Niente Netflix al Festival di Cannes. Più “commerciale” la Mostra del Cinema di Venezia. E intanto lo spettatore cerca nuove esperienze di visione. Cosa sta accadendo ai festival della settima arte? Inchiesta alla ricerca di spunti d’analisi e magari anche di qualche risposta.

Il Festival di Cannes non è la manifestazione cinematografica più importante al mondo, ma è quella maggiormente mediatica. La mossa fatta negli scorsi mesi per bandire dalla 71esima edizione i film prodotti da Netflix, proprio perché sotto tantissimi riflettori, ha aperto un’interessante discussione dallo sguardo e dall’impronta molto più generale. Il “problema” del cinema è una piattaforma di distribuzione come Netflix o la mancata comunicazione della sala cinematografica?

LA VICENDA CANNES VS. NETFLIX

Lo scorso anno il Festival di Cannes aveva accolto nel suo cartellone ben due produzioni cinematografiche a firma Netflix, la favola animalista e satirica Okja e il dramma familiare di The Meyerowitz Stories. Ad accendere da subito la polemica a riguardo sono stati alcuni rappresentanti delle sale cinematografiche del circuito nazionale. Gli organizzatori del festival hanno seguito senza alcun timore il richiamo della distribuzione francese e si sono detti contrari a un modello di distribuzione che prevede la diffusione dei film direttamente in streaming, senza alcun passaggio in sala. “Quando l’anno scorso ho selezionato due titoli di Netflix, pensavo di poterli convincere a uscire nei cinema, ma peccai di presunzione”, ha affermato con aria fiera Thierry Fremaux, delegato generale del Festival di Cannes. “La gente di Netflix ama il red carpet e vorrebbe essere presente anche quest’anno, ma capiranno anche loro che l’intransigenza del loro modello è l’opposto del nostro”. Va riconosciuta al Festival di Cannes non tanto la scelta coraggiosa, quanto la coerenza manifestata.

10 festival di cinema in Italia © Artribune Magazine
10 festival di cinema in Italia © Artribune Magazine

LA POSIZIONE DI SPIELBERG

Nei giorni successivi l’annuncio della “nuova regola”, anche un gigante del cinema ha detto la sua. Secondo quanto dichiarato da Steven Spielberg, “una volta che ti impegni in un formato televisivo, sei un film per la TV. Un bello spettacolo potrebbe meritare un Emmy, ma non un Oscar”.
Forse il papà di E.T. non ha bene in mente il tipo di produzioni che fa Netflix, o anche Amazon, e che vanno oltre la serialità, stabilendosi di gran lunga come ottimi prodotti filmici.

L’EVOLUZIONE DI VENEZIA

La “nuova” regola del Festival di Cannes e l’opinione di Spielberg non sono però del tutto errate. I festival cinematografici sono nati per dare spazio a tutti quei film che non avevano alla base un colosso produttivo o distributivo. Sono nati per dare a quel tipo di film, i cosiddetti “film da festival”, una visibilità che altrimenti non avrebbero mai avuto. Con il tempo questa mission è un po’ cambiata. I festival, anche giustamente, hanno dovuto trovare dei compromessi sia con la stampa sia con i gusti e le esigenze dello spettatore.
Ne è una dimostrazione il Leone d’Oro dato a La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro. Fino a un paio di anni fa tale riconoscimento sarebbe andato a un film dichiaratamente debole per la sala, e magari senza ancora un contratto di distribuzione. La forma dell’acqua ha ottenuto 13 candidature e vinto 4 Premi Oscar, oltre alla Mostra del Cinema di Venezia ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Golden Globes, 12 candidature e vinto 3 BAFTA. In Italia al box office ha incassato nelle prime sette settimane di programmazione 8,5 milioni di euro. Nel 2016, sempre a Venezia, trionfava il film The Woman Who Left di Lav Diaz, film meraviglioso ma stoico della durata di quattro ore, rivelatosi in sala totalmente fallimentare.

La locandina del 71. Festival di Cannes
La locandina del 71. Festival di Cannes

LA FRONTIERA DELLA VIRTUAL REALITY

La Mostra del Cinema di Venezia ci ha visto lungo a inserire nella Selezione Ufficiale, quindi nel Concorso, film come La forma dell’acqua, ovvero prodotti cinematografici più pop e vicini ai gusti del pubblico, ma anche qui la linea è sottile. Si rischia di finire alla “sponsorizzazione” del festival e non del singolo film, quando è il film che dovrebbe essere al centro dell’attenzione durante un festival.
Sfrontata ma molto pertinente è la dichiarazione di Valerio De Paolis della casa di distribuzione Cinema: “A un pubblico giovane, oggi, non frega più nulla né dei premi né tantomeno della critica”. E con queste parole si tocca il vero centro dell’interrogativo: cosa interessa alle nuove generazioni di amanti del cinema? Sì, perché i giovani amano il cinema ma lo cercano in determinate forme e momenti. Non interessa loro che sia commerciale, popolare, indipendente o in streaming. Gli interessa il tipo di esperienza. Forse per questo motivo una carta vincente della passata Mostra del Cinema di Venezia è stata quella di puntare alla Virtual Reality, e non solo con un suo spazio logistico preciso, ma anche con una vera e propria sezione con giurie e premi. Un momento del festival in cui la tradizione si è unita all’innovazione e ha creato un forte scossone di curiosità.
Un festival dovrebbe sempre sperimentare, essere all’avanguardia, stare accanto al pubblico. D’altronde, chi fa il cinema è prima di tutto spettatore.

Margherita Bordino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #44

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.