Tristano secondo i Santasangre

Rimini, Sagra Malatestana, Teatro degli Atti. In scena salgono i Santasangre. E le musiche sono di Olivier Messiaen. Il mito di Tristano e Isotta reinterpretato secondo la tradizione quechua.

Santasangre - Harawi

Al collettivo teatrale romano Santasangre si devono alcune delle più stimolanti sperimentazioni di questi ultimi anni. L’attenzione è sui movimenti del corpo e l’azione scenica viene, quindi, spesso coniugata con partiture musicali. Prima o poi, Diana Arbib, Luca Brinchi, Maria Carmela Milano, Pasquale Tricoci, Dario Salvagnini e Roberta Zanardo avrebbero incontrato uno dei miti più antichi su amore e morte. E lo hanno fatto lavorando su una composizione per pianoforte e soprano di Olivier Messiaen che ha debuttato al Teatro degli Atti a Rimini, nell’ambito della Sagra Malatestana.
Messiaen e il collettivo Santasagre sembrano agli antipodi. Rigorosamente cattolico il primo, con una tecnica musicale che, pur senza scansare la dodecafonia e alcune delle innovazioni più ardite, combina estrema sofisticazione con espressività diretta per accattivare il grande pubblico. Profondamente innovatori i secondi, con azioni teatrali caratterizzate più dai movimenti del corpo e dalla gestualità che dalle parole. Hanno trovato il loro punto d’incontro in uno dei tre lavori di Messiaen dedicati al mito di Tristano ed Isotta: Harawi, Chant d’Amour et de Mort del 1945.
Messiaen – è noto – ha anche studiato a fondo le musiche etniche, nonché la possibilità di utilizzare strumenti non tradizionali (ad esempio, la testiera per il telegrafo) in composizioni canoniche, nonché il canto degli uccelli (elemento fondante della sua opera dedicata a San Francesco d’Assisi). Il nesso tra il collettivo Santasagre e Messiaen sta proprio nella valorizzazione della musica etnica. Nel Perù postcolonizzato, la grande fioritura di racconti mitologici e di canti che narrano dell’amore e della morte prende, nel suo complesso drammatico, rituale ed espressivo, il nome di Harawi, una parola dell’antico dizionario quechua. In questa tradizione, il tema mitico della congiunzione eterna di Eros in Thanatos diventa un enigma fosco.

Santasangre – Harawi

Compositore cattolico, Messiaen propone una risposta serena, pur riferendosi al contesto straniante di una cultura extraeuropea contaminata dall’Occidente. È un lavoro essenziale: pianoforte (Lucio Perotti) e soprano (Matelda Viola), a cui i Santasangre aggiungono quattro attori-mimi (Maria Teresa Bax, Marcello Sambati, Antonello Compagnoni, Monica Galli). Soffermiamoci sugli aspetti drammaturgici. Nelle rovine del complesso agostiniano di Rimini – bombardato durante la Seconda guerra mondiale, dove è stato ricavato il Teatro degli Atti –, il pianista e il soprano sono dietro un palcoscenico essenziale: si vedono a tratti quando i giochi di luce puntano su di loro. Il palcoscenico è una scatola con schermi. Una serie di proiezioni sullo schermo di proscenio indicano un quartiere anonimo di una grande città moderne, dallo schermo sul fondale appaiono invece brume e nebbie: il nesso tra l’ambiente celtico (la Cornovaglia, l’Irlanda, la Bretagna) del mito e la sua contemporaneità è, quindi, trasmesso in modo eloquente.
Con la musica di Messiaen quasi di sottofondo, si svolge l’azione scenica. Così come nella partitura di Messiaen i riferimenti a Wagner (autore del Miskdrama più noto tratto dal mito di Tristano ed Isotta) sono rari e quasi parodistici, nell’azione non c’è riferimento né a Re Marco, né a Brangania, né a Melotto né a Kurneval. La coppia è sola; con apparizioni brevi di un ginnasta e di una falconiera. Non solo: non è una coppia giovane, come nell’immaginario, nella pittura e nelle interpretazioni cinematografiche. Un film su Tristano e Isotta negli Anni Sessanta fece scalpore perché si vedevano i due giovani, e bellissimi, corpi nudi, pur se in posizioni castissime. Qui i due protagonisti (sulle schermo nel fondo scena appaiono prima i nomi di Tristano e Isotta e poi quelli degli interpreti) non sono giovani né belli. Si cercano tra le nebbie, mentre vola un falco e il giovanotto mostra la propria maestria ginnica, si trovano, si toccano, pare che muoiano insieme, per risorgere e fare l’amore mentre il soprano canta l’ultima strofa appropriatamente intitolata Dans le noir da Messiaen. Mentre in Messiaen, l’amore tra i due protagonisti è un “riflesso, ancorché pallido, dell’amore di Dio”.

Santasangre – Harawi

Un Tristano e Isotta, dunque, molto differente dalle letture tradizionali (specialmente da quelle romantiche e dannunziane). Il mito è portato in una Europa in forte invecchiamento per sottolineare come l’amore superi non solo la morte ma anche la tarda età. Il lavoro andrà in varie città italiane e merita di essere visto.

Giuseppe Pennisi

www.sagramusicalemalatestiana.it

CONDIVIDI
Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.