Critica viva (VII). Modernismo e illusioni

Esistono davvero le storie di successo e gli esempi da seguire? Oppure la vita, quella vera, si basa su sistema di fallimenti che, se accolti, scongiurano la minaccia di convinzioni infantili e facilone?

George Grosz, Il sopravvissuto, 1944
George Grosz, Il sopravvissuto, 1944

Con un ukàse che non ammette eccezioni,
l’alieno viene piegato all’annientamento dei suoi
mondi e il veleno sottile dell’invidia raggiunge il
suo centro creativo distruggendone le centraline.
Ridotto a un’oscurità senza mostri e a un silenzio
senza presagi, finalmente appartiene alla specie”.
Mariateresa Di Lascia, Passaggio in ombra (1995)

Il modernismo è un’illusione prospettica.
Il modernismo è un’illusione prospettica.
Il modernismo è un’illusione prospettica.

***

Antoni Pevsner, Testa, 1923-24
Antoni Pevsner, Testa, 1923-24

e puoi scrivere di qualunque cosa, su qualunque cosa – questa è la scoperta più affascinante della maturità – seguire e intrecciare i pensieri, tutti, sovrapponendoli e fondendoli, tutte le linee – anche quelle in contraddizione, specialmente quelle – aveva ragione Kerouac a usare “beat” nel doppio senso di “battuto” e di “beato”, perché la beatitudine, quella vera, discende e può discendere solamente dal dolore dal trauma, rasserenato in una forma di tristezza estatica, che si nutre di quanto è comunemente considerato “fallimento” – straordinario come il fraintendimento sia alla base, forse da sempre, di ogni forma di comunicazione: si capisce sempre il contrario, la gente capisce sempre l’opposto della verità – e in questo senso realmente il successo è forse ancora più pericoloso dell’insuccesso – a partire dallo stesso Kerouac: e poi Jim Morrison e i Doors; Pier Paolo Pasolini; Lucio Battisti; i Pink Floyd; i Joy Division (: tutti divenuti famosi per i motivi più sbagliati e superficiali: loro lo sapevano e ne facevano a volte una malattia, il che li ha distrutti o li ha semi-distrutti, a seconda dei casi; gli esempi sono tantissimi, potrebbero continuare pressoché all’infinito) – che poi questa forma di OTTUSITÀ del mondo e delle persone è anche parte integrante della sua bellezza, perché gli artisti costruiscono le opere ma non possono controllarne minimamente l’esistenza, la percezione e la ricezione. Più rilevante l’opera, maggiore la distorsione.

***

La vita poi è questo: l’attesa.
(Non spasmodica, ma serenamente triste; senza aspettative, affidata al destino, ironica senza essere cinica.)
Scanzonata come Mastroianni e Savinio. Avvertita. Disincantata – che, ancora una volta, non vuol dire affatto cinica; umana e partecipe ma capace di mantenere una certa distanza rispetto agli eventi che riguardano se stessi prima ancora degli altri; disporsi al peggio, o quantomeno alla delusione delle aspettative, risana; la “delusione preventiva” è sana, e cura.

***

Marta Roberti, Nature is a Rethorician Place, 2015
Marta Roberti, Nature is a Rethorician Place, 2015

Ogni storia di successo, in buona sostanza, non ha alcun senso. Ma proprio nessuno. Non ha senso come costruzione narrativa; non ha senso come exemplum, come modello da seguire e da applicare; non ha senso nel tempo, nello spazio, nelle circostanze specifiche e nella sequenza degli eventi. È – sempre e comunque – una forma di “consolazione” (come tale, poco interessante).
L’unico esempio che è logico seguire è quello relativo a una forma esistenziale. Come uno ha vissuto – come ha portato avanti la costruzione della propria anima – le opere che riflettono questo processo costruttivo e evolutivo – e basta. La storiella del “ho fatto tanti sacrifici, ho lottato tanto contro i mostri, contro i cattivi, contro i mediocri – e poi (inevitabilmente) HO VINTO (e sono qui che vi parlo da questa condizione privilegiata e invidiabile, conquistata una volta per tutte, di vincitore) – è appunto una storiella, una favola per bambini. Un’illusione (oltretutto, puzza). Interessante solo per un tipo di mentalità infantile credulona facilona, assuefatta alla rassicurazione e a sentirsi ripetere continuamente che sì, alla fine (quale fine? Non certo la fine, questo è poco ma sicuro) tutto andrà bene. Almeno il fallimento – che pure non ha alcun senso se solo lo consideriamo un po’ più da vicino – ha il vantaggio indiscusso di presentare alcuni tratti ammalianti, raccontabili e pregevoli.

***

La sicurezza deriva, senza ombra di dubbio, dall’incertezza.

Christian Caliandro

CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).