showbiz?

“La cosa peggiore mi sembra il rifiuto di alcune donne ad ascoltare, o a colpevolizzare le vittime.
Nessuno ha voglia nel 2018 di “protestare ancora per questa merda”. Si chiude la nostra inchiesta sul movimento #MeToo con l’intervento dell’artista Ivana Spinelli.

CORPO CAPITALE LINGUAGGIO _ pastello e inchiostro di china su carta e carta lucida/ pastel and indian ink on paper and glossy paper 30 x 38,2 cm cad., 2016
CORPO CAPITALE LINGUAGGIO _ pastello e inchiostro di china su carta e carta lucida/ pastel and indian ink on paper and glossy paper 30 x 38,2 cm cad., 2016

#MeToo. Anche io. Che significa: anche io ho subito molestie, anche io sono stata o stato importunato, anche io ho subito pressioni, soprattutto sul mondo del lavoro. Un fenomeno, questo, cominciato con l’ormai famigerato caso Harvey Weinstein lo scorso ottobre e poi ricaduto a cascata su tutto il mondo dello spettacolo, della cultura e dell’arte. Sembrava una moda passeggera, o un ghiribizzo del momento e invece in nome del #MeToo sono cadute un sacco di teste. Anche quelle più blasonate. Se ne è parlato a lungo su queste colonne. Ora Artribune chiude l’inchiesta con l’intervento dell’artista Ivana Spinelli.

Ivana Spinelli
Ivana Spinelli

Che idea ti sei fatta del movimento #MeToo?

Mi è venuta in mente un’immagine. Hai presente quando entri in una stanza affollata di gente già da ore e senti che l’aria è tremendamente viziata, e ti viene spontaneo dire “apriamo le finestre”? Ecco, penso che ci troviamo da millenni a respirare un’aria così viziata, sempre la stessa, che ci rientra in circolo, e ci ottunde il cervello che quando qualcuno vuole aprire la finestra ci stupisce se non ci infastidisce addirittura. #MeToo, è una delle tante finestre che vengono aperte. È inevitabile aprirle e bisogna continuare. Per me la sostanza del movimento sta nel far uscire le persone dalla solitudine della propria esperienza e rendere tutti più consapevoli delle dinamiche di potere mascherate da libidine o da scherzo. Ascoltare i racconti di chi è stata in abusata significa anche comprendere quante sfumature la violenza possa avere, non parliamo solo di corpo ma di soggezione psicologica spesso indotta dalla situazione (di disparità di potere) o da una mentalità diffusa e introiettata. E capire che il problema riguarda tutti.

Che posizione assumi rispetto a questo spontaneo movimento di idee e alle denunce che ne sono seguite? Cosa ne pensi?

La cosa peggiore mi sembra il rifiuto di alcune donne ad ascoltare, o a colpevolizzare le vittime. Nessuno ha voglia nel 2018 di “protestare ancora per questa merda” come leggi spesso negli slogan di protesta in strada, ma evidentemente siamo ancora qui ingarbugliati tra pregiudizi e discorsi patriarcali! È interessante anche che il #MeToo (già utilizzato anni prima da una attivista di colore) sia dilagato a partire da Hollywood: e così ascolti e ti dicono che il 94% delle attrici è stata molestata o aggredita. Ascolti e vedi le celebrities che raccontano come sono state molestate, aggredite, messe in condizione di soggezione, di paura, umiliazione. Le celebrità che avevi ammirato nei tanti film d’amore che Hollywood ci ha raccontato così bene, che hanno formato il nostro immaginario. E pensi com’è diverso l’amore dal potere. Com’è diverso il sesso, divertente e libero tra persone alla pari, com’è diverso dall’uso del potere, dall’abuso di potere. Ma com’è sottile la linea di distinzione a volte.

LA ZATTERA [ SALARIO MINIMO CONTRO LIVELLO DI POVERTÀ ] _ cartoni, lamiera ondulata riciclata, parquet, legno,acrilico / paperboard, corrugated recycled iron, parquet, wood, acrylic 148 x 149 x 10 cm, 2016
LA ZATTERA [ SALARIO MINIMO CONTRO LIVELLO DI POVERTÀ ] _ cartoni, lamiera ondulata riciclata, parquet, legno, acrilico, 148 x 149 x 10 cm, 2016
Cioè?

È paradossale vedere che i volti delle vittime siano così diversi dalla rappresentazione della vittima, volti belli, curati ed apparentemente sicuri di sé; ma credo che di fronte all’invasione della propria intimità ognuno di noi torna ad essere un bambino, una bambina, lo stupore di qualcosa di non richiesto che ti sta accadendo e a cui non sai esattamente come reagire, e poi la vergogna anche che ti fa tacere. Il racconto di ciò che accadeva dietro le quinte ha probabilmente cambiato un po’ il nostro immaginario. Credo che anche per questo tante persone abbiano avuto voglia di dire “anch’io”, di unirsi alle altre voci. In tutto ciò non amo la gogna mediatica, ma questo è un altro discorso.

Siamo appena entrati nel 2018, a tuo parere nel sistema dell’arte italiano le donne sono considerate allo stesso livello degli uomini?

Fintanto che la donna avrà come referente l’uomo non ne usciremo; bisogna lasciare questa prospettiva, vedere le donne come persone, come pluralità di individui e di differenze. Considerare l’uomo come termine di paragone, come misura, significa riconoscergli sempre e comunque una priorità. Nel sistema dell’arte, come nel resto degli ambienti, le donne hanno occupato e stanno occupando spazi e posizioni, eppure è sempre curioso come, ad esempio, a fronte dell’ennesima mostra di cinque, dieci uomini nessuno fa una piega, mentre se viene fatta una mostra con tre o quattro donne si parla subito di arte al femminile o si chiede al curatore/curatrice come mai ha fatto una selezione simile. Comincia ad esserci una maggiore consapevolezza del lavoro importante di donne che hanno contribuito  al discorso dell’arte (facendolo e anche sottraendosi ad esso, come Carla Lonzi!) e credo che questa maggiore conoscenza, un po’ alla volta, arricchisca il pensiero.

E all’estero?

All’estero, nel mondo angloamericano, per quel che so, si cerca sulla carta di evitare le discriminazioni, ma se vai a vedere le percentuali nelle gallerie o nei musei i numeri parlano comunque di una aberrazione. Le percentuali calcolate dalle Guerrilla Girls per esempio mostrano come, nonostante siano molte le artiste che lavorano, solo una minima percentuale espone nei musei importanti. In Germania so che c’è qualche sparuto programma di supporto alle artiste, per sviluppare la carriera o stampare un catalogo.  Penso che sia inutile fare finta che non ci sia un problema, e che bisogna affrontarlo. Ma in genere è un argomento difficile, soprattutto se lo fai da donna sembra subito un discorso personalistico. Dovrebbero cominciare a farlo gli uomini consapevoli.

Credi che certi comportamenti nel tempo abbiano subito dei cambiamenti di rotta, ad esempio con l’avanzare delle nuove generazioni? I più giovani rispettano maggiormente le donne?

Credo che i giovani abbiano ascoltato o acquisito molti discorsi sulla differenza di genere, sui diritti umani e che, volendo, possano avere una prospettiva abbastanza aperta, ma mi sembrano anche molto disincantati. Trovi ragazze e ragazzi molto sensibili e attenti e altri senza nessun rispetto neanche di sé stessi, persi. Quale sensibilità può emergere dipende da molte, troppe cose, ma credo che dovremmo lavorare tutti ad ascoltare, leggere, distinguere.  Chiamare le cose con il loro nome.

Cosa vorresti che questa rivoluzione di pensiero e di atteggiamenti portasse ad esempio nel mondo dell’arte?

Alla lunga vorrei che si potesse trattare le persone come persone, e che l’arte risuonasse su altre corde. In breve vorrei che portasse a far lavorare maggiormente tutte le artiste brave che conosco, con riconoscimenti e acquisizioni anche nei musei. Magari prima degli 80 anni.

Santa Nastro

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AutoreIvana Spinelli
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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.