Sul mare di Napoli, l’addio alla fine. Di Emio Greco e Pieter C. Scholten

Di grande impatto visivo e coreografico, “Addio alla fine” della coppia artistica Emio Greco e Pieter C. Scholten coinvolge un pubblico itinerante. Che, dall’ingresso del Museo Ferroviario di Pietrarsa, guidato da Leandro Amato, viene condotto all’interno della Sala delle Locomotive e infine nell’Arena all’aperto con vista sul mare. 


Addio alla fine - foto Salvatore Pastore. Ag Cubo

Al centro della coreografia di Addio alla fine c’è l’importanza di essere responsabili e il coraggio di essere vulnerabili. Il quarantasettenne coreografo Emio Greco (pugliese trapiantato in Olanda da molti anni) e il dramaturg e light designer Pieter C. Scholten credono che solo attraverso il pensiero critico e l’azione concreta l’artista, il danzatore e lo spettatore possano produrre un cambiamento. Per la creazione si sono ispirati al libro sulla coesione delle reti sociali di Hans Boutellier, The improvising society e a E la nave va di Federico Fellini.
C’è un imbonitore colorato come un Arlecchino (l’istrionico e bravissimo Leandro Amato, attore e cantante), che, dandoci il benvenuto, dall’alto della sua sproporzionata sedia chiama il pubblico a raccolta – “gli ultimi umani rimasti al mondo” – prima di entrare nel grande capannone della sala locomotive del Museo Ferroviario di Pietrarsa. Ci avverte, tra una descrizione e l’altra dell’eclissi dell’umanità che ha trasformato in fluido tutto ciò che esisteva di solido, del difficile cammino da intraprendere verso un luogo sconosciuto. Un viaggio verso un nuovo inizio. Al suono delle sirene di una nave – una moderna Arca di Noè? –, tra nuvole sospese, fumi e luci, il novello Caronte, traghettatore di anime sopravvissute al naufragio, ci accoglierà con un ritmo di percussioni e un canto napoletano mentre prendiamo posto su delle sedie con lo schienale coperto di camicie – le anime di quelli che furono, ma sempre presenti –, disponendoci sulle due lunghissime tribune frontali con dietro le antiche locomotive: monumenti muti che sorvegliano questo nostro viaggio al seguito di un gruppo di performer. In mezzo, una pedana luminosa che si estende a dismisura.

Addio alla fine - foto Salvatore Pastore.  Ag Cubo
Addio alla fine – foto Salvatore Pastore. Ag Cubo

Qui iniziano le danze di Addio alla fine, spettacolo site-specific della coppia artistica Greco-Scholten tra le più creative nel panorama europeo, residenti ad Amsterdam con la compagnia che porta il nome Emio Greco/PC. Spettacolo interdisciplinare, di grande impatto visionario e di coinvolgente bellezza, che unisce teatro luci e musica, ma soprattutto danza – quella energica, “elettrica”, Addio alla fine ha avuto una sua prima rappresentazione ad Amsterdam concepito appositamente per dipanarsi tra le piazze e i battelli della città. Riallestito ora nella nuova location per il Napoli Teatro Festival Italia, è, anche qui, un percorso itinerante, a tappe, che prende spunto dal film di Fellini E la nave va con quel grande rinoceronte sul piazzale d’ingresso e una sfilata di personaggi che incedono in processione portando delle urna funerarie e imbarcarsi, come nella pellicola, su una nave per dire addio ad una delle più grandi cantanti liriche di tutti i tempi (e all’inizio l’imbonitore ci aveva narrato della scomparsa dell’ultima soprano sulla terra, mondo che rimane così orfano per sempre del canto di Tosca, di Aida, della Regina della Notte). Sappiamo che, nel film, l’unico a salvarsi dopo il siluramento della nave, sarà un giornalista assieme a un rinoceronte rimasti infine a remare in barca alla ricerca di un nuovo inizio. Siamo quindi in un non-tempo, in cui la fine è già passata, e si dà ad essa l’addio. La coreografia muove sulle tematiche di globalizzazione e conflitti internazionali, su come noi tutti ci modelliamo a seconda della circostanza sociale nel quale ci troviamo a vivere, società i cui punti di riferimento non sono più solidi e immutabili nel tempo, ma sempre più dinamici e fluidi, e dove gli individui vengono pensati per agire all’interno di una rete più ampia, il social network, ridefinendo i propri punti di riferimento all’interno di queste reti. Per la creazione di un nuovo ordine sociale di coesione e collaborazione Boutellier indica the network society. Greco e Scholten specificano: “L’ordine generale si può ricavare dall’interattività simultanea degli uni con gli altri per andare a creare un sentimento comune condiviso. Quel senso comune che fa muovere un intero branco di pesci come fossero uno solo”. Ed hanno movimenti acquatici gli straordinari danzatori dentro questo enorme acquario trasparente che noi osserviamo.

Addio alla fine - foto Salvatore Pastore.  Ag Cubo
Addio alla fine – foto Salvatore Pastore. Ag Cubo

È un linguaggio teso e ossessivo, proprio di Greco, con le estremità e le membra fatte vibrare tra corpo e mente, istinto e ragione, forma e astrazione. Il gesto fluidamente teso e nervoso, lo sciabolare delle braccia, la fragilità delle gambe, le cadute striscianti e le risalite repentine, sembrano parlarci di una lotta: di gente che avanza per farsi spazio nell’esistenza, alla ricerca dell’aria, della luce. E determinante è il disegno luci che accompagna l’irreversibile cammino in avanti di queste grida dei corpi, i quali, indossate delle camicie fluorescenti creano delle scie luminose nel buio della sala, e ci indicano l’uscita verso un altro luogo. Ci ritroveremo all’aperto incamminati verso la platea della vasta Arena di Pietrarsa. Sul palcoscenico che guarda il mare regalandoci un paesaggio notturno mozzafiato, la performance avrà il suo compimento tra saluti e strette di mano dopo un’ultima sequenza di danza corale e il canto di una soprano, che si chiude sullo stesso coreografo-danzatore salito su un piedistallo accanto all’attore a guardare il mare dandoci le spalle. E intravedere un nuovo orizzonte, per un altro viaggio. Perché non c’è fine alla fine.

Giuseppe Distefano

www.napoliteatrofestival.it

 

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).