Capricci (III). Attriti e conformismo

In un’epoca in cui si fa di tutto per conformarsi allo status quo, inorridendo di fronte a ciò che è “informe” e inedito, qual è il ruolo di cui l’arte contemporanea deve farsi interprete? Forse un buon punto di partenza è immergersi nel flusso della vita comune.

Pablo Picasso, Bagnanti, 1927
Pablo Picasso, Bagnanti, 1927

In viaggio per Stoccolma, 6 luglio. I pensieri segreti – la vita è forse fatta per annullare le differenze, e sopravvivere vuol dire in fondo ottundere la percezione, ottundere la comprensione – “aderire” è lo sport che, abbastanza singolarmente, possiamo considerare come il più praticato al giorno d’oggi, anche in quei territori (arte e cultura) che erano tradizionalmente immuni, fino a non molto tempo fa, da tentazioni di questo tipo – aderire nel senso proprio di conformarsi a ogni sorta di condizioni esistenti, senza problemi, senza contrasti, senza frizioni, senza attriti.
Il pensiero, la cultura, la critica sono l’attrito.
La frizione e l’attrito non sono molto amati in questo momento, bisogna ammetterlo: in generale, anzi, si fa di tutto per starne il più possibile lontani (come da qualcosa che fa schifo, che puzza di esclusione e di infezione sociale) e quando si presenta, quando proprio non se ne può fare a meno, non lo si ama né lo si vive come una festa, come una gioia, ma lo si condanna, lo si considera se va bene come un fastidio, una scocciatura, una noia.

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Una noia il pensiero? E certo. Se la cultura è quasi del tutto strumentalizzata, reificata, chiusa in una forma prevedibile, è abbastanza chiaro come ogni operazione che tenda naturalmente all’informe, all’inedito, alla fuoriuscita (alla creazione di una struttura libera, di un racconto dell’esperienza non predeterminato) venga percepito al contrario come innaturale. Represso, rimosso e censurato – prima ancora di essere elaborato appieno.

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Vermeer, Veduta di Delft, 1660-61
Vermeer, Veduta di Delft, 1660-61

Il crollo l’inganno la frustrazione la simulazione. Quale può essere il ruolo dell’arte in una fase in cui quasi tutti amano esperire e produrre la finzione – piuttosto che la verità? Come fa a risuonare l’arte con le persone, se da tempo ha perso reputazione e credibilità e dignità?
Intanto: abbassando le proprie pretese, innalzando le proprie ambizioni. Immergendosi una buona volta nel flusso della vita comune. Rendendosi comune. Nascondendosi nelle cose comuni, senza paura né ribrezzi ingiustificati. Nel molto piccolo vedere il molto grande.
La rivoluzione non avviene con grandi strepiti, colpi di cannone, urla, proclami, statement altisonanti e vacui, ma giorno per giorno, nell’esistenza quotidiana, nei gesti minimi, all’interno delle teste e dei cervelli. Con l’esempio, soprattutto (… questo grande assente).
Allora, l’arte dovrebbe imparare – o reimparare – a dare l’esempio. Che non significa, come spesso si pensa, dire: “si fa così”, o “dovrebbe essere così”, e poi fare o comportarsi in modo completamente diverso; oppure dichiarare che il territorio dell’arte è una cosa, quello della realtà e della “pratica” un’altra – senza regole d’ingaggio comuni (questa sublime e ipocrita, italianissima separazione). Non funziona così: la separazione, la divaricazione rappresentano invece il grosso problema di artisti e intellettuali italiani, non da qualche anno ma da qualche secolo.

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Crollo inganno frustrazione simulazione. La delusione procurata dagli individui (vicini e lontani), quelli che per paura o pigrizia o viltà o conformismo o egoismo preferiscono di gran lunga rinchiudersi entro una forma, quale che sia, preparata per loro o costruita da loro stessi a partire da elementi consunti, pulciosi, decrepiti – beh, questa delusione può anche essere difficile da ingoiare, ma se ci pensiamo è anche una delle cose che conferiscono senso, e gusto, alla vita.
Come si potrebbero infatti misurare la libertà, il coraggio, la spericolatezza, l’incoscienza, l’ardore, l’intelligenza, l’acume, la critica feroce se non in base proprio a quel conformismo, a quella voglia di rinchiudersi entro una forma predefinita? L’informe si riconosce solo in base alla robaccia inutile, irriducibilmente diversa da esso.
Presente passato e futuro si guardano – alberi-scheletro, alberi antichi, alberi-fantasma – una spiaggia nuda, un pavimento stellato – una costa sbaragliata, un album di famiglia scomposto e scombinato – controllo mentale e sociale – la folla davanti al baracchino di ZIA MARIA sul lungomare di Bari, “componi il tuo panino come vuoi”, lì Fabrizio mi ha fatto scoprire la falda, e la gente viene qui sul lungomare raccogliendosi secondo un sistema e uno schema che combinano ordine e disordine, caos e destino, precarietà e identità – uno schema degno di un romanzo di fantascienza Anni Settanta.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).